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Un estratto da “L’uomo che trema”

Creato il 18 settembre 2018 da Andreapomella

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Quando mi vede alzare il flaconcino dell'antidepressivo e contare in controluce le gocce che cadono nel bicchiere, Mario mi chiede se quella è la medicina per il mal di pancia. Spesso, vedendomi disteso sul divano, privo di forze, totalmente incapace di muovere un muscolo, prende i suoi personaggi di Star Wars e si mette a giocare sopra di me. La mia pancia diventa il pianeta Naboo su cui Qui-Gon Jinn, Obi-Wan Kenobi e il malvagio Darth Maul si sfidano a colpi di spada laser. Io me ne sto lì disteso, stanco e vuoto. Nelle mie vene scorre solo il filo di energia che serve a tenermi in vita, per il resto sono niente più che una pelle di serpente, il brandello organico di una creatura arresa. In quei momenti divento il campo di gioco di mio figlio.

Mio figlio si riappropria di me, usa il mio corpo come un fondale, il profilo delle mie braccia è una costa scoscesa, le mie gambe i promontori dorati di un pianeta orbitante in una galassia remota, la mia testa un monumento all'uomo o al passato glorioso di qualche mitica razza aliena. I personaggi, i piccoli eroi di plastica, vivono le loro storie rielaborate dalla fantasia di mio figlio. Per lui non ha importanza che in quel momento io non potrei essergli utile in niente, che se corresse un pericolo io non sarei in grado di proteggerlo né di metterlo in salvo. Lui non pensa a questo, non se ne accorge. Ma io sì, ci penso.

Mentre me ne sto disteso con il corpo disseminato di minifigure Lego, mi viene in mente un ricordo che risale a molti anni fa. A quel tempo il fratello della ragazza con cui stavo si ammalò di una malattia misteriosa, un'infezione cerebrale che lo ridusse per molti mesi in uno stato di coma profondo. La madre, una donna del sud caparbiamente devota agli idoli del cattolicesimo moderno, costellava il corpo inerme del figlio di santini e immaginette sacre, e trascorreva ore al suo capezzale, raccolta in preghiera, in attesa che un miracolo lo risvegliasse e glielo restituisse di nuovo alla vita. Di tanto in tanto muoveva le immaginette sul petto del figlio, le spostava sulle clavicole, sul collo, sulla fronte, seguendo un ordine liturgico misterioso di cui solo lei era a conoscenza.

Quella donna, immersa nel cupo isolamento della propria disperazione, era convinta di mantenere in vita il figlio attraverso quei feticci a cui attribuiva un potere taumaturgico. Poi accadde che il figlio, un giorno, dopo che il quadro clinico si era aggravato al punto da convincere il cappellano dell'ospedale a somministrargli l'estrema unzione, improvvisamente si ridestò dal coma, e in poche settimane si ristabilì completamente. Così immagino che Mario pratichi a suo modo lo stesso culto, o quantomeno un culto analogo, usando gli strumenti a lui più congeniali, evocando i propri numi, dando vita a una glorificazione rituale, a una messa celebrata in onore del padre. Io in quei momenti sono l'altare su cui Mario compie la sua funzione. Lui non sa che giocando su di me mi tiene in vita, erige le difese.


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