Tra gangster e White Stripes: Peaky Blinders

Da Strawberry @SabyFrag

Che la BBC fosse brava con le serie in costume a sfondo storico, i period drama, l’avevamo già capito. Downton Abbey è una serie di livello ormai internazionale, adorata incondizionatamente dai fan, e solo l’anno passato ci avevano deliziato con The Paradise, adattamento di un romanzo di Zola sconosciuto ai più e tornato subito in voga (“Il paradiso per signore” n.d.r.). A settembre è partito Peaky Blinders, una serie che al  momento consta solo di una stagione di sei soli episodi, ma il cui successo ha permesso di conferma il rinnovo per una seconda. Impossibile dunque perdersela e impossibile resistere al fascino dell’Inghilterra degli inizi del XX secolo.

Peaky Blinders è una gangster story ambientata nella Birmingham degli anni ‘20. Il titolo fa riferimento al nome di uno nota banda criminale costituita perlopiù dalla famiglia Shelby la cui caratteristica è quella di portare delle lamette nel risvolto del cappello, ovvero una coppola che all’epoca veniva chiamata, appunto, “peaky”, per accecare gli avversari. Gli Shelby sono la classica famiglia gangster  da film: generazioni di criminali dediti a molteplici azioni illegali, detengono il controllo delle scommesse illegali in tutta Birmingham e non solo, sono temuti da  tutti e vengono rispettati con timore reverenziale. Alla loro guida vi è l’ambizioso Tommy, reduce della Grande Guerra, per il cui valore è stato anche insignito di una medaglia, che tornato in patria decide di “fare carriera” nel mondo delle scommesse sulle corse dei cavalli e di diventare un “rispettabile” uomo d’affari. I suoi piani vengono, però, stravolti, dall’arrivo da Belfast dell’ispettore Campbell intenzionato a mettere loro i bastoni tra le ruote fin da subito e dalla comparsa di Grace Burness, una donna dal passato misterioso.

La serie trae le sue origini dalle vicende di una banda realmente esistita tra fine diciannovesimo secolo e inizi del ventesimo, chiamata proprio Peaky Blinders. Le similitudini tra realtà e finzione, tuttavia, finiscono qui e l’immagine della banda criminale originale è solo il punto di partenza per gli autori per intessere una storia dai tratti tutto sommato classici, ma che riesce a contraddistinguersi per la portata emotiva e la bravura degli interpreti oltre che per una scrittura precisa e curata nel dettaglio che, nonostante non presenti grandi ventate di novità, da allo spettatore la piacevole sensazione di vedere qualcosa fatto davvero bene. Alcuni hanno tacciato la serie di essere a ratti noiosa, per un ritmo lento che a mio parere è solo la marca distintiva di un modo di fare tv molto british, ma che non è affatto scontato che porti allo sbadiglio. Insomma vedere una serie inglese comporta che non ci saranno rocamboleschi scontri sui tetti di un grattacielo o incredibili stravolgimenti delle vicende, mentre il cattivo di turno se ne va rombando per le strade di L.A. o si fanno schiantare aerei o che so io. Ma questo non significa che la storia narrata sarà piatta e scontata e non succede nulla. Anzi. Peaky Blinders è la dimostrazione che le cose fatte con calma mettono su una di quelle belle suspense che non hanno bisogno di essere eclatanti per tenere lo spettatore attento e partecipe di ciò che guarda. Inoltre, in una storia di criminali in una città industriale nell’Inghilterra del post Grande Guerra un ritmo frenetico non avrebbe giovato alla serie, rendendola in qualche modo artefatta, né ai personaggi, che in Peaky Blinders risalgono lentamente dai bassifondi di Birmingham per dimostrare la loro umanità, confondendo, come nei migliori giochi di specchi, il confine tra bene e male, esempio di come le cose non sono sempre quelle che appaiono. A farla breve, i Peaky Blinders saranno anche criminali ma non sono i veri cattivi della serie. Non sono degli stinchi di santo, per carità, ma è impossibile non rimanere affascinati da un personaggio come Tommy Shelby (interpretato da Cillian Murphy), il cui carisma e al contempo la nascosta fragilità non possono lasciare indifferenti, né quello di Zia Polly (Helen McCrory), una donna i cui modi decisi riscontreranno inevitabilmente consensi. A mio parere sono i due personaggi più riusciti della serie. No, non sono i criminali i veri cattivi della storia; qui il “bad guy” è rappresentato dal poliziotto Campbell. Non si tratta di un poliziotto corrotto, ma Campbell è il classico uomo che cerca di emergere in un lavoro ingrato e per farlo non si ferma davanti a nulla e, forte del suo rigore e del suo distintivo che lo rende esecutore della giustizia del Re a ogni costo, appare più crudele e spietato di qualsiasi criminale in circolazione. Ovvio, quindi, finire per tifare Peaky Blinders e gasarsi a palla di fronte a scene come quella in cui si avviano tutti uniti per combattere in difesa del loro territorio, con un tripudio di fuochi provenienti dalle fucine alle loro spalle e quegli sguardi decisi che ti verrebbe voglia di unirti anche tu a quella gloriosa camminata (al momento di tirar fuori le pistole, però, mi defilerei, sai com’è…

E non dimentichiamoci la Storia. Quella con la S maiuscola. Peaky Blinders è un period drama e come tale ha un ambientazione storica di grande interesse. Siamo alla fine della prima guerra mondiale e l’Inghilterra sta ancora riprendendosi da quella che è stata una prova enorme a livello mondiale. La povertà dilaga, mentre chi è stato al fronte cerca invano di ritornare alla vita di prima, frustrato dalla constatazione che niente potrà più essere come prima e che gli incubi non cesseranno di ricomparire né i ricordi potranno essere cancellati in un attimo. Tommy e Arthur e i loro fratelli sono tornati dal fronte cambiati, Zia Pol e il resto della loro famiglia non li riconoscono più e non potrebbe essere altrimenti, ma questo particolare contribuisce a dare spessore ai loro personaggi, rendendoli testimoni di qualcosa che è stato. Il Tommy che apprezziamo qui non sarebbe lo stesso senza la sua esperienza al fronte in Francia. Ma quelli sono anche gli anni della rivoluzione di ottobre e dell’eco che quest’ultima produsse: comunisti e socialisti si diffusero anche nelle nelle terre di Sua Maestà e la vita del bolscevico Freddie si intreccerà con quelle degli Shelby, con il risultato di fornire allo spettatore un ritratto dell’epoca quanto mai accurato.

Regia e fotografia sono magistrali, di grande impatto e pathos, la ricostruzione di Birmingham è dettagliata e ben studiata, i piani sequenza sono emozionanti e primi piani ricchi di suggestione. Nota di merito alla straordinaria scelta di accompagnare la storia dei Peaky Blinders con un colonna sonora tutt’altro che d’epoca: Nick Cave e White Stripes spalmati tra sigla e titoli di coda. Una scelta che, se da un lato rinvigorisce e rende attuale ciò che si racconta, oltre che a entusiasmare gli animi anche degli spettatori più coriacei e meno suscettibili, dall’altro si rivela essere perfetta sia per il periodo che per l’ambientazione e le vicende narrate, al punto da apparire autentica. Come se ormai non fosse più possibile immaginare Tommy affrontare uno scontro a fuoco senza un sottofondo del genere. In definitiva, tutto calza a pennello e la cosa ci piace tanto.

Ve la consiglio? Evidentemente si. Una serie di ottima fattura, con ottimi attori, ottimi sceneggiatori, una colonna sonora che spacca e tanta britishtude che ormai sembra non bastarci più. Spasimo per la seconda stagione e nell’attesa mi riguardo il finalone (questo non ve lo racconto) e mi sparo un po’ di Nick Cave.

Voi, intanto, non perdetevelo!

(Problemi? Nessuno, anzi ora sto meglio!)


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