Tutto il resto vien da sé. Il montare della marea di storie che si dipanano dalla scrittura di Mrs. Dalloway non fa che intensificare la dimensione letteraria del film: The Hours è snob al punto giusto da definire i suoi spettatori, senza con ciò privarsi di un pubblico molto più ampio di quel che ci si aspetterebbe. L'ossessione esistenziale di Virginia, di Laura e di Clarissa, la loro fatica nel vivere, persino le loro gioie non rendono la pellicola di Daldry un banchetto per accademici dell'ultima ora; d'altra parte, The Hours rischia di appiattire tensioni e suggestioni, brividi di piacere e di orrore in una dimensione industriale del film che un po' mortifica quanto di urgente e sincero c'era comunque nelle domande sottese al romanzo di Cunningham.
The Hours di Stephen Daldry è un film recitato in modo magnifico da protagonisti e comprimari. Tuttavia, c'è qualcosa che mi disturba in questo divismo, credo che il malessere e la fame di risposte vitali meritino più di una fotografia patinata e di attrici superbe. Ecco: diciamo che, convenzione per convenzione, avrei preferito una scrittura più incisiva, perfino un po' più dark, che estetica. Certo: Clarissa, appagata e borghesissima lesbica molto benestante di Manhattan, non avrebbe potuto trovare gesti migliori e più veritieri di quelli di Meryl Streep; la dimessa e tellurica Laura Brown non si sarebbe potuta incarnare in sguardi più stupiti e sensuali di quelli di Julianne Moore; né, ancora, Virginia avrebbe potuto trovare una follia impassibile e diafana come quella che le conferisce Nicole Kidman.
C'è carne che pulsa e c'è sangue, ma tutto in spasmodica attesa di vita.