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Tornare al “ventre della madre”. La Pasqua di Gesù raccontata da una donna

Da Ganimede

Riflessioni di Paola Morini

Tornare al “ventre della madre”. La Pasqua di Gesù raccontata da una donna

Era il giorno degli azzimi in cui si consuma la Pasqua; tutti assieme ci radunammo per celebrare il rituale. Gesù ci aveva lasciato intendere che quella Pasqua non sarebbe stata come le altre.
Da tempo cercava di farci capire che per seguirlo sul sentiero della buona novella dovevamo cambiare orizzonte, trovare il modo di rinascere, di “tornare nel ventre della madre” come aveva detto, incredulo, Nicodemo.

Non tirava una buona aria in quei giorni; i continui attacchi di Gesù ai leviti, ai farisei e a tutta la gerarchia ci avevano resi invisi a coloro che detenevano il potere religioso.
Anche tra noi serpeggiava il malcontento: a qualcuno non piaceva il suo radicale rifiuto del potere e della lotta armata per rovesciare gli invasori dal trono, men che meno piaceva il ruolo che  aveva lasciato assumere alle donne... la confidenza che ci aveva accordato, l'attenzione prestataci, scegliendoci come interlocutrici.

Noi donne gliene eravamo grate: finalmente riconosciute  al di là del ruolo di madri o di mogli, finalmente partecipi a pieno titolo della realizzazione di un grande progetto di cambiamento. Del resto noi stesse ci eravamo rese conto che per noi era in qualche modo più facile, che per gli uomini che lo seguivano,  capirlo quando parlava, interiorizzare la carica innovativa del suo messaggio.
Per noi, abituate a non poter scegliere, ad essere considerate impure, ad obbedire e sottometterci, quella smania dei nostri fratelli di sapere chi sarebbe stato il più grande nel regno dei cieli non aveva alcun senso.

A noi abituate a servire il cibo, a qualsiasi ora, sia a chi tornava dai campi o dal lavoro, sia a chi aveva oziato tutto il giorno, o a chi viandante capitava sull'uscio di casa, non era parsa poi così strana la storia del padrone che paga a tutti la stessa mercede.  
Sì, Gesù sovvertiva l'ordine e le leggi in vigore da secoli, ma a noi sembrava che ciò che lui annunciava fosse celato dentro di noi da sempre; ci sentivamo come la roccia di Meriba toccata da Mosè*: Gesù aveva aperto la nostra sorgente, aveva dato voce al nostro muto senso della vita.
Ci radunammo dunque nel cenacolo, eravamo in attesa... Gesù prese un asciugamano, lo legò in vita e cominciò a lavarci i piedi. Ci furono le proteste di Pietro, lo sconcerto di altri, in noi  si fece strada l'idea che dietro quel gesto familiare si celasse una riedizione della purificazione che Mosè aveva operato sui leviti presso il monte Sinai**: era veramente importante la Pasqua che Gesù voleva farci vivere!
Ogni gesto dell'antico rituale venne ripreso e tasformato, ogni simbolo assumeva un valore nuovo e dirompente nella sua forza di cambiamento. Ormai sapevamo che da quel momento nulla sarebbe più stato come prima. Si discusse a lungo quella sera, sempre in bilico lungo l'aspro crinale del tramandare e dello stravolgere, della tradizione e del tradimento.
Parlavamo del senso del rituale, del sacrificio da offrire a Dio, del ruolo dei primogeniti maschi.. "E poichè Faraone si ostinava a non lasciarci partire, il Signore uccise tutti i primogeniti della terra d'Egitto, dal primogenito dell'uomo al primo nato delle bestie; perciò io sacrifico al Signore il maschio di ogni primo parto e riscatto ogni primogenito dei miei figliuoli." (Esodo 13, 15-16)
"S'immolerà pure un capro in sacrificio, per il peccato, affinchè sia compiuto su di voi il rito d'espiazione" (Numeri 28, 22-23). Parlammo anche del ruolo del tempio e dell'altare, di quello dei sacerdoti, attori del sacrificio e destinatari delle offerte...
Quel versare il sangue della vittima, intingervi le dita, bagnare con esso gli angoli dell'altare o, come usavano i samaritani, le fronti dei maschi, sembrava ad alcune di noi quasi una formula per dire che nel mondo nulla può sottrarsi all'uccisione, all'uso della violenza, allo spargimento di sangue, e che l'unico modo per non sentirsi sopraffatti dal terrore di fronte a questa realtà è ritualizzarla, invocare su di essa il nome di Dio, rendendola così pura e santa.
Fu a quel punto che Gesù ce lo ricordò... l'altro sangue: quello della vita e non della morte, quello che i sacerdoti considerano impuro mentre dicono puro quello che sgorga dalla ferita di una bestia sgozzata.
Sì, il sangue delle donne, il sangue del parto che è sacrificio, è dolore sì, ma è gioia in quanto fonte di nuova vita.

Fu a quel punto che ci offrì un bicchiere in cui c'era del vino e parlando di sè come di una madre ci disse: "Ecco questo è il mio sangue della nuova alleanza, versato per molti" Ne bevemmo con gioia, sentivamo che veramente ci stava generando a vita nuova. Giuda non apprezzò, lo considerò un gesto sacrilego. Raccolse le sue cose e se ne andò... l'avremmo rivisto a breve.
Ma per noi fu chiaro che grazie a Gesù eravamo finalmente usciti dal rito dell'uccisione, dall'ordine del tempio, dalla dittatura della tradizione, dal controllo dei sacrificatori;
intorno alla mensa eravamo finalmente  libere di condividere il pane e il vino. Stretti attorno a Gesù, accarezzati dalle sue mani, nutriti dai suoi gesti, amati dal padre, amanti dei nostri fratelli e delle nostre sorelle  avremmo potuto generare il mondo dell'amore.

Lo faremo ricordandoci di lui in una memoria che è nella storia ma fuori dal tempo, che non fissa nè regole nè gerarchie per non fare della tradizione l'ennesimo tradimento.


* Numeri 20, 2-12
**Numeri 8, 5-10

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