Tre Aku di Giancarlo Locarno

Creato il 26 gennaio 2011 da Viadellebelledonne
 
Anwar Chairil di G.Locarno

Anwar Chairil è la poesia indonesiana contemporanea, un’apparizione fugace ma che ha lasciato una traccia ancora persistente, nato il 26 luglio del 1922 a  Medan nel nord di Sumatra terra di vaste piantagioni di palme, foreste  e giacimenti di petrolio, proviene da una famiglia importante, il padre Toeloes  reggeva l’ex sultanato di Indragiri. Dopo il divorzio dei genitori segue la madre Saleha a Jakarta e studia nelle scuole olandesi, che abbandona a 19 anni. La sua cultura è vasta, parla inglese tedesco e olandese, conosce sicuramente le opere di Eliot , Rilke e Auden che traduce. Vive una vita disordinata tra i bordelli e la strada e partecipa alle attività della resistenza contro l’occupazione giapponese dell’Indonesia, durante gli ultimi anni di guerra. Un po’ come Dante un po’ come Rimbaud  ha indicato una strada alla sua lingua che non consente ritorni..

La lingua indonesiana  ‘bahasa indonesia’ è giovane, nata ancora in epoca coloniale nel 1928, dalla necessità di disporre di un linguaggio comune per il commercio e l’amministrazione e che favorisse un legame tra  le tante isole dell’arcipelago, ciascuna portatrice di una cultura e una lingua propria, incomprensibile anche ai vicini prossimi.
Venne scelto il malese, che  di fatto costituiva già la lingua franca della regione, ed era sostenuto anche dai movimenti nazionalistici indonesiani che volevano evitare  l’uso dell’olandese come lingua corrente.   I primi passi della letteratura furono orientati a raggiungere una diffusione capillare, attraverso romanzi popolari e riviste di facile lettura, così che in pochi anni tutto l’arcipelago poteva esprimersi con la stessa lingua.Anwar Chairil prende per mano questa lingua semplice e la modella secondo modalità  aconvenzionali rendendola vivace  e creativa .  E’ un poeta irriverente e anarchico,  polemico verso le tradizioni e verso l’islam .  Eccentrico e solitario, il suo vitalismo troppo individualista e il gusto letterario decisamente occidentale,  intriso di dadaismo e futurismo e dei temi  fondanti del  del novecento : l’esistenza e la morte.

Compare nel 1949 il volume  Deru Campur Debu  (ruggiti misti a polvere)  ma nello stesso anno muore di tifo o sifilide o  tubercolosi  all’ospedale cbz di Jakarta, a soli 27 anni, il 28 aprile, questa data è diventata in Indonesia  il giorno ufficiale  dedicato alla letteratura, ancora oggi che la situazione non .è più quella di prima,  con le sue derive autoritarie.
Ogni scolaro delle elementari perso col suo bufalo  nella jungla conosce questa poesia.

La lingua ha una struttura grammaticale semplice, senza declinazioni ne coniugazioni, mi suggerisce un carattere arcaico e nello stesso tempo oceanico, la lingua è una voce che nasce nelle caverne del paleolitico e si distende come un brivido sulla superfice delle acque chiamando  i nomi delle onde.
I vocaboli sembrano bambini persi nella jungla.
Il plurale si compone raddoppiando il nome al singolare, telor è l’uovo, telor-telor sono le uova, non esiste il verbo essere come forma propria, il nulla è apa-apa un plurale, apa sta per ‘che cosa’ come se il nulla fosse una pluralità di domande, forse l’essenza di una lingua  cambia il concetto di esistenza, chissà come sarebbe il pensiero di un Heidegger indonesiano.   Sotto lo strato dell’islam si agita ancora la cultura precedente di Siva-Buddha,  come se Brhama in qualche modo si declinasse come Abraham, qualcosa ritorna in superfice, qualcosa sprofonda .  La cultura  dell’Indonesia cerca  di districarsi tra questi nodi.

La poesia Aku è quella più nota ed emblematica di  Chairil, di seguito riporto l’originale e la mia traduzione, piuttosto libera, Aku significa Io, un io vitalista e in movimento, come quello di Fichte, e mi piace mantenerne il suono cavernoso, Aku, anche nella traduzione.

Aku      Aku
Kalau sampai waktuku          Ho inseguito e raggiunto il mio tempo
‘ku mau tak seorang kan merayu   più niente di umano da sedurre

Tidal juga kau     nemmeno  tu
Tak perlu sedu sedan itu   nessun singhiozzo e lacrime in pose teatrali

Aku ini binantang jalang   Aku sono un animale selvaggio
Dari kumpulannya terbuang   cacciato dal branco
Biar peluru menembus kulitku   lascio viaggiare il proiettile sotto la mia pelle
Aku tetap meradang menerjang   il colpo di un’eccitazione
Luka dan bisa kubawa berlari   Aku continuo
Berlari      corro trasportando la mia ferita.  Corro

Hingga hilang pedih peri   finchè dissolverò  questa spiritessa triste

Dan aku akan lebih tidak perduli   e non mi preoccuperò più

Aku mau hidup seribu tahun lagi   vivo ancora  mille anni di  conoscenza

Nel secondo verso seorang  sta per ‘niente’, ma contiene la radice ‘orang’ che sta per uomo. Per questo traduco con niente di umano.
Nel quarto verso ‘sedu sedan’ sta per piagnucolio nella traduzione standard, io separo i termini ‘sedu’ che sta per singhiozzo e ‘sedan’  che sta per posa teatrale, evidenziando che il piagnucolio in indonesiano  è un singhiozzo in posa teatrale.
Nell’undicesimo verso ‘peri’ sta per fata, spirito femminile e la tristezza è come portata da questa, non mi piace fata e risolvo usando spiritessa.
La traduzione standard dell’ultimo verso è ‘voglio vivere ancora mille anni’,
Io però voglio fissare un mio errore di prima  lettura, leggevo tahuan invece di tahun, conoscenza invece di tempo, e questo mi ha permesso di notare la somiglianza tra le due parole, e di considerare i mille anni come un solo istante di presente (la lingua non ha coniugazioni)  e il tempo che  trascina  con se mille anni di conoscenza.

Anche noi da bambini ci siamo persi nella foresta di una brughiera, la cui essenza  ci appariva concentrata  in un un vaso di fiori,  in posa d’abbandono, in mezzo alla vastità di un cortile.
Le strisce nebbiose della Malpensa che attraversano la flora americana delle robinie, i cui semi viaggiavano comodamente in aereo per sostituire nei boschi  il noce e il castagno, e il cane da caccia che li fiuta in qualcosa , e l’erica che resiste.
Percepisco i segni della persistenza della preistoria  di acque e grotte  nelle radici  roche e  non indoeuropee della toponomastica. Giacomo Devoto, nel volume ‘Il linguaggio d’Italia’  indica alcuni di questi suoni che provengono dalle profondità del paleolitico, uno in particolare non può lasciarmi indifferente, mi colpisce come un mantra la cui sonorità non ha mai smesso di vibrare  annidata  come una radice temporale che si nutre di questi luoghi, è la sillaba ARN che secondo lo studioso indica il  corso del fiume scavato, il greto sassoso e concavo, la fabbrica acquatica che leviga  le amigdale, una  parola arcaica come un ciotolo,  ARN: il fiume, il nostro torrente Arno, che verso il novarese a Lonate Pozzolo (dove per anni si pagava il pizzo alla n’drangheta e nessuno lo diceva o lo sapeva) si perde nei campi con un paesaggio di palude lunare, ma nel quale ancora mio padre da giovane pescava  i gamberi di fiume e ruggini romane.
La nota ‘scientifica’(sic) di uno storiografo locale, ma sono spariti dalla mia memoria tutti i riferimenti, suggerisce  che sia  stato il nostro Arno ad aver dato il nome al più importante omonimo  toscano. Furono  i villanoviani  a trovare così bello e accogliente  il  torrente che, spingendosi a sud nelle loro migrazioni imposero lo stesso nome al nuovo fiume vinti dalla nostalgia.
Il luogo del fiume il ‘locus arni’ che sembra quasi  persistere dalla preistoria nel mio cognome, e in noi che siamo ancora qui a gironzolare sulle sue sponde ormai morte per i liquami delle concerie,  come  i suoi abitanti arcaici. Nelle mie migrazioni, in effetti, non è che mi sia mai spostato poi molto, abitatori arcaici si diceva, e come Anwar  provenienti  da un fondo remoto che li attira come  una calamita cristallizzando il luogo in un archetipo dell’inconscio.
Il Tribis era uno di loro, in gioventù si era allontanato dal paese, vi  era tornato, agitato dall’ultima guerra,  con una donna  francese.
Quando partiva dal fondo del San Rocco a fare il ‘ciucatè’ la salita si svuotava,  le donne si divertivano a spaventarci, ‘scappate arriva il Tribis’  e noi fuggivamo dietro le ringhiere.
Ho sempre pensato che questa  francese  gli apparisse  come una visione sospesa  a mezz’aria sopra la sua testa, circonfusa di luci colorate, perché i suoi occhi ruotavano cercando un  punto in quella posizione,  e invece lei era dietro,  lo seguiva con la scopa sollevata spingendolo nella direzione opposta a quella del ‘circolone’ lontano dal Rio Nero, lui gridava, alla visione, nell’estremo tentativo di opporsi alla forzo che lo allontanava dal bottiglione, le urlava : ‘tribis vàca, tribis lògia, tribis troja…’ cercando di afferrarla, e  questo era un po’come abdicare al proprio  nome,  per diventare ormai  per sempre e per tutti  il Tribis.
Il maudit senza l’arte.  Questa donna poi se ne è andata, e il Tribis si è rifugiato nella brughiera costruendosi una capanna  verso Tornavento, proprio  dove ancora si trovano, a volte,  i resti metallici  della battaglia tra i francesi e gli spagnoli, nella piana del panperduto, qualche decennio dopo la peste del Manzoni, e anche Calderon de la Barca sembra ne sia stato testimone partecipandovi  come soldato.
Poi si  è dissolto, noi bambini tirammo un sospiro di sollievo, che non dovevamo più  scappare al suo malpasso. Si è dissolto dove c’era  la torre di avvistamento, la  Turris Naventum che ha nominato il luogo, perché i saraceni non infestavano solo le coste, ma penetravano anche l’entroterra risalendone i fiumi, ci fossero stati i canali Leonardeschi avrebbero potuto saccheggiare Milano.
Il Tribis era in compagnia di tutti questi spettri e si è dissolto nel suo Ade e con la sua fata triste accovacciata sulle spalle . Adesso si trova dentro queste suggestioni arcaiche di una preistoria che  è sempre preistoria di sé,  misurate dal giro delle donne francesi come ore della meridiana , la danza delle   ore di Previati, da tutto ciò è sbucato il mio personale Aku .

Aku

Inconsistenti e vere
tenaci al sogno
e questa è la divorazione del tempo.

Inannegata
stai nel campo rosso
o scalmo di pastorali.

Anche di me butteranno via tutto.
Sollevo il dito sacro di scorta
custodito nel guscio della mia casa.

Lo sapeva
quello della meridiana del San Gausser
e lo scrisse anche

che l’ultima uccide.

Altri testi e un’intervista di Giancarlo Locarno sul sito neobar di Abele Longo: qui



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