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Tonalità del Velo personale di Federica Gonnelli

Creato il 03 aprile 2014 da Roberto Milani
Tonalità del Velo personale di Federica Gonnelli
Personale di Federica Gonnelli
a cura di Raul Dominguez
narrazione di Adriana M. Soldini

INAUGURAZIONE
sabato 5 aprile ore 17,00
Si, è un bambino, l’età? Non so, circa sei o sette anni, o cinque, vive o non vive, molto internamente e non si manifesta, è solo dentro, ed è in una calesita, la giostra che gira lenta o a volte veloce, la notte o la sera non lascia vedere i colori, ma qualcosa si, non molto lontano; prima ci sono delle persone che guardano e sorridono, poi niente o qualcosa di verde, poi nero e dopo una luce abbagliante, di nuovo nero e grigio, grigio, più in là una parete bianco-gialla, ritaglia i corpi grossi degli alberi, le lampadine alcune blu e altre rosse in fila, poi la gente di nuovo e la speranza di tanti più giri, che ci tolgono dal presente così come al cinema. E’ un ricordo, è un’impressione, una suggestione che mi è venuta alla mente, pensando al lavoro di Federica: l’evanescenza del ricordo, del passato già perdonato, di questo negare l’immediatezza del tempo attraverso i tules, che però aggiungono il mistero, l’incognita di quello che sarà la realtà. Ma non è solo reminiscenza, il presente presenta l’amore nel cullare la natura, i suoi piccoli fantastici miracoli catturati. Il suo lavoro porta al femminile, al biologico e metafisico Promethean, che ha costantemente cercato libertà e progresso per se stesso, e che adesso quindi costantemente cerca di differenziarsi, e controllare il passato, l’immaginazione, l’emozione, l’istinto, il corpo, la naturalezza.
Raul Dominguez
Nella desolazione di un’epoca dove tutto è in discussione su fondamenta traballanti, l’uomo procede come in un videogame, cercando di sopravvivere ai tranelli disseminati sul percorso. Andando oltre le suggestioni che la sua arte sa creare, Federica Gonnelli offre allo spettatore l’invito a compiere un viaggio iniziatico, per tornare alle origini e ritrovare se stesso, attraverso il medium espressivo che predilige e in cui eccelle, l’installazione. “La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre”, diceva Albert Einstein. Così, lo spettatore deve prima liberarsi dai parametri consueti, dai contorni nitidi delle forme conosciute, compreso se stesso, per lasciarsi trasportare nelle opere e riuscire a raccogliere i messaggi che l’artista ha lasciato dietro di sé. Con fiducia, deve accettare l’aiuto che Federica gli offre attraverso il suo alter ego: il velo d’organza, la pelle dell’opera. La sua interposizione non è di ostacolo, ma è il tramite che porta alla conoscenza e all’archiviazione del sapere. Costringe il visitatore a fermarsi e ad avvicinarsi; lo rende attivo, capace di leggere e oltrepassare il lieve drappo per vedere e comprendere in profondità la natura di ciò che cela.
Dalla luce al buio alla luce. È la strada scelta, tutta in discesa. Basta girare l’angolo per intravedere la nuova dimensione che attende l’arrivo dello spettatore. Davanti, si dispiegano in opere di luce la Memoria e la Natura, i due pilastri della nostra esistenza, da cui far ripartire ogni ricostruzione. Mondi fantastici, dettagli intimi di ricordi che la memoria conserva; tracce di vissuto annidate nei meandri dell’inconscio che l’arte di Federica fa emergere e rende visibili all’interno di contenitori-case-rifugi, come tesori da preservare. Spesso non tangibili, per la loro fragilità o perché non ci si fermi alla loro corporeità. Il Tempo – passato/presente/futuro – si svolge in un’atmosfera evanescente. Il Corpo – contenuto/contenitore, presente/assente, parvenza – si mostra attraverso il tessuto nell’interezza o nella frammentarietà. Le suddivisioni di Tempo e Corpo non vanno considerate compartimenti stagni del sommergibile chiamato Vita, ma costituiscono la moltiplicazione delle possibilità. È come una trasmutazione continua dello stato della materia e dell’antimateria, della sostanza e dell’essenza, dove sono rilevanti i luoghi dal confine sfumato e dalla natura labile che si pongono nei punti di contatto tra diversi stadi e tra stati. Ci sono parole riferite a emozioni o a riflessioni intime in cerca di eternità, come nelle due installazioni dedicate ai personaggi della raccolta di poesie “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master. In Louise & Herbert, lo spettatore si addentra nell’intimità del ricordo doloroso di una relazione amorosa. Effimera come la vita. Il simbolismo dei colori espresso dai veli sottolinea il senso dei versi poetici e il loro incrocio allude all’incontro e alla morte; insieme, formano i petali di un fiore intriso del profumo di una memoria struggente. Nell’installazione,
Federica ha celebrato la metafora del sogno infranto. I volti che Federica ha dato a loro, sovrapponendo il suo a quello di persone legate a lei per affinità o per affetto sono: l’artista Frida Kahlo e il nonno materno Goretto. Nell’installazione Francis (Il Cuore Malato), lo stendardo del protagonista è in piedi appoggiato al muro e vi si ravvisa Antonio Gramsci, il cui cuore malato è il dolore di oggi per gli ideali traditi dalla società contemporanea. Inserita all’interno di una teca, la coppa di vetro nera è il fulcro dell’opera. Foriera di presagi funerei, la sua fragilità vieta di toccarla e gli aculei neri scoraggiano a farlo. Appese, quattordici immagini a doppia esposizione ricreano il clima di quel pomeriggio di giugno in giardino, mescolati ai rimandi biografici dello stesso Masters: le sue case, il fiume Spoon, il cimitero sulla collina. Federica ricorre sempre di più alla luce artificiale per fare strada allo spettatore tra le finissime trame del tessuto d’organza. Una guida mai definibile che si avvale della collaborazione dell’ombra, che esiste perché proviene da lei, la luce. L’artista sa giocare sapientemente con la realtà vista nel binomio luce-ombra, donando due visioni possibili a luce spenta e a luce accesa. Mentre, sottolinea il concetto di transizione e la possibilità di presenza dei corpi con la proiezione fissa o mobile. Questo è il modo di predisporsi alla vita e all’arte di Federica Gonnelli. Un linguaggio artistico che si sviluppa in una molteplicità di significati e di varianti di significato. È al contempo raffinato e ironicamente pop. Sa essere maestoso senza essere urlato e sa essere convincente anche nell’infinitamente piccolo.
Uno sguardo positivo che punta alla qualità dei sogni che aspira a realizzare.
Adriana M. Soldini, narratrice d’arte
la mostra, presentata da COMUNE DI CARMIGNANO, ASSESSORATO ALLA CULTURA e ASSOCIAZIONE CULTURALE CANTIERE D’ARTE ALBERTO MORETTI / GALLERIA SCHEMA prosegue fino al 22 aprile 2014
S.A.A.M.
Spazio d’arte Alberto Moretti / SCHEMA POLIS
Via Borgo 4,
P.za SS. Francesco e Michele, 59015 Carmignano (PO).
Di fronte alla Chiesa seguire le
indicazioni a destra.
Orari:
da mercoledì a domenica
dalle 15 alle 19 o per appuntamento.
Informazioni:
tel. 055 87050231 - 347 9786791 [email protected]po.it
[email protected]
Ingresso libero - Free entrance

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