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“Un boss non è un eroe” : l’intervista esclusiva a Felice Maniero

Creato il 03 ottobre 2011 da Yourpluscommunication

“Un boss non è un eroe” : l’intervista esclusiva a Felice ManieroE’ uno dei protagonisti di questa storia. Anzi, in qualità di mandante e regista, ne è, per certi versi, il protagonista assoluto. Felice Maniero parla della rapina del Mento del Santo. È la prima volta che racconta la
sua verità, a vent’anni di distanza, su quell’episodio.
In precedenza lo ha fatto solo davanti ai giudici, nel corso degli interrogatori resi durante la «collaborazione» iniziata nel 1994. Tra l’altro, per confermare quanto già svelato dai sodali che l’avevano eseguita.
Maniero oggi ha la stessa «faccia d’angelo» di allora, gli stessi occhi vivaci e intelligenti di quand’era un criminale spietato che seminava il terrore in tutto il Nordest. Lo stesso volto, ma un’altra identità e una nuova vita.
L’ex «boss» vive in una località segreta. Fa l’imprenditore, ha un’azienda con una quindicina di dipendenti. Le sue priorità sono la famiglia e il lavoro. C’è chi continua a non credere nel suo ravvedimento.
In ogni caso ci è sembrato giusto dar voce anche alla sua versione dei fatti.

Sono trascorsi vent’anni dalla rapina del Mento. Perché ha deciso di parlare per la prima volta pubblicamente di quel fatto?

Maniero: La ragione principale è quella di poter riparare, anche solo per la miliardesima parte, al dispiacere che ho provocato ai fedeli. Poi per il giornale su cui uscirà l’intervista.

Di chi fu l’idea del furto? E perché rubare proprio la Reliquia di sant’Antonio?

Maniero: In quel momento avevo un grave problema da risolvere: mio cugino Giuliano era stato appena arrestato, rischiava almeno dieci anni di carcere e io non potevo sopportare una simile eventualità.
Dovevo farlo uscire di lì, in qualsiasi modo. Avevo pensato di tutto: di farlo evadere, di andare a liberarlo, di rubare qualcosa di eclatante per poi effettuare lo scambio, di corrompere qualche magistrato. Dovevo decidere in fretta. Mi sentivo responsabile e questa, per me, era una situazione quasi soffocante. Un giorno,
mentre chiacchieravo con Giuseppe Pastore (un fedelissimo di Maniero, ndr), lui mi disse «Feli, il Santo a Padova! ». Mi brillarono subito gli occhi. Era una delle rarissime opere d’arte, venerata dal mondo intero, con cui avrei potuto chiedere lo scambio. Senza indugi chiamai un altro mio cugino, Giulio, e altri del gruppo: Andrea Batacchi, Stefano Galletto e Andrea Zammattio. In pochi giorni organizzai la rapina che venne messa a segno. Ottenni quello che mi ero prefissato. Dopo la consegna della Reliquia, Giuliano venne scarcerato.

“Un boss non è un eroe” : l’intervista esclusiva a Felice Maniero
In ballo, nella trattativa, c’era però un’altra questione per lei importante: la sorveglianza speciale.

Maniero: All’epoca ero sottoposto alla misura di prevenzione. Nella trattativa, oltre alla liberazione di mio cugino, inserii la revoca di quel provvedimento. Ma a me, in via prioritaria, interessava far scarcerare Giuliano. Come «anticipo» dello scambio mi venne data la possibilità di uscire da Campolongo Maggiore per motivi di lavoro. In seguito avrebbero dovuto revocarmi il provvedimento, che sarebbe scaduto entro pochi mesi. Questa promessa non venne mantenuta. Era prevedibile, avevano già la Reliquia.

Di quanto accaduto quel 10 ottobre 1991 si sa più o meno tutto. C’è ancora qualcosa che non è stato detto?

Maniero: Un particolare, se non ricordo male, inedito, è che io avevo ordinato di prendere la Lingua di sant’Antonio, molto più «sostanziale» per lo scambio. Invece, quegli zucconi mi arrivarono con il Mento. A loro non dissi nulla. Dentro di me, però, feci questo pensiero: per prendere la Reliquia sbagliata, di sicuro devono aver ritenuto, come tutti noi, che la lingua fosse dentro la bocca. Negli intenti, e poi nei fatti,
quell’azione ebbe il risalto e l’eco voluti.

Lei conosceva il Santo prima di allora? C’era, per caso, qualche altro elemento, ad esempio devozionale, che legava lei o la sua famiglia a sant’Antonio?

Maniero: Tutti i miei familiari, parenti compresi, sono cattolici praticanti, ma nessun collegamento.
Sono un appassionato d’arte. Avevo già visitato la Basilica almeno tre, quattro volte. Non con cattive intenzioni, sia chiaro, ma solo per godermi le sue bellezze architettoniche e artistiche. Quando Pastore pronunciò la fatidica frase, la mia mente aveva già elaborato tutto, conclusione compresa.

Nemmeno un attimo di titubanza allora, per il Santo più venerato nel mondo?

Maniero: No, nessuna. Allora ero un non credente in assoluto. Per quanto riguarda, poi, il rispetto per il Santo e i credenti, quando si è dall’altra parte la parola «rispetto» è sconosciuta.

Nelle ricostruzioni si racconta che la Reliquia è stata riposta in un sacco e nascosta sotto terra. Vi è rimasta tutto il tempo?

Maniero: Appena rubata, la Reliquia venne portata in uno dei nostri covi. Nel frattempo si vociferava del suo valore. Mi giungevano voci del tipo: «Il reliquiario è tutto incastonato di pietre preziose, chissà quanto varrà». Allora chiamai mio cugino Giulio e andammo a prenderla per metterla subito al sicuro. La impacchettammo perfettamente, al riparo da qualsiasi infiltrazione d’umidità e la seppellimmo lungo l’argine del Brenta. Dove peraltro rimase tutto il tempo, fino al momento della riconsegna. Un fatto è certo: nel caso non avessi ottenuto quello che chiedevo, la Reliquia sarebbe stata riconsegnata ai frati. Non l’avrei mai venduta per portarmi a casa un bel po’ di soldi. Non era quello il mio obiettivo.

“Un boss non è un eroe” : l’intervista esclusiva a Felice Maniero
Con questo crimine lei aveva anticipato una strategia che, pur diversa nelle modalità (le stragi mafiose del 1993 a Firenze e a Roma contro luoghi simbolo delle istituzioni e della cultura), innescava ugualmente un braccio di ferro con lo Stato, costretto a trattare, a scendere a patti con la criminalità. A posteriori è convinto che fosse l’unica strategia perseguibile?

Maniero: Per quanto riguardava me, ricattare lo Stato e ottenere ciò che chiedevo era a dir poco eccitante. In ogni caso, ero lontano anni luce, anche solo nell’intenzione, dal fare del male a chicchessia. Sì, in quel momento era l’unica soluzione per ottenere favori concreti. Diventando confidente (Maniero è stato, e tale vuole essere definito, un «collaboratoredi giustizia», ndr), peraltro peraltro cosa impensabile per me, avrei potuto certamente ottenere favori, ma davvero non credo che avrebbero concesso la scarcerazione di una persona che rischiava non uno, bensì dieci anni di detenzione.

Si dice che lei, non altrettanto quelli della banda, non si sarebbe comunque mai sbarazzato della Reliquia.

Maniero: Certo, è la verità. Alcuni giorni dopo il furto della Reliquia vennero a casa mia un primario dell’ospedale di Padova, a cui mi legava un rapporto di amicizia, e il fratello di un avvocato, con cui avevo avuto rapporti esclusivamente professionali. Non ho mai fatto i loro nomi e mai li farò perché il loro interesse era unicamente quello di salvaguardare la Reliquia e farla tornare al suo posto. Entrambi erano in
stretto contatto con i frati della Basilica, ovviamente preoccupatissimi. Mi hanno chiesto di fare tutto ciò che era possibile per salvaguardarla. Li ho tranquillizzati dicendo che era tutto sotto controllo. Il mento del Santo si trovava al sicuro sotto l’argine del Brenta. Seppero il giorno dopo che l’avevo consegnato alle forze dell’ordine. Il resto, credo sia noto a tutti.

“Un boss non è un eroe” : l’intervista esclusiva a Felice Maniero
Quando venne restituita, la Reliquia non aveva, nel piccolo basamento, uno dei quattro leoncini che fu poi ricostruito. Che fine fece?

Maniero: Sicuramente non fu rubato da uno dei miei uomini, che casomai avrebbero preso una delle bellissime pietre incastonate. È probabile che possano averlo perso durante il furto. Oltre questa ipotesi,
non sarebbe leale fare altre supposizioni.

Chi seguì le fasi successive alla rapina fino al «ritrovamento»?

Maniero: In assoluto, io. Direttamente e in ogni sequenza.

Lei è credente?

Maniero: Purtroppo no. Anche se, per la verità, ultimamente mi capita di «traballare» un po’. Frequento con tantissima gioia un convento di frati ad Assisi. Quando sono lì, e ammiro il paesaggio e l’architettura, mi sembra di stare in un altro mondo. Appena entro in convento, riesco a rilassarmi come non mai. I frati hanno uno sguardo sereno, sembra sorridano anche quando non lo fanno. Ho la fortuna di fare con loro lunghissime chiacchierate, di una piacevolezza unica. Sono incuriosito, oltre i limiti, soprattutto dai racconti dei frati più anziani, dalla vita trascorsa assieme ai lebbrosi o in villaggi sperduti dell’Amazzonia. Nelle loro parole colgo la grande nostalgia per luoghi in cui, lo si percepisce subito, hanno vissuto il periodo più felice della loro vita. Nonostante sappiano chi sono e che non sono credente, avverto che, per loro, non vi è alcuna differenza. Lì, lo confesso, mi sento l’ultimo dell’universo.

Ha paura di qualcosa?

Maniero: Se intende paura dovuta alla mia vita passata no, mai avuta, probabilmente per incoscienza.

C’è qualcosa che non rifarebbe?

“Un boss non è un eroe” : l’intervista esclusiva a Felice Maniero
Maniero: Se ha pazienza potremmo parlare per giorni delle cose che non rifarei. Ma, più di ogni altra cosa, cancellerei il momento in cui ho voluto diventare un boss. E lo dico soprattutto per i giovani del Sud che mi leggeranno: ragazzi, non credete ai miti costruiti dalle cronache nere o celebrati nei vostri quartieri. Non esiste per niente il tanto decantato «codice d’onore» che vogliono inculcarvi. È solo un imbroglio per farvi cadere in una trappola da cui non uscirete più. Finirete per essere solo dei burattini nelle mani dei boss, utilizzati unicamente per i loro personali tornaconti. E in più, statene certi, non diventerete mai e poi mai ricchi !
Il 95 per cento dei detenuti in Italia, oltre a non potersi acquistare nemmeno un dentifricio, ha gettato le proprie mogli e i propri figli nella disperazione più totale. E anche voi giovanissimi, che non avete ancora
famiglia, sarete destinati a distruggervi la vita e a diventare causa di dolore infinito. Pensate sempre a chi vi ama: che ne sarà di loro?
Questa è la cruda realtà.
Ritornando al tanto decantato «codice d’onore», sappiate che un giorno, molto probabilmente, uno del clan, che magari riterrete vostro grande amico, con una scusa qualsiasi vi accompagnerà in una trappola dove verrete uccisi a tradimento, se non torturati prima. E sapete per cosa? Solo per intrighi tra boss, per denaro, addirittura per antipatia o per altri futili motivi. E non perché avete disobbedito, non avete rispettato le regole o tradito.
Chi, invece, lo fa, rarissimamente viene eliminato, diventa infame ed escluso dal clan. Altro che onore giuramenti, fratellanze! Sono dei vigliacchi, il più delle volte spietati solo con chi ha giurato loro fedeltà.
Sapete qual è una delle frasi più ricorrenti: «Qui lo Stato ci ha abbandonati, se non ci fossimo noi la gente morirebbe di fame, quelli al governo sono i veri delinquenti, basta leggere i giornali».
È una logica infame. Giocano sulla pelle della povera gente in gravi difficoltà, per autocertificarsi, poi, come salvatori della patria. Loro che compiono stragi! Loro che eseguono e fanno eseguire feroci uccisioni! Loro che inondano il pianeta di droghe! Ragazzi, non cadete nella trappola. Non esistono guadagni facili, men che meno in quel mondo vile, colmo di violenza e di tradimenti.
Comandavo circa trecento persone. Posso assicurarvi che l’unico che ha veramente guadagnato soldi sono stato io. Tutti gli altri, compresi «bracci destri e sinistri», dopo aver patito dieci, quindici anni di galera, oggi sono senza una lira, vecchi, distrutti e disperati.

“Un boss non è un eroe” : l’intervista esclusiva a Felice Maniero
Parole forti le sue. Ma si rende conto che qualcuno potrebbe non credere a una persona che, tra i reati contestati, ha avuto proprio quello di omicidio e traffico di droga?

Maniero: Certo, ci mancherebbe! Me ne rendo conto. Su quanto accaduto ho reso delle confessioni alla magistratura e non esistono più dubbi a riguardo da parte di nessun inquirente. Con l’aggiunta, poi, di innumerevoli riscontri oggettivi e conseguenti condanne, ormai passate al vaglio della Corte Suprema. Credo che questo basti a togliere eventuali dubbi a qualsiasi persona ragionevole. In ogni caso, su quanto affermo ognuno è libero di pensarla come vuole, di credermi oppure no.

Oggi che persona è Felice Maniero?

Maniero: Nulla di speciale. Normalmente sono a casa prima delle nove di sera. Lavoro davvero moltissimo e mi piace. È una nuova sfida, anche personale, alla quale non mi sottraggo.

Nicoletta Masetto

Messaggero di Sant’Antonio

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COMMENTI (1)

Da limperiale
Inviato il 24 marzo a 16:46
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a quel dolcissimo musino li ... gli avrei dato mille baci. e a quelle mani , forti ma borbide come il velluto ...le avrei accarezzate e con me le avrei portate...