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Torna "The China Study" in una nuova edizione aggiornata

Creato il 22 ottobre 2019 da Michelotto

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La recente pubblicazione dell'edizione aggiornata ed ampliata del celeberrimo best-seller "The China Study" ha suscitato in me la naturale curiosità di verificare i cambiamenti apportati, dandomi così anche l'occasione di tornare sull'argomento e provare a mettere meglio a fuoco certi concetti da me precedentemente espressi.
Avevo infatti recensito a suo tempo il famoso libro (leggi qui) esprimendo alcune perplessità a riguardo assieme alle critiche di altri ben più qualificati di me, perciò la mia curiosità era soprattutto di vedere come l'autore avesse reagito alle critiche piovutegli addosso.
Perplessità che purtroppo persistono anche dopo aver visionato questa nuova edizione. Ma prima di iniziare a parlarne vorrei opportunamente descrivere brevemente l'opera non prima di averne presentato l'autore, Colin Campbell, per chi non ne sapesse ancora abbastanza.
Ricercatore americano di fama internazionale con un curriculum di assoluto rispetto, avendo preso parte a numerose commissioni governative per la stesura e lo sviluppo di politiche su alimentazione e salute, Colin  Campbell è Professore emerito di Biochimica Nutrizionale alla Cornell University, nonché autore di centinaia di pubblicazioni scientifiche. Ha inoltre contribuito alla fondazione di alcune organizzazioni nazionali e internazionali che si occupano di salute e nutrizione ed è stato insignito di numerosi riconoscimenti.
Come molti di quelli che hanno letto l'opera originaria ricorderanno, la lunga e meticolosa indagine sulle abitudini alimentari nella Cina rurale e lo stato di salute complessivo della relativa popolazione comparati con quelli degli occidentali, e in particolare statunitensi, cioè l'oggetto del libro in questione, era stata pianificata allo scopo di verificare le ipotesi scaturite da esperimenti di laboratorio su due gruppi di ratti tenuti a regimi alimentari significativamente diversi ma esposti alla stessa quantità di aflatossina, un potente cancerogeno. Campbell e la sua squadra, ispirati da uno studio indiano molto simile, volevano così verificare quanto la dieta potesse influire sullo sviluppo del cancro innescato dalla tossina.
E qui nasce il primo problema: da come Campbell descrive i fatti, oltre a non specificare in che cosa consistesse la dieta somministrata agli animali dell'esperimento, a parte le diverse percentuali di caseina assegnate ai due gruppi (5% e 20%), lascia intendere che quest'ultima fosse presente in forma pura e non inclusa nel latte, l'alimento in cui è naturalmente presente e di cui costituisce la principale quota proteica. Il che fa una grossa differenza per quanto riguarda le conclusioni che Campbell estrapola dall'esperimento.
Secondo lo scienziato infatti, come molti già sapranno, la caseina (che, è opportuno precisarlo, nel test costituiva l'unica componente proteica) sarebbe addirittura "il più potente carcinogeno mai scoperto" in quanto dagli esperimenti emergerebbe che a determinare l'effetto cancerogeno dell'aflatossina sarebbe la dieta con la percentuale più alta di caseina, facendo ammalare di cancro al fegato per poi morire il 100% dei ratti sottoposti a quel regime, mentre nessuno di quelli che avevano assunto solo il 5% della proteina in questione si era ammalato. Inoltre Campbell, non avendo riscontrato alcun esito negativo utilizzando in successivi esperimenti proteine vegetali, forse nella fretta di dimostrare il potenziale cancerogeno dei cibi animali, estende la conclusione a proposito della caseina a tutte le proteine animali.
Ma, a parte il fatto che nessuno mangia caseina pura e che una dieta normale a base di alimenti naturali fornisce una certa varietà di proteine vegetali e animali, come la mettiamo coi lattanti, visto che, nutrendosi questi esclusivamente di latte,  assumono le percentuali di caseina più elevate? Possibile che la natura li abbia condannati ad un rischio oncologico così grave?
Non mi dilungo oltre, ma chi volesse approfondire questo e tutti gli altri argomenti controversi può leggere qui, sperando eventualmente che qualcuno voglia illuminarmi riguardo a tali dubbi.
Dubbi che tuttavia non scalfiscono che minimamente la validità di una ricerca che si presenta come la più importante mai realizzata nella storia della scienza nutrizionale, sia per ampiezza e profondità (durata 27 anni!) che per le modalità di realizzazione (il New York Times l'ha definita "Il Grand Prix degli studi epidemiologici").
Credo che il suo valore consista nel tentativo (in buona parte riuscito) di superare gli angusti limiti del metodo scientifico tradizionale basato esclusivamente su un criterio analitico-riduzionistico. Il che, oltre a confermare quanto altri studi più circoscritti avevano o avrebbero poi portato alla luce (l'edizione originale de "The China Study" risale al 2005), avvalora i concetti espressi da alcune scuole di pensiero naturiste e filo-vegetariane, ma che non avevano mai ricevuto rilevanza scientifica.
La forza di questo lavoro sta infatti nel considerare, mettendoli a confronto, modelli dietetici e non singole sostanze nutritive, come si fa nella scienza nutrizionale classica, nel pieno spirito dunque della concezione olistica della medicina. Il metodo scientifico ortodosso infatti mira sempre all'individuazione di un fattore specifico come causa di un effetto specifico, trascurando però in questo caso l'effetto sinergico di tutti gli altri fattori presenti in uno stesso alimento e nella dieta nel suo complesso, oltre alle implicazioni su altre problematiche. Le conclusioni sono perciò spesso incomplete e forvianti, tuttavia questo è considerato "il metodo scientifico" in quanto, eliminando in partenza tutti i fattori confondenti che potrebbero falsare l'interpretazione di un risultato, si persegue così una formale quanto irrealistica precisione.
Ciò che i critici di Campbell non hanno capito è che il ricercatore non pretende di dimostrare un rapporto di causalità diretta tra la dieta standard occidentale, o un alimento specifico, e specifiche patologie, ma che una dieta vegetale, organica e integrale ("Whole: Integrale e Vegetale", come si intitola un altro suo libro famoso) ha ripercussioni nettamente più favorevoli sullo stato di salute complessivo di una popolazione. Il che ha un'importanza pratica ben maggiore dei dettagli che ci fornisce la scienza "ortodossa".
Inoltre per la prima volta uno studio di vasta portata riguardava popolazioni con abitudini alimentari così antitetiche: da una parte gli Statunitensi con le percentuali più elevate di assunzione proteica (di cui più dell'80% rappresentato da proteine animali) e dall'altra i Cinesi con le più basse (e solo il 10% di quella già scarsa quantità era di origine animale). Fino ad allora tutti gli studi fatti in Occidente riguardavano sempre soggetti che consumavano cibi animali in quantità più o meno rilevanti anche quando si trattava di vegetariani (che, anche se non mangiano nessun tipo di carne, compensano ampiamente con latte e formaggi e in alcuni casi anche con uova), perciò lo studio fatto in Cina rende più evidenti certe differenze e più credibili certe correlazioni.
Ciò che emerge da questo studio osservazionale sono concetti generali di valenza puramente statistica accettati da sempre più esperti e medici, ribaditi e formalizzati nelle raccomandazioni del Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro, tuttavia l'interpretazione che ne dà Campbell non mi trova d'accordo, e così la pensa la maggior parte dei nutrizionisti.
Il messaggio inequivocabile che trasmette il libro è una semplicistica dicotomia che vuol far apparire i cibi animali come sinonimo di cibo cattivo, e naturalmente quelli vegetali come i buoni. Insomma equiparare il cibo animale, senza distinzione alcuna, alle sigarette, che anche in minime quantità non fanno mai bene, è una eccessiva generalizzazione, un'approssimazione che tradisce, nonostante le buone intenzioni "olistiche" di Campbell, la sua forma mentis scientifica tradizionale e con essa la propensione all'omologazione.
La raccomandazione di evitare categoricamente i cibi animali scaturisce dall'osservazione che in tutte le patologie studiate nella ricerca cinese (che riguardavano obesità e diabete, le forme più comuni di cancro, le malattie cardiovascolari, quelle autoimmuni, osteoporosi, patologie renali, oculari e demenza senile, cioè le patologie degenerative più diffuse) era emersa una correlazione inversa tra consumo di cibo animale e incidenza delle suddette malattie. E' sicuramente un dato quanto mai interessante che se divenisse di dominio pubblico...  ma è opportuno ricordare che le malattie esistenti sono migliaia!
Del resto lo stesso Campbell e suo figlio Thomas nel suo libro "Il Piano Campbell" puntualizzano che non esistono dati che dimostrino i vantaggi di una dieta totalmente priva di cibi animali rispetto ad una che ne comprende saltuariamente, tuttavia ritengono opportuno che si entri nell'ordine di idee di azzerarli il più possibile per facilitare il nuovo approccio ed essere più sicuri di ottenere i risultati voluti. Comunque lascia perplessi il fatto che la necessità per chi opta per una dieta 100% vegetale di integrare con vitamina B12 ed eventualmente con la D (nonostante la contrarietà espressa dagli autori agli integratori in generale) sia nel libro soltanto accennata. Così a chi non legge attentamente il paragrafo che ne parla potrebbe facilmente sfuggire un'informazione così fondamentale.
E tutto questo per evitare di assumere 2-3 volte a settimana cibo animale di buona qualità? Lo trovo assurdo: se per seguire una dieta si deve ricorrere sistemeticamente agli integratori a vita è implicito che quella dieta è inadeguata.
E a proposito di "buona qualità" c'è da far notare che perfino Campbell è costretto ad ammettere che le proteine animali sono ritenute di più alta qualità biologica in quanto più facilmente utilizzabili dall'organismo (pag. 40 della prima edizione e pag. 42 della nuova), il che vuol dire che in determinate circostanze possono non solo essere tollerate, ma perfino vantaggiose, se non necessarie.
Quelle scientifiche, come si sa, sono verità statistiche in quanto non tengono conto dell'individualità, dell'ambiente in cui si vive, delle qualità energetiche del cibo (che non c'entrano niente con le calorie!) e molti altri fattori.
Le direttive raccomandate da Campbell sono infatti troppo generiche e si riassumono nello scegliere esclusivamente cibo vegetale nella sua forma naturale, cioè integrale e non raffinata. Dunque uno potrebbe mangiare a volontà banane, patate, pomodori e altri vegetali discutibili, oppure più legumi che cereali, più frutta che cereali, solo frutta, troppi cereali e pochi legumi e verdure, troppi prodotti da forno come pane, biscotti, crackers, grissini (tanto per la scienza son sempre "cereali"), tutto crudo o tutto cotto, magari con troppo sale e rientrare comunque in quelle raccomandazioni.
Per fortuna c'è la macrobiotica che, grazie ad un "salto quantico", provvede a fornire il tassello mancante all'approccio "scientifico", compreso quello con velleità olistiche di cui si sta discutendo.
Lo conferma Annemarie Colbin (brillante e famosa nutrizionista olistica purtroppo scomparsa) che nel suo libro "Cibo e Guarigione", nel commentare le varie diete e filosofie alimentari, così si esprime a pag. 130: "Fra tutte le filosofie alimentari che ho finora conosciuto, ritengo che la macrobiotica sia l'unica che proponga un metodo teorico sinceramente olistico. Teoricamente la dieta tiene conto di tutte le circostanze possibili della vita di un individuo: l'ambiente, i fattori ereditari, la condizione presente, la costituzione e anche gli obiettivi e l'attività lavorativa... "
E' interessante notare (e bisognerà pur farsene una ragione) che l'ayurveda (che significa "scienza della vita"), il più antico sistema medico-filosofico che condivide con la macrobiotica gli stessi concetti olistici di base, e dunque riconosce nell'alimentazione il fattore più fondamentale per la salute, non ha alcuna preclusione nei confronti del cibo animale purché naturale, pur proponendo una dieta sostanzialmente vegetale. Ad essere precisi non si può neanche parlare di "dieta ayurvedica" intesa come standard, in quanto quest'arte salutistica così antica, ma sempre più diffusa al giorno d'oggi, attribuisce particolare importanza alla costituzione, oltre che alla condizione della persona, e perciò adegua sempre la dieta con mirabile precisione alle necessità individuali. E questo non lo si ottiene certo attingendo ai dati del "China Study".
Il libro ha comunque il merito di aver trattato l'argomento sotto ogni punto di vista possibile, cosa che ne fa un'opera unica nel suo genere, spiegando ad esempio ai "non addetti ai lavori" i criteri con cui si svolge la ricerca scientifica e cosa si intende per "buona scienza" per potersi difendere dalla confusione mediatica onnipresente; sfata i miti più comuni, come quello del determinismo genetico, mettendo in risalto l'importanza degli stili di vita, come ci suggerisce l'epigenetica, la nuova frontiera della biologia; spiega come gli agenti chimici inquinanti con cui veniamo in contatto siano meno importanti della dieta, la quale ne modula gli effetti tossici, come si è visto negli esperimenti coi ratti; come gli integratori alimentari non possono sostituire il valore nutrizionale di una dieta naturale opportunamente equilibrata e porta alla luce con dovizia di particolari perfino gli inciuci esistenti fra industria alimentare, ambiente scientifico, politica e mass media che ostacolano la diffusione di informazioni corrette... ma imbarazzanti.
A questo punto non rimane che soddisfare la legittima curiosità di illustrare le differenze che si riscontrano in questa nuova edizione che, lo dico subito, sono piuttosto marginali.
A parte un accenno alle nuove ricerche condotte successivamente alla pubblicazione del libro, che confermerebbero le conclusioni già espresse (in particolare quelle sull'Alzheimer), si parla della carriera di  Thomas Campbell, figlio del più famoso Colin e già co-autore di "The China Study", il quale, laureatosi nel frattempo in Medicina, ha voluto seguire le orme paterne, scrivendo "Il Piano Campbell", in cui si mettono a fuoco e si sviluppano i temi trattati nel noto best-seller, con chiarimenti e indicazioni pratiche a chi vuole seguire l'approccio dietetico consigliato. Attualmente è direttore del "T. Colin Campbell Center of Nutrition Studies", un'organizzazione no-profit che si occupa di promuovere la salute ottimale attraverso le abitudini alimentari ritenute più consone e la ricerca in campo nutrizionale.

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Colin Campbell e suo figlio Thomas


C'è inoltre l'annuncio della realizzazione di tre nuovi documentari ispirati palesemente al libro: "Forks over knives", "Plant Pure Nation" e "Planeat".
Ma la novità più importante è che ora si può accedere attraverso il sito https://www.gruppomacro.com/lp/libro-4d-macro (www.gruppomacro.com/4D) ad un'area riservata a contenuti multimediali (libro4D) dove si possono approfondire i contenuti di un libro scelto. In questo caso sono disponibili alla visione su pc, tablet, smartphone sette video-conferenze di Colin Campbell dai seguenti titoli:
  • Disinnescare il cancro
  • Lezioni dalla Cina
  • Forme comuni di cancro: seno, prostata, colon e retto
  • Malattie autoimmuni
  • Mangiare correttamente: 8 principi in fatto di alimentazione e salute
  • Le strategie alimentari possono controllare un'ampia gamma di malattie
  • La scienza dell'industria

Per usufruire di questo servizio è sufficiente iscriversi gratuitamente a MyMacro cliccando sull'icona in alto a destra indicata con MY e attivare un codice contenuto nell'ultima pagina del libro.
Concludendo, "The China Study" rappresenta un enorme passo avanti rispetto alla scienza nutrizionale classica ma, come ho già affermato in un'altra occasione, non dice tutta la verità. E potrebbe anche essere pericoloso per chi vi si affida senza un minimo di conoscenze e senso critico.
Michele Nardella

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