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"The Scrapbook, Quaderno d'Appunti" di Katherine Mansfield

Creato il 12 settembre 2018 da Michelap

Che cosa bella è la notte. Voglio ricordarmi di questo preciso momento. Voglio sempre ricordarmi di quello che mi piace e dimenticarmi di quello che non mi piace.


Katherine Mansfield


Nella seconda parte dell'estate mi sono immersa ancora una volta nella lettura di Katherine Mansfield (1888-1923), un'autrice che negli ultimi due anni mi ha preso molto, per la sua vita, seppur breve, vissuta nella fiamma di un genio furioso ed instancabile nonostante la malattia e molte privazioni fisiche ed interiori.
Mi sono così ripromessa di procurarmi alcuni dei libri che la riguardano.
Katherine Mansfield è la più bella figura, insieme a Virginia Woolf, della letteratura inglese del primo Novecento. Una donna che attraverso una scrittura unica ed originale è riuscita a captare le paure e le tristezze più intime di una generazione uscita dalla Prima Guerra Mondiale e il ruolo delle donne che in quegli anni stava evolvendosi verso il cambiamento moderno.
Una scrittrice lodevole, il cui nome meriterebbe di essere citato maggiormente e usato con la stessa dignità, già ottenuta, dai suoi contemporanei colleghi.
Dopo aver letto i suoi "Racconti" e una biografia poetica scritta da Pietro Citati, ho incominciato a leggere il suo "Quaderno d'Appunti", un diario personale multi sfaccettato che percorre diciotto anni della su breve esistenza; dagli esordi letterari fino a pochi mesi prima della morte.
Il Diario venne pubblicato ad opera del marito, il critico e giornalista inglese John Middleton Murry (1889-1957), nel 1939, sedici anni dopo la dipartita della scrittrice.
In Italia arrivò per conto della casa editrice Rizzoli nel 1945, tradotto mirabilmente da Elsa Morante, alle prese con i suoi primi lavori letterari; rimanendo affascinata dalle evocazioni ed immagini dell'autrice neozelandese a cui si ispirerà nelle sue future opere.
"Quaderno d'Appunti" racchiude gli anni che vanno dal 1905-1913 al 1922.
È un caleidoscopio di racconti mai portati a termine e rimasti occasionalmente nella sua mente; di alcuni abbiamo addirittura solo lo scheletro, e pensieri, citazioni, riflessioni sui libri, autori, lettere mai impostate, poesie.
Pugni di parole sparse nella brevità di un momento, di istanti di sole rubati nella malinconia di cieli grigi; di amore, di vita, di scrittura, ove si consumò la vita stessa di Katherine Mansfield.
Ne scorgiamo la sua dimensione più riservata attraverso i ricordi lasciati in Nuova Zelanda, la sua lotta contro la solitudine e l'abbandono di un compagno lontano troppo a lungo, gli anni della malattia passati a scacciare la costante ombra della morte.
Il conforto della scrittura che doveva essere stato per lei una catarsi ogni giorno, per sottrarsi alla violenza del morbo.

Non mi sento mai così comoda e a mio agio come quando stringo in mano una matita.

"Ritratto di K. M." (1920), Anne E. Rice

Sono presenti sprazzi delle lettere dell'amato Keats a Fanny Brawne e quelle di Čechov, padre letterario della Mansfield che condivise, proprio come lui, la sofferenza di una tremenda malattia, le privazioni interiori, lo smacco della fuga del tempo, una cornucopia di immagini e visioni repentine.
Ma andando oltre le semplici note autobiografiche, questo "Quaderno d'Appunti" custodisce il pensiero intellettuale di una scrittrice che non fu meno della Woolf e il suo metodo di scrittura.
In alcune lettere di Coleridge sulle opere di Shakespeare trascritte qui, Katherine Mansfield contesta morbidamente le affermazioni del poeta e filosofo inglese sulla rigidità fisica di Amleto insieme al "suo continuo decidersi a fare, e dal fare nient'altro che decidersi", constatando invece nelle qualità del personaggio shakespeariano la modernità dell'uomo contemporaneo, poiché come la stessa autrice scrive "abbiamo camminato molto dai giorni di Coleridge".
Diversamente sembra dare un grande valore al "Diario" di Dorothy Wordsworth, mentre pur apprezzando "Ulysses" di Joyce (caso letterario in quegli anni), ci dichiara quanto questo sia comunque lontano dalle istanze del suo fare letteratura.
Katherine Mansfield scriveva di getto; di tutti i suoi racconti compiuti non esistono di solito bozze, false partenze o brutte copie ma soltanto manoscritti originali svolti con "rapidità sempre crescente, al punto che verso la fine è poco più comprensibile che un geroglifico", segno dell'immediatezza delle sue visioni, la paura di vedersele sfuggire prima di imprimerle sulla carta.
Nelle ultime righe concludenti riemergono, con dolore, gli ultimi istanti della sua esistenza, nelle stanze poco accoglienti del suo ricovero a Fontainebleau.
Poche parole da cui si scorgono sì i tormenti fisici della scrittrice ma ancor di più l'elevatezza del suo spirito che non fu mai libero di passioni.
M.P.
Libro:
"Quaderno d'Appunti", K. Mansfield, Feltrinelli

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