Magazine Architettura e Design

The Manzoni di Tom Dixon

Da Barbara Falcone

The Manzoni di Tom Dixon

Testo Luca Trombetta – Foto Edoardo Valle

Se non fossi un designer, saresti uno chef ?

Tom Dixon alza gli occhi al cielo. Dall’apertura del suo ristorante Coal Office a Londra glielo chiedono tutti.

«No, non potrei sopportare la dura vita di un cuoco. Mi piace cucinare, si tratta di un processo creativo, ma mi interessa di più l’incontro del cibo con il design. E questo l’ho imparato in Italia».

The Manzoni di Tom Dixon

Se la cucina è una grande passione, il senso per gli affari è il suo grande talento. Dagli esordi nei primi Anni 90 (era il Fuorisalone del ’91 quando debuttò alla Galleria Sozzani con Marc Newson e Kris Ruhs), oggi il nome Tom Dixon è un brand globale distribuito in settanta Paesi con cinque hub nelle piazze più strategiche (Londra, New York, Los Angeles, Tokyo e Hong Kong). Non rimaneva che decidere dove atterrare sul Vecchio Continente e la scelta è caduta su Milano. «Perché no? La città sta vivendo un suo secondo Rinascimento: non è solamente il Salone, è anche moda, arte, cultura e artigianato. È il posto dove esserci 365 giorni. E dopo anni di interventi pop-up per la design week, ne avevo abbastanza: volevo qualcosa di permanente», ammette.

The Manzoni, il suo avamposto italiano che apre giusto in tempo per la settimana del Salone, è un ibrido tra bar, ristorante, store e ufficio.

«Chiamatelo concept-restaurant o boutique-restaurant, non importa. È un posto dove le persone possono ‘rallentare’ e sperimentare i nostri prodotti dal vivo. Non c’è nulla di più polveroso di un negozio convenzionale. Le vendite passano sempre più all’online e lo stesso concetto di showroom è entrato in crisi. Qui invece è possibile osservare le nostre novità in un contesto dinamico».

Dixon usa spesso il plurale, il che la dice lunga su quanto tenga al lavoro di squadra. Al numero 5 di via Manzoni infatti è tutto un viavai di collaboratori che mettono a punto le ultime cose. Gli accessori del bar che accoglie i clienti all’ingresso in un tripudio di piastrelle ceramiche dei siciliani Made a Mano, le piante del flower shop, alcuni oggetti in vendita nelle vetrinette e poi le morbide poltrone Fat che arredano la lounge. «Per la zona ristorante abbiamo scelto un look più minimale e severo, quasi monastico», spiega.

Nel tunnel black & white rivestito di marmi italiani, fa sistemare un lungo tavolo in sughero da 40 posti illuminato dal bagliore delle nuove sospensioni Opal.

«Attenzione: girato l’angolo, l’atmosfera cambia totalmente. Si apre una sala illuminata dall’alto, piena di piante (del fiorista sardo Art Flowers Gallery), colori e riflessi dorati. Una sorta di ‘giungla urbana’, molto fresca, dove rilassarsi».

The Manzoni di Tom Dixon

Anche il menu è un’esperienza diversa dal solito, promette. La cucina, guidata dalla chef modenese Marta Pulini e dallo chef executive Roy Smith Paredes Ynfantes, rivisita periodicamente i piatti della tradizione italiana e milanese, mentre la mise en place è curata dallo studio Arabeschi di Latte. E allo stesso modo il look del locale si rinnoverà di anno in anno con le nuove collezioni.

The Manzoni di Tom Dixon

«La vera ragione è che anch’io mi annoio piuttosto facilmente», confessa. «Oggi è difficile catturare l’attenzione della gente per più di dieci minuti. Perché un ristorante? Il cibo è sempre l’argomento più convincente», ride. «I clienti vengono da te per passare un paio d’ore piacevoli. Magari non fanno acquisti, ma intanto sono entrati nel tuo mondo e condividono l’esperienza sui social. E questo è un valore inestimabile». 

The Manzoni di Tom Dixon

Dopo questa apertura Dixon pensa già alla prossima tappa: «Vediamo come funziona Milano. Il 2020 potrebbe essere l’anno di Parigi o di Berlino. Con una formula diversa, ovviamente, ma sarà sempre l’elemento ‘food’ a fare la differenza».


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