The Law of Moses by Amy Harmon

Creato il 16 marzo 2015 da Anncleire @anncleire

“Everyone always talks about being color blind. And I get that. I do. But maybe instead of being color blind, we should celebrate color, in all its shades. It kind of bugs me that we’re supposed to ignore our differences like we don’t see them, when seeing them doesn’t have to be a negative.”

“The Law of Moses” è l’ultimo libro di Amy Harmon, una delle mie scrittrici preferite, capace di creare dei libri emozionanti, delle montagne russe di sentimenti e di parole, capaci di lasciare il lettore in un cumulo di emozioni dolci amare. Anche in questo caso la Harmon è riuscita nel suo intento, regalando al lettore una storia da cui è impossibile staccarsi e anche se piena di momenti sconvolgenti e sopra le righe, sicuramente d’effetto… che rimarrà nel mio cuore molto a lungo.

Qualcuno lo ha trovato in un cesto per la biancheria da Quick Wash, avvolto in un asciugamano, nato da poche ore e in fin di vita. Lo hanno chiamato piccolo Mosè quando hanno condiviso la sua storia nei notiziari delle dieci – il piccolo bambino abbandonato in un cesto in una dissestata lavanderia automatica, nato da una drogata e da cui ci si aspettava ogni sorta di problemi. Ho immaginato il bambino, Moses, con una gigantesca frattura che gli percorre il corpo, come se fosse stato rotto alla nascita. So che il “crack” non si riferiva a quello, ma l’immagine è rimasta attaccata alla mia mente. Forse il fatto che era spezzato mi ha attirato fin dall’inizio.

È successo tutto prima che nascessi, e quando ho incontrato Moses e mi ha madre mi ha raccontato di lui, la storia era già passata e nessuno voleva avere a che fare con lui. La gente adora i bambini, anche quelli malati. Anche quelli nati dalla droga. Ma i bambini crescono e diventano ragazzini e poi adolescenti. Nessuno vuole un adolescente problematico.

E Moses era problematico. Moses era una legge su sè stesso. Ma era anche strano ed esotico e bellissimo. Stare con lui avrebbe cambiato la mia vita in modi che non avrei mai immaginato. Forse sarei dovuta rimanere a distanza. Forse avrei dovuto dare ascolto. Mia madre mi aveva avvisata. Anche Moses mi aveva messo in guardia. Ma non sono rimasta lontana.

E così inizia una storia di dolore e promesse, di cuori spezzati e guarigione, di vita e morte. Una storia di prima e dopo, di nuovi inizi e di per sempre. Ma soprattutto… una storia d’amore.

Certi libri sono come pugni allo stomaco, sono talmente intensi da andare assaporati lentamente, per coglierne tutte le sfumature, per non essere sopraffatti. La Harmon ha il dono di scrivere libri emozionalmente distruttivi, sopra le righe e incerti, che in una certa maniera non perdonano. Il suo modo stupefacente di immergersi in un retelling e trasformarlo, plasmarlo e restituirlo al lettore in una forma nuova è un’arte, e io mi stupisco ogni volta della sua bravura. Probabilmente il mio preferito resta ancora “Infinity + One” ma di certo, l’ennesima meraviglia della Harmon si merita un posto speciale nel mio scaffale del cuore. La storia non è semplice, ogni pagina è impressionante e incredibilmente forte, ma di certo impone un certo grado di riflessione.

Le vicende sono narrate a punti di vista alterni da Moses e Georgia, con un prima e un dopo, uno spacco nella loro vita incolmabile ma necessario, per ritrovarsi. Georgia è una tipica ragazza dello Utah, con la passione per i cavalli, la lunga treccia bionda e la testardaggine di chi non si arrende, di chi non vuole cedere di fronte all’evidenza. È cocciuta, ma bravissima con i cavalli e sa che applicando il giusto grado di pressione si possono ottenere grandi risultati. Georgia è selvaggiamente libera, intensa e passionale, si muove con l’istinto alla continua ricerca di un contatto con Moses. Ed è quasi una ossessione, un ricorrere ad un legame che quasi scompare, si consuma e rinasce dalle sue ceneri. È tutto intenso, caleidoscopico come i colori che usa Moses per dipingere. E una delle poche definizioni efficaci per Moses è proprio artista. Un artista a 360° gradi che si perde nei meandri del tempo e dello spazio. Impenetrabile agli influssi della vita, resta nel suo angolo di testa, con una serie di leggi, di regole, di direttive da seguire. Moses con il suo fisico possente, la sua pelle scura, quegli occhi che ti incatenano e sembrano volerti raccontare il mondo. E’ un ragazzo che ha sofferto, che ha un dono troppo grande da gestire, e che lo riduce ad una mina vagante con un pennello sempre in mano. Ma Moses è molto più di questo anche se ci mette un po’ per accettarlo.

“We can’t escape ourselves, Tag. Here, there, half-way across the world, or in a psych ward in Salt Lake City. I’m Moses and you’re Tag. And that part never changes. So either we figure it out here or we figure it out there. But we still gotta deal. And death won’t change that.”

E questo è un libro di seconde occasioni, di chance recuperate all’ultimo secondo. È un libro di accettazione, e sicuramente racconta un amore epico. Moses può anche essere un novello Mosè ma ha le capacità per sfuggire alle definizioni che cercano di incanalarlo in un destino già scritto. Ma c’è anche un mistero, un giallo da risolvere, un fil rouge che connette tutti gli elementi della storia, che solo lui sembra in grado di percepire. Moses non è un ragazzo come tanti e anche Georgia non è una ragazza come altri, ma entrambi hanno la capacità di salvarsi a vicenda. E Georgia è molto più forte e sicura di Moses.

“There are laws. There are rules. And when you break them, there are consequences. Laws of nature and laws of life. Laws of love and laws of death.”

Non c’è niente di semplice in questa storia e anche se sembra davvero sopra le righe, ha tanto da insegnare, scuote la coscienza del lettore e parla di accettazione, di morte e di possibilità di essere accettati, con un tocco di paranormale, che non guasta.


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