Tra carne e spirito: concettualizzazioni di corpo e soggettività femminili in età moderna

Creato il 05 marzo 2012 da Ilcasos @ilcasos

- L’istinto materno prima o poi arriva, ora non ci pensi perché sei giovane.
– Ti devono venire?
– Sei isterica come tutte le donne!

La Carità romana (sui diversi significati simbolici dell’allattamento)

Disordinate, irregolari come i loro strani cicli, deboli, materne o matrigne, sconvolte da uteri vaganti, o dagli ormoni. Il corpo delle donne e i loro comportamenti sembrano essere connessi in modalità incomprensibili all’occhio umano, almeno a giudicare dalle espressioni utilizzate per descriverlo. Già con Aristotele troviamo descrizioni del corpo femminile come disordinato e incostante[1] e tale corpo era strettamente collegato al ritenere limitate le possibilità spirituali e mentali femminili, come sarebbe poi stato ripreso dai teologi medievali, in particolare Girolamo, Agostino, Gregorio Magno[2].
Il disordine insito nella sua condizione conduceva la donna a essere considerata più facilmente attratta da arti diaboliche e stregonesche e a non poter comunque predicare o dedicarsi alla speculazione teologica: la sua debolezza d’intelletto ne avrebbe minato il risultato o avrebbe potuto corrompere altre anime se avesse diffuso le sue false credenze. Anche i casi di stregoneria erano spesso indirizzati alle donne che parlavano “troppo” o nel sonno, ma vedevano una conferma nel corpo. Le cosiddette “poppe” delle streghe erano anomalie epidermiche da cui si pensava che si nutrisse il Maligno, come suggeriva il Malleus Maleficarum. Proprio perché parlare per le donne era pericoloso, a queste si consentivano discorsi solo durante determinati periodi dell’anno, ad esempio il Carnevale.
Questo non è, o non è del tutto, il mondo che conosciamo, in cui non è tanto il corpo a dettare caratteristiche psicologiche, quanto la mente che si occupa del corpo. Pillole per dimagrire, rafforzarsi, ginnastica, creme ringiovanenti, sono solo alcuni dei dispositivi utilizzati. Nonostante questo, il corpo biologico ci sembra spesso qualcosa di statico, indissolubile, dato in se stesso. In realtà trovo condivisibile una concezione secondo cui i nostri corpi biologici sono sociali e inseriti nella storia almeno quanto sono scritti da codici genetici (che, in fin dei conti, hanno anch’essi memoria storica). E come realtà storiche subiscono crisi ed evoluzioni. Qui, ho volute analizzare come la crisi di un mondo (quello antico e medievale) abbia influenzato il concetto del corpo dal punto di vista medico e religioso.

Un corpo trascendente

La scienza medica occidentale, fino al Seicento, segue il pensiero ippocratico, specie nel commento galenico. Si riteneva cioè che la salute dipendesse dall’equilibrio degli “umori” corporei (sangue, bile nera e gialla, flemma) e dalle categorie di caldo e freddo, che tuttavia si pensava fossero connesse alle persone in varia misura a seconda della natura: potevano cioè esserci persone sanguigne e calde, oppure flemmatiche e fredde, ad esempio. Tutti i fluidi corporei, in virtù di tali equilibri, erano perciò connessi e facevano parte di uno stesso meccanismo: ad esempio il sangue (che aveva costituito la materia creatrice del feto) diveniva latte quando una donna partoriva, ed essendo costituito della stessa sostanza dello sperma si pensava che fosse dannoso per le allattanti avere rapporti sessuali. Inoltre, tali teorie formulavano le teorie sessuali sull’analogia, più che sulla differenza, tanto che, al contrario che nella concezione aristotelica di inferiorità femminile, in Galeno vediamo la donna costituirsi come un uomo “al contrario” i cui organi si riversavano infatti all’interno[3].

Cristo come madre, dipinto di Quirizio da Murano

Ognuna di queste concezioni si andava a legare indissolubilmente con le teorie spirituali, per cui la donna, uomo rovesciato o inferiore, finiva con l’essere allontanata dalla speculazione teologica, ma che al tempo stesso vedeva nel proprio corpo (e nel suo annullamento) il mezzo per raggiungere la trascendenza: numerose sono le testimonianze di mortificazione corporale vissute dalle donne, da quelle sante vive che sembravano raggiungere in terra Dio, a riprova del cui incontro vi erano fatti miracolosi, ancora una volta spesso legati al loro corpo, ad esempio che riuscissero a non mangiare o non avessero più le mestruazioni[4]. Tuttavia, il corpo permeava alcune visioni spirituali di Cristo come madre, al cui costato numerosi santi si erano abbeverati[5], o di Cristo come frutto del sangue mestruale di Maria[6]. Figure di spicco come Francesco d’Assisi, Enrico Suso, Riccardo Rolle e Taulero utilizzavano in senso positivo metafore femminili, parlando di sé come madri. La debolezza femminile non permetteva alle donne di accostarsi alle Scritture, che sarebbero state inevitabilmente fraintese dalla loro mente poco capace, ma proprio in virtù della propria debolezza alle donne era a volte riservato un contatto diretto con la divinità, non mediato dai testi come per gli uomini. Le ultime saranno le prime, ma gli stessi uomini che usavano metafore femminili, non erano per questo spesso meno convinti della subordinazione del sesso femminile[7]. Specie nel Medioevo, nonostante alcune di tali teorie fossero a cavallo tra ortodossia ed eterodossia , troviamo quindi spiritualità femminili o al femminile che tendevano a discostarsi da una visione prettamente “maschile” della teologia, che si sarebbe però imposta successivamente anche grazie a quella scienza che è stata tanto spesso enfatizzata come portatrice di valori laicali e materialistici.

L’invenzione del corpo materno

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L’imposizione di una visione patriarcale sulla spiritualità e sul corpo avviene con diverse strategie e in diversi tempi e di conseguenza in diverse forme. Non è mia intenzione argomentare una strategia comune, ma piuttosto riflettere su come cambiamenti sociali che sono avvenuti a diversi livelli (anche se qui ne prendo in considerazione solo due) abbiano creato una nuova concezione di corpo,  in particolare quello femminile. Infatti, Riforma e Controriforma, anche grazie a una nuova medicina, agirono sulla vita femminile determinandone in particolare il ruolo all’interno della famiglia.
Il primo passo per costituire l’associazione tra corpo femminile e materno che a tutt’oggi permea la visione sulle donne fu quello di enfatizzarne il ruolo di soggetto trasmettitore di conoscenza primaria sulla religione, limitandone al tempo stesso gli spazi autonomi chiudendo i monasteri o imponendovi la clausura, controllandone i comportamenti in confessionale o a livello sociale[8]. Sebbene il dibattito sulla condizione femminile sia spesso diviso tra chi sostiene una maggiore libertà tra i riformati e chi tra i cattolici, penso che sia possibile argomentare una sostanziale regressione della condizione femminile a fronte della reazione generale seguita alla crisi teologica e politica[9].

Anatomia Uteri Gravidi, 1774

Nel secolo successivo al Concilio di Trento, in cui in Italia in particolare vediamo poco a poco applicarsi le disposizioni restrittive sulla libertà femminile, specie claustrale, nasce la nuova scienza medica. Tra le più importanti scoperte del Seicento Harvey comprende la circolazione e si osservano le cellule sessuali maschili e femminili (sebbene per gli spermatozoi si debba attendere un lungo periodo prima di comprenderne la reale funzione)[10]. In questo periodo si inizia anche ad utilizzare con più frequenza strumenti per “aiutare” il parto: il primo cesareo su una donna viva avviene nel 1581 e si iniziano a usare forcipi e uncini per estrarre i feti. In entrambi i casi, scopo principale e’ quello di salvare l’anima al bambino, anche in condizioni di parto difficili. Da qui nasce la branca dell’ostetricia, che va a soppiantare l’attività delle levatrici, già spesso regolata dalle parrocchie o dalle autorità locali. In questo caso, osserviamo come l’azione della scienza, della religione e dello Stato (che regolava l’accesso alle Facoltà di ostetricia e conferiva le licenze ai medici) vada a controllare il corpo delle donne gravide e a regolarlo. La nuova scienza si caratterizzava anche per l’utilizzazione di un metodo empirico che soprattutto inizialmente si applica allo studio dei cadaveri. Non più spettacolarizzate, le notomie si spostano dall’Accademia e dal corpo dei condannati a morte, dei suicidi o trafugati, ai cadaveri di persone decedute per morte naturale o per malattia. La diffusione di tali pratiche, che in Italia precedette molti altri paesi europei è testimoniata da discussioni familiari (ancora non quantificabili) di tali esami post mortem anche in famiglie nobili[11], quando si riportavano le possibili cause di morte di un proprio caro. Allo stesso tempo vi è la riformulazione di alcuni comportamenti precedentemente tollerati come devianti, in particolare nella riconduzione dei deliri mistici e delle melanconie femminili a pazzia, isteria e depressione. La corporeità e la mente vengono disciplinate, internalizzate e privatizzate e conseguentemente lo sguardo medico inizia ad occuparsi non più dei segni esteriori o degli equilibri umorali, ma anche di ciò che accade all’interno del corpo. A riprova di ciò si hanno dal Seicento-Settecento le illustrazioni anatomiche, che iniziano a corredare i manuali medici (in ciò si era distinto alcuni secoli prima, a dire il vero, Leonardo da Vinci), tra questi, nel 1773, l’atlante Anatomia Uteri Gravidi, che era stato possibile redigere grazie a una certa fortuna nel ritrovamento di una giovane donna vicina al parto e morta improvvisamente[12].
Ancora nel Settecento, osserviamo come questo processo che sposta il corpo femminile in famiglia abbia compiuto il suo iter, almeno per quanto riguarda la società borghese. L’allattamento che veniva inizialmente affidato alle balie, anche perché le donne dovevano sostenere una serie di attività sociali cospicua che non permetteva loro di nutrire i propri figli, diviene un compito materno. L’allattamento al seno viene incoraggiato per le madri come primario momento per stare assieme ai figli, ignorandone per altro gli aspetti di piacere sessuale che questo comporta, in una tendenza che è proseguita fino ad oggi[13]. L’allattamento diviene, a mio avviso, la sanzione definitiva di un ruolo materno legato alla casa e alla famiglia che sarà fatto proprio dalla tradizione borghese dell’età contemporanea. La donna viene spinta a vedere la casa come il suo luogo “naturale”, così come la gravidanza, l’allattamento e l’educazione dei figli, anche se fino alla Rivoluzione Industriale tale ruolo non era assunto nemmeno nelle famiglie benestanti.

Viene a definirsi in maniera visibile, a cavallo tra Settecento e Ottocento, una costruzione culturale, sociale e simbolica della maternità che presuppone la responsabilità verso il figlio, assegnando alle donne il lavoro di cura che, prima condiviso da più figure e decentrato in più luoghi, ora si cumula su una sola persona e si colloca attorno al focolare. Più le richieste in ordine all’igiene, all’alimentazione, all’istruzione si fanno pressanti, più il lavoro materno diventa responsabile ed esclusivo e si struttura come ruolo, cioè come complesso di aspettative condivise nell’ambito di un determinato gruppo, relative ai comportamenti delle donne nella famiglia[14].

Conclusioni

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Lezione di anatomia del dottor Tulp, Rembrandt

L’argomentazione, non proprio originale, è che il corpo della donna sia stato oggetto di controlli e costruzioni sociali incrociati e che questo gli ha dato la forma che ha assunto oggi.
Il desiderio di maternità, la medicalizzazione del parto, il piacere dell’allattamento al seno (ma non quello sessuale, solo quello casto e materno) sono elementi che si sono sviluppati come “identitari” nel soggetto donna attraverso i secoli, ma per i quali vedo come secolo centrale il Seicento. La nuova scienza medica, basata sull’osservazione e una visione distante hanno sì da un lato contribuito a diminuire la mortalità di numerose malattie, ma hanno anche dipinto il medico come un essere distante e onnipotente, quando nelle età precedenti questi era più che altro un consigliere, che doveva interpretare i segni del corpo e curare la persona, più che la malattia, come in altre discipline mediche (numerosi sono i punti in comune tra la medicina tradizionale cinese e quella galenica, ad esempio).
Interessante è anche notare come una serie di cambiamenti si siano prodotti grazie a una profonda influenza delle chiese, specialmente per quanto riguarda il ruolo materno.
Manca a questa analisi una più accurata ricerca sulla condotta statale: sappiamo ad esempio che in alcune località si intervenne duramente contro le levatrici, sostituendole con ostetrici e ginecologi, ma anche che le donne gravide dovevano denunciare la propria condizione alle autorità per evitare aborti (che prima del Cinque-seicento erano invece ampiamente tollerati specie nei primi mesi di gravidanza).
Ma penso sia possibile invitare tutti a trovare persistenze e mutamenti. Ciò che era impensabile è ora teorizzato da riviste scientifiche, chiese e leggi (la soggettività giuridica dell’embrione)[15], mentre le analogie galeniche e i concetti di passività femminile nell’inseminazione persistono (basti pensare alla descrizione della clitoride come “piccolo pene” o alla passività dell’ovulo di fronte agli spermatozoi[16]).
A volte verrebbe da chiedersi

di chi è questo corpo così carino di cui tutti vogliono farsi beffe?Di chi è questo corpo per niente carino che tutti valutano come misurerebbero una vacca sul mercato? A chi appartiene questo corpo che invecchia, ingrassa, si sforma, mi domanda del lavoro e della cura per restare conforme ai parametri del desiderabile? Desiderabile per chi?[17]

Per approfondimenti sul tema, si consiglia l’opera di Barbara Duden, in particolare Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita, Bollati Boringhieri, Torino, 1994.

[Bibliografia]

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Note   (↵ returns to text)
  1. Il maschio era visto come “portatore del principio del mutamento e della generazione”, mentre la femmina “di quello della materia”, in un dualismo tra spirito e materialità che avrebbe goduto di lunga fortuna, Aristotele, Superiorità del maschio nella riproduzione, in Opere, Riproduzione degli animali, vol. V.↵
  2. C. W. Bynum, Sacro convivio e sacro digiuno. Il significato religioso del cibo per le donne del Medioevo, Feltrinelli, 2001, p. 239.↵
  3. Proprio in virtù di tali analogie troviamo ricerche che potrebbero apparire “bizzarre” all’occhio contemporaneo, come quelle sugli uomini mestruanti (G. Pomata, Uomini mestruanti. Somiglianza e differenza fra i sessi in Europa in età moderna, «Quaderni storici», 1992, p. 79), o teorie mediche cosiddette appartenenti al “femminismo galenico”, in cui alla donna si attribuiva pari dignità rispetto all’uomo, anche in virtù della sua potenza generatrice. Mercuriale, ad esempio, scriveva: «Non so stupirmi abbastanza di Aristotele, che disse che le donne e le femmine tutte sono dei mostri: infatti sia che guardiamo alla forza delle femmine nella propagazione della specie (cosa pertinente alla natura) sia che consideriamo l’utilità delle donne per una vita buona e felice, vediamo chiaramente che la femmina non è affatto un mostro, come diceva Aristotele, ma piuttosto un obiettivo primario dell’intenzione della natura», in G. Pomata, Donne e Rivoluzione Scientifica: verso un nuovo bilancio, in N. M. Filippini, T. Plebani, A. Scattigno (cur.), Corpi e storia,  Donne e uomini dal mondo antico all’età contemporanea, Roma 2002.↵
  4. G. Zarri, Le sante vive: profezie di corte e devozione femminile tra ’400 e ’500, Rosenberg&Sellier, Torino 1990 e C. W. Bynum, Sacro convivio e sacro digiuno. Il significato religioso del cibo per le donne del Medioevo, Feltrinelli, Milano 2001.↵
  5. C. W. Bynum, Sacro convivio e sacro digiuno. Il significato religioso del cibo per le donne del Medioevo, Feltrinelli, Milano 2001.↵
  6. Sull’assorbimento del sangue mestruale da parte dell’utero durante la gravidanza, V. Andò, Modelli culturali e fisiologia della maternità nella medicina ippocratica, in Madri, a cura di G. Fiume, sulle sue implicazioni teologiche, C. W. Bynum, Wonderful Blood. Theology and Practice in Late Medieval Northern Germany and Beyond, University of Pennsilvania Press, Philadelphia 2007.↵
  7. C. W. Bynum, Sacro convivio e sacro digiuno. Il significato religioso del cibo per le donne del Medioevo, Feltrinelli, Milano 2001, p. 122.↵
  8. G. Zarri, Un percorso di ricerca, in Ead. (cur.), Donna, disciplina e creanza cristiana. Un percorso di ricerca, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma.↵
  9. Cfr. R. H. Bainton, Donne della Riforma, 2 voll., Claudiana, Torino 2000, per una posizione positiva sulla Riforma e P. G. Wallace, La lunga età della Riforma, il Mulino, Bologna 2004 per una posizione più critica.↵
  10. B. Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita, Bollati Boringhieri, Torino 1994, p. 46.↵
  11. L’autopsia di Vittoria Patrizi è descritta in Archivio di Stato di Roma, Archivio Spada-Veralli, b.623, lettera di Eugenia Spada del 26 Maggio 1685.↵
  12. B. Duden, The Woman Beneath the Skin. A doctor’s patients in eighteenth-century Germany, Harvard University Press, London 1991.↵
  13. D. Lombardi, Storia del matrimonio dal Medioevo a oggi, Il Mulino, Bologna 2008. Interessante è comunque notare che tale aspetto di piacere era ignorato anche dalla maggior parte delle teorie galeniche, nonostante per queste il processo analogico accostasse i capezzoli al pene.↵
  14. G. Fiume, Nuovi modelli e nuove codificazioni: madri e mogli tra Settecento e Ottocento, in M. D’Amelia (cur.), Storia della maternità, Laterza, Roma 1997, p. 77. ↵
  15. B. Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita, Bollati Boringhieri, Torino 1994.↵
  16. Nella metafora medica dell’ovulo fecondato passivamente (confutata da numerose ricerche che lo vedono invece “attivo” nell’accogliere lo spermatozoo) possiamo intravedere ancora una volta il pensiero di Aristotele, che vedeva l’uomo attivo, in quanto “atto a generare nell’altro” e la donna passiva in quanto “genera in se stessa e dalla quale si forma il generato che stava nel genitore”, in Aristotele, Superiorità del maschio nella riproduzione, in Opere, Riproduzione degli animali, vol. V.↵
  17. Tiqqun, Ecografia di una potenzialità, trad. it. (scaricabile qui) di Échographie d’une puissance, in «Tiqqun, Organe de liaison au sein du Parti Imaginaire – Zone d’Opacité Offensive», Les Belles-Lettres, 2001, pp. 194-233, disponibile su bloom0101.↵
    • Valeria Andò, Modelli culturali e fisiologia della maternità nella medicina ippocratica, in Giovanna Fiume (cur.), Madri. Storia di un ruolo sociale, Marsilio, Venezia 1995, pp. 33-44.
    • Roland H. Bainton, La Riforma protestante, Einaudi, Torino 2000.
    • Caroline W. Bynum, Holy Feast and Holy Fast, the religious significance of food to medieval women, University of California Press, Berkeley-London, 1987.
    • Caroline W. Bynum, Sacro convivio e sacro digiuno. Il significato religioso del cibo per le donne del Medioevo, Feltrinelli, Milano 2001.
    • Caroline W. Bynum, Wonderful Blood. Theology and Practice in Late Medieval Northern Germany and Beyond, University of Pennsilvania Press, Philadelphia 2007.
    • Maria Pia Donato, Il normale, il patologico e la sezione cadaverica in età moderna, in «Quaderni storici», 1/2011, pp. 75-98.
    • Barbara Duden, The Woman Beneath the Skin. A doctor’s patients in eighteenth-century Germany, Harvard University Press, London 1991.
    • Barbara Duden. Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita,  Bollati Boringhieri, Torino 1994.
    • Valerie Fildes, Breasts, Bottles and Babies, Edinburgh University Press, Edinburgh 1989.
    • Giovanna Fiume, Nuovi modelli e nuove codificazioni: madri e mogli tra Settecento e Ottocento, in Marina D’Amelia (cur.), Storia della maternità, Laterza, Roma 1997, pp. 76-110.
    • Daniela Lombardi, Storia del matrimonio dal Medioevo a oggi, Il Mulino, Bologna 2008.
    • Marilyn Nicoud, Salute, malattia, guarigione, in «Quaderni Storici», 1/2011, pp. 47-74.
    • Peter G. Wallace, La lunga età della Riforma, Il Mulino, Bologna 2006.
    • Gabriella Zarri, Le sante vive: profezie di corte e devozione femminile tra ’400 e ’500, Rosenberg&Sellier, Torino 1990.
    • Gabriella Zarri, Un percorso di ricerca, in Ead. (cur.), Donna, disciplina e creanza cristiana. Un percorso di ricerca, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1996, pp. 5-19.

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