Trilogia del Nord, di Louis-Ferdinad Céline (Einaudi)

Creato il 09 febbraio 2015 da Angeloricci @angeloricci
Vangelo sinottico  e forse satanico di un percorso maledetto attraverso il paradigma del male. Il dottor Destouches, Louis-Ferdinand Céline, autore di una preziosa opera come Il dottor Semmelweiss, mirabile presenza di prosa poetica che trafigge i tempi. Ah, Céline, genio creatore di uno stile di scrittura estremo e innovativo (gli stessi sudamericani, Levrero in testa, avrebbero affermato: "Lo stile è tutto"). Paesaggi di desolazione fosforica, desolazione che si congiunge al derma totalizzanate e lo incendia nonostante l’acqua, quelle immagini dei bombardati di Dresda, che si tuffano nelle acque dell’Elba (rimembranze forse poi Vonnegutiane), estremo confine della romanità, con Ottaviano Augusto che vaga in preda al delirio urlando: "Varo! Ridammi le mie legioni", per spegnere il fuoco che ne dissolve le membra, fuoco che si ripresenta come lebbra mortale non appena quegli stessi escono dall'acqua per adempiere alla necessità diaframmatica e vitale (o mortale) del respiro.
È un picaresco tragitto attraverso una Germania di distruzione, di collaborazionismo estremo, di contraffazione di idee e credenze, che si mesce al ritorno estremo e insondabile della sopravvivenza. Simgaringen, Baden-Baden, Zornhof, la Flensburg dell’ultimo governo nazi, con a capo l’ammiraglio Dönitz e tra i ministri quell’Albert Speer, architetto del Reich, impiegato modello della reiterazione della produzione bellica. 
Folle di ungheresi, lituani, lettoni, franzosi, il milieu del collaborazionismo, e quei passaggi in quella Berlino terminale, paradigma junghiano dell’archetipo del male (come avrebbe scritto Brasillach: "Siamo andati a letto con la Germania e ci è anche piaciuto").
Manifestazione universale di idiomi babelici, frutto di una contaminazione che avrebbe dovuto portare alla costruzione del nuovo ordine mondiale.
Céline è tutto questo, nel bene e nel male. Protagonista ma anche fantoccio di una ubriacatura infernale che avrebbe fatto scrivere a Dante Virgili nel suo La distruzione: "Chi c’era a difendere nell’ultima ora il bunker estremo della Cancelleria? Le SS? Il partito? La Hitlerjugend? No. C’erano i franzosi della divisione Charlemagne, guidati dal belga Léon Degrelle." 
E il maresciallo Pétain e il suo concetto di pays e paysans, così simile ai massacri della Guerra dei Cento Anni che partoriscono infine l’idea di nazione francese e inglese e l’artiglieria costiera franzosa del Maghreb che spara contro la flotta alleata nel ’42. E le Waffen-SS in fez bosniaco che fanno loro i messaggi di congratulazione al Führer, inviati dal Gran Mufti di Gerusalemme. E la polizia ebraica dei ghetti, estrema beffa della creazione del male, che collabora con i persecutori.
Trilogia del Nord è prodromo e infernale cesura di tutto questo. Di tutto quanto avrebbe fatto affermare a Primo Levi: "C’era Auschwitz e perciò non c’era Dio."
Un libro.
Trilogia del Nord, di Louis-Ferdinad Céline (Einaudi).

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