“The Wolf of Wall Street”: un mito di onestà cinematografica

Creato il 20 febbraio 2014 da Stivalepensante @StivalePensante

E’ nelle sale italiane dal 23 gennaio scorso e non si fa altro che continuare a parlarne: “The Wolf of Wall Street”, nuova fatica cinematografica di Martin Scorsese, che resterà con buone probabilità uno dei film dell’anno.

(apnatimepass.com)

Basato su una storia vera e tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Jordan Belfort, “The Wolf” racconta la parabola della vita di un uomo qualunque che insegue il sogno di diventare un broker newyorkese di successo e arriva ad essere uno degli uomini più influenti dell’alta finanza. La smania di denaro e potere lo trasformano in un vero truffatore, capace di vendere azioni poco convenienti con un’abilità e una furbizia invidiabili da ogni venditore che si rispetti. La celebre rivista americana Forbes definì Belfort “una sorta di Robin Hood, che ruba ai ricchi per dare a se stesso”.

Impossibile non soffermarsi sulle sterili polemiche nate dalla sensazione di alcuni, tra cui il giornalista Massimo Gramellini, che un film come questo possa mitizzare l’idea dell’uomo socialmente ed economicamente arrivato ma che non conosce limiti, rispetto e onestà. Del resto però, che i cattivi possano sedurre più dei buoni è consuetudine ormai data per ovvia e non seducono solo sul grande schermo. Si pensi a chi per vent’anni l’elettorato italiano ha scelto come rappresentante politico per eccellenza, elettorato chiaramente sedotto dal mito di “chi si è fatto da solo ma sulla pelle degli altri”. E il Cinema rimane il Cinema, che intrattiene, emoziona, diverte, a volte denuncia, a suo modo educa ma senza moralismi, quando di qualità. Martin Scorsese, insieme al suo sceneggiatore Terence Winter, ci mette di fronte ad una realtà impregnata di maschilismo, disgusto, follia, degenero, senza incorrere in giudizi di valore. Questi ultimi non servono, sono superflui.

La locandina (apnatimepass.com)

E di motivi per vederlo un film come questo ce ne sono davvero tanti. Il primo, tralasciando la strepitosa regia, è sicuramente Leonardo Wilhelm Di Caprio che, gusti personali a parte (ho amato molto di più Matthew McConaughey in “Dallas Buyers Club”) si conferma indubbiamente un grandissimo attore. Di Caprio ci porta all’interno del deviato mondo di Belfort, tra dipendenze, eccessi sessuali e psicosi con grande credibilità e coerenza. Un’interpretazione da Oscar che arriva a farci affermare che è molto meglio l’”onestà intellettuale di uno stronzo” che quella di un finto buono pronto a rivelarsi per quello che non è. Il Belfort di Scorsese non nasconde mai la propria natura, afferma ripetutamente di volerla assecondare e quel poco di umanità che mostra nei confronti di persone e cose è sempre mossa da un bieco interesse personale. Ma attenzione, non si propone mai per quello che non è. Impersonifica la piaga sociale dei nostri tempi per ben 180 minuti ma senza finzione.

Da osservare e applaudire anche i personaggi secondari: Jonah Hill nei panni del fedelissimo amico e socio Donnie Azoff che è disgustosamente esilarante, quasi fastidioso; Rob Reiner nel ruolo del burbero e risoluto padre ma soprattutto Matthew McConaughey che interpreta il mentore Mark Hanna che da il benvenuto nel mondo della borsa a Belfort/Di Caprio, dandogli un paio di dritte per muoversi all’interno di questo folle mondo, divertendo e mettendo in scena uno dei momenti migliori del film.

(apnatimepass.com)

Insomma, “Il Lupo di Wall Street” è Cinema e c’è da goderne, forse senza troppi dibattiti che infine lasciano il tempo che trovano. Non ci si scandalizza quando nel bel cattolico Paese uno come Moccia (e non è ovviamente e assolutamente un paragone con Scorsese) porta sui grandi schermi la storia di un quarantenne che seduce e si porta a letto una minorenne? Dato per assodato che “ho un problema” con Federico Moccia, la risposta è: forse, no. Ecco, a quel genere di narrazione siamo abituati. Siamo abituati a condirla via, la storia in questione (qualsiasi essa sia), raccontandola alle generazioni lobotomizzate come un sogno, una favola, quello che non è. Chiaramente l’abisso tra i due tipi di Cinema e regia non serve nemmeno precisarlo ma il punto è che sarebbe bene rendersi conto che, per quanto riguarda il rischio di proporre modelli e “miti” per così dire inadeguati, la nostra di settima arte oggi non è seconda a nessuno. Ammesso che poi si debba per forza considerare tale rischio. L’onestà di Martin Scorsese nel raccontarci una vicenda senza etica come quella di Belfort è il primo punto di forza dell’intero film, qualità per niente scontata e sarebbe da goderne.


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