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“Tutto finì con zach” di Virginia Gianchecchi, premio "Il vino dell'amicizia" al concorso letterario 2010 di Villa Petriolo

Da Silviamaestrelli

“Tutto finì zach” Virginia Gianchecchi, premio vino dell'amicizia

Da "A GRANGOLA!", cerimonia di premiazione del concorso letterario di Villa Petriolo 2010 La gaia mensa


Virginia Gianchecchi e il prof. Tarchi della Scuola F. Enriques di Castelfiorentino. Foto di Gloria Giampiccolo
Anche quest'anno, grazie alla collaborazione con il Circondario Empolese Valdelsa ed al sostegno dell’Istituto Superiore Statale Federigo Enriques di Castelfiorentino, il concorso letterario Villa Petriolo "La gaia mensa" ha previsto una sezione speciale, riservata agli studenti dell’Istituto Superiore Statale Enriques, dal titolo “Il vino dell’amicizia”, dedicato a tutte le opere aventi come oggetto i valori della convivialità, dell’ accoglienza, del piacere di stare insieme con semplicità e franchezza. Un omaggio alla buona cultura alimentare anche tra le generazioni più giovani.
“Tutto finì zach” Virginia Gianchecchi, premio vino dell'amicizia

Per l'edizione 2010 del nostro concorso, ha vinto la sezione speciale, riservata agli studenti dell'Enriques, la studentessa Virginia Gianchecchi, nata nel 1992 a Empoli (Firenze). Virginia abita a Castelfiorentino, dove frequenta l’ Istituto Federigo Enriques.
PREMIO SEZIONE SPECIALE “IL VINO DELL’AMICIZIA”
Istituto Superiore Statale Enriques
“Tutto finì con zach”

In una mattina di mezza estate, nella pasticceria Viola erano tutti in subbuglio. Il pasticciere Matteo stava preparando tutti gli ingredienti per creare me, un pan di spagna, per il matrimonio di sua figlia. La mia preparazione era facilissima per lui che sapeva gli ingredienti a memoria, per le svariate volte che l’aveva preparata.
Dopo che erano stati assemblati tutti gli ingredienti per la mia creazione, ero così liquida che ogni piccola scossa mi sciaguattava tutta. A questo punto sentii una vampata di calore così forte da bruciarmi e cominciai ad urlare:
"Fatemi uscire, ho caldo! Tutto brucia qui dentro!".
Mi rispose qualcosa sopra di me:
"Stai calma, tanto finché non sarai cotta e abbronzata non puoi uscire dal forno", era un altro pan di spagna sopra di me.
"Cosa è un forno", chiesi. Mi rispose che era una macchina per far abbronzare le preparazioni liquide. Mi disse che saremmo andati a formare la torta nuziale della figlia del nostro creatore. Una vampata di aria fresca mi fece venire i brividi: era un altro pan di spagna per la composizione della torta, più grande di noi due messi insieme.
Avevamo tutti e tre una forma rotonda, anche se di grandezze diverse. Io ero la mediana, il pan di spagna che avevo sopra era un po’ più piccolo e quello sotto era grandissimo, sicuramente lui la base. Quasi a metà cottura misero nel forno un piccolo pan di spagna: era striminzito rispetto a noi. Lui avrebbe formato di certo la punta della torta.
Finalmente, dopo trenta minuti di calore soffocante, uscimmo da quella specie di scatola e Matteo ci poggiò sul tavolo, togliendoci dai nostri stampi. Era come sentirsi nudi. Eravamo di un marroncino tenue e, visto che ci confondevano, per chiamarci avevamo deciso di darci dei nomi. Per me fu deciso Giulia, per quello grosso Ermes, per il terzo pezzo Mary e, per il più piccoletto della torta, Gino.
Mentre noi quattro ci conoscevamo meglio, il pasticcere stava portando un mucchio di roba sul nostro tavolo, così chiesi:
"Sapete a cosa servono tutte queste cose?"
Mi rispose Ermes:
"Servono per decorarci tutti, con queste cose diventeremo una torta bellissima!"
Sul tavolo c’erano fiori finti rossi e blu, una glassa argentata e una bianca e un contenitore d’argento per la base della torta.
Nel frattempo, Matteo portò una spatola, un coltello e degli spiedini. Cominciò a preparare Ermes, con il coltello gli tagliò il marroncino della cottura e rimase tutto di un giallo intenso. Dopodiché, Matteo lo poggiò su una grata e lo ricoprì perfettamente di glassa bianca senza lasciare neanche uno spazio vuoto. Infine, lo mise in un frigo gigante.
Fece lo stesso lavoro anche con me, Mary e Gino, e ci mise in frigo insieme a Ermes. Eravamo tutti ricoperti di questa crema gelatinosa e bianca.
"Vi ha fatto il solletico quando vi toglieva la pelle?" chiese Gino tutto contento ed esuberante.
"Non proprio, ero spaventato perché non sapevo cosa mi potesse fare" rispose Ermes.
"Si! E poi quando mi dava la glassa sembrava un massaggio" risposi.
Mary invece sembrava scocciata, arrabbiata, le chiesi se c’era qualcosa che non andasse e lei rispose:
"Secondo te, Giulia?! Ero tutta abbronzata, avevo un bel colore e ora mi ritrovo bianca neve"
Ci guardammo stupiti perché Mary era arrabbiata per una cosa per noi banale.
"Mary, non devi essere in collera per ciò che è successo. La nostra crosta colorata va sempre tolta dalle torte per dare la glassa", le spiego Ermes.
"Sei sicuro?" chiese Mary.
"Sì, sicurissimo", rispose Ermes.
Non so quanto ci lasciò li dentro, ma quando ci tirò fuori eravamo di un candido da far invidia alla neve.
Matteo cominciò ad assemblare la sua opera d’arte.
Ermes venne messo nel contenitore d’argento e io sopra di lui, bloccata con alcuni spiedini che facevano un gran male quando mi foravano. Con lo stesso procedimento, venne messa Mary sopra di me e Gino al primo posto della piramide. Con la glassa argento, Matteo disegnò su di me, Mary e Gino dei disegni strani, a motivi floreali, per riprendere i fiori che avrebbe messo dopo.
Dopo aver terminato i disegni, ci riportò in frigo, non so bene il perché, ma pensai fosse per non far sciogliere la glassa. Passata una mezz’ora dentro quell’ armadio freddo, ci riportò sopra il tavolo.
Su ognuno di noi pose un rametto di rose e altri fiori per completare la torta per il matrimonio di sua figlia.
Una vocina stridula disse:
"Poveri voi, alla fine non ne rimarrà nemmeno un pezzo". Erano le rose sopra di Mary.
Gino ribatte subito:
"Perché dite questo? Cosa ci succederà?"
"Come siete ingenui. Dopo la cerimonia verrete mangiati interamente. Noi, invece, la scampiamo sempre", dissero i fiori sopra di me.
Allora Mary chiese: "Perché ci mangeranno? E perché voi no?"
Risposero:
"Semplice. Noi siamo una decorazione non commestibile e ci scartano sempre. Voi siete la torta che verrà servita agli ospiti".
Mentre stavano parlando, il nostro trasporto verso il ricevimento era già iniziato. Nel furgone c’era l’ aria fredda, per non farci sciogliere. Ognuno di noi stava già pensando a cosa sarebbe successo.
Arrivati a destinazione, ci posero su un tavolo imbandito di dolci. Gli ospiti si stavano avvicinando per ammirarci. La nostra ora era quasi giunta, anche gli sposi venivano verso di noi e un cameriere ci pose accanto un coltello grandissimo per tagliarci. Tutti gli ospiti si stavano complimentando per la bellissima torta, i fotografi erano tutti intorno a noi e scattavano foto da ogni angolazione.
Salutai tutti e tre i miei amici pensando che il taglio avrebbe potuto fare male, o cosa sarebbe successo.
Tutta la nostra vita si concluse in poco più di due secondi. Si alzò un gran boato quando gli sposi sollevarono il coltello per tagliarci e quello che rimase fu…“zach!”.

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