Un chilo di Coccoina l’anno per ogni deputato. Non fraintendiamo, parliamo di colla.

Creato il 30 marzo 2012 da Massimoconsorti @massimoconsorti

Appiccicapalle

Viva l’Italia, l’Italia che resiste. L’Italia dei dinosauri e dei privilegi, di chi non se ne vuole andare e di chi vorrebbe tornare. L’Italia di Emilio Fede che, licenziato in tronco, va lo stesso a lavorare e si barrica nel suo ufficio. Se lo avesse fatto un operaio della FiomMarchionne avrebbe chiamato la celere, ma Confalonieri non se l’è sentita di fare altrettanto con il maggiordomo più fedele della storia del giornalismo italiano al cui confronto Vespa e Sallusti, Belpietro e Feltri impallidiscono. “Tornerò”, ha detto Emilio chiudendo a chiave il suo ufficio dopo aver riempito il termos di caffè e acquistato due cornetti al bar di Mediaset. Poco per resistere ad oltranza ma lui lo ha fatto lo stesso. Pretende che sia Silvio in persona a dargli la triste notizia offrendogli la spalla su cui piangere. Dopo anni di ricerche di book fotografici di strafighe per il padrone, Emilio si è sentito messo ingiustamente da parte e si è ribellato con tutte le sue forze all’ignavia del destino cinico e baro e, scritto con il pennarello “Resistere” (su un 70x100 che tiene tra le mani), bene in vista sopra la sua testa almeno fino a quando le braccia, considerata l'età, lo sosterranno. L’Italia del compromesso che in queste ore la sora Elsa sta cercando di far digerire a Bersani sull’articolo 18. La ministra è intenzionata a dare maggior potere ai giudici che si dovranno pronunciare sui licenziamenti per motivi economici. Lasciare a loro, cioè, la discrezionalità di poter concedere solo l’indennizzo o, nel caso di licenziamento discriminatorio “mascherato” di imporre il reintegro. La Camusso ieri ha detto chiaro e tondo: “No alla controriforma del governo”, mentre Nichi Vendola è andato oltre e, con voce tonante ha scandito: “Monti è peggio di Berlusconi e la Fornero peggio di Sacconi”. Che ci potesse essere un ministro peggiore dell’antisindacalista e antioperaista Maurizio Sacconi, l’abbiamo sempre considerata un’esagerazione e invece...Furibonda la reazione di AngelinoAlfano, detto ‘o secretaire, il quale ha reagito affermando: “Preoccupa l’influenza della sinistra” mentre GengisMarchionne ha sibilato: “Monti vada avanti”. E arriviamo all’Italia anacronistica dei grandi e piccoli privilegi. In vena di tagli di prebende, l’ufficio di presidenza della Camera dei Deputati ha messo mano ai benefit spettanti agli onorevoli e agli ex presidenti. La decisione di portare a 10 anni il mantenimento dello status di ex presidente della Camera, è arrivata dopo che il Senato aveva preso una analoga decisione sui suoi ex presidenti. Di cosa godono gli ex?  Un ufficio, 4 addetti, auto di servizio e plafond di biglietti aerei. L’ufficio di presidenza ha deciso che si può fare ma a partire dalla fine di questa legislatura prevista nel 2013, per cui Fini, Casini, Bertinotti e Violante continueranno a mantenere tutto il pacchetto fino al 2023. Fuori resteranno solo Pietro Ingrao e Veronica Pivetti la quale ha già fatto sapere che lei non ci sta a questo taglio di teste indiscriminato da caccia alle streghe. Ma dall’esame del bilancio della Camera per il 2012, viene fuori che un deputato, ogni mese, ha diritto a 2000 fogli di carta intestata “Camera dei deputati” con le relative 2000 buste (24mila fogli di carta e buste l’anno cadauno) e, inoltre, mille fogli di carta bianca per fotocopie, 6 gomme (3 da biro e 3 da matita) ogni tre mesi, una dotazione di 10 dvd e 20 cd a supporto delle trasmissioni di atti informatici. C’è, ancora, una fornitura spropositata di Coccoina, quei tubetti di colla che rimangono spesso accatastati da una parte perché che cazzo debba incollare un deputato non lo saprà mai nessuno, ebbene, la fornitura annua di colla per ogni deputato è di un chilo (o litro) di colla che, a parte la carta, non serve a niente altro. Tutto questo materiale di cancelleria costa un milione di euro tondo. Nell’era dei computer, una figata della madonna. A cotanto delirio c’è da aggiungere che tutti gli atti parlamentari viaggiano ancora su carta, tonnellate di carta stampata che, oltre a dare un colpo mortale alle foreste, costano allo stato la cifra enorme di 7 milioni 150mila euro l’anno. Ma l’uso della carta non finisce qui perché ci sono ancora da mettere in conto i “servizi vari di stampa” che costano un altro milione e 210mila euro. Aggiungiamo i 600mila euro per i francobolli, ma solo per renderci conto di come, nell’epoca della posta certificata, c’è ancora qualcuno che preferisce ricorrere alla cara, vecchia lettera affrancata. Ridotto infine a 150mila euro l’acquisto di opere d’arte per l’arredamento di Montecitorio che però verranno usati per il mantenimento e il restauro di quelle già presenti. Chiuso per eccessivo rialzo dei prezzi il restaurant di Montecitorio (per questo Cicchitto, che non sa più cosa fare, rompe le palle a Monti a Seul), agli onorevoli restano comunque un bel po’ di privilegi. Pensate che quando Micciché venne eletto deputato, alla notizia che gli avrebbero dato un chilo di Coccoina l’anno si era fregato le mani.

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