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Un film assai controverso stasera in tv: CLOUD ATLAS (giov. 2 febb. 2017, tv in chiaro)

Creato il 02 febbraio 2017 da Luigilocatelli

Cloud Atlas, Italia 1, ore 23,45. Giovedì 2 febbraio 2017.
Ripubblico la recensione scritta all’uscita del film. Recensione che ha suscitato, come potete vedere dai commenti, un confronto alquanto animato. Credo sia, Cloud Atlas, uno dei film più controversi degli ultimi anni. C’è chi (come me) l’ha detestato, molti l’hanno amato. Come il magazine francese Les Inrocks che l’ha inserito tra i 20 migliori film del 2013.CLOUD ATLASCCloud Atlas (Tutto è connesso), regia di Lana Wachowski, Tom Tykwer e Andy Wachowski. Con Tom Hanks, Halle Berry, Hugh Grant, Jim Sturgess, Jim Broadbent, Susan Sarandon, James D’Arcy, Doona Bae, Ben Whishaw. Tratto dall’omonimo romanzo di David Mitchell edito in Italia da Frassinelli.CLOUD ATLAS
Un indigeribile intruglio di reincarnazione, visioni karmiche e varie sotto-spiritualità new age: zen for dummies. Sei storie che si svolgono lungo sei secoli e che dovrebbero mostrarci e dimostrarci come tutto signora mia si connetta e nulla vada disperso nel ciclo cosmico. Peccato che non ci si capisca niente. Lunghezza insostenibile di quasi tre ore. Attori che passano da un episodio all’altro in incredibili camuffamenti. Vertice kitsch, il pastore tribal-futuro di Tom Hanks che parla in una lingua da bingo bongo. Pensare che ci han speso 100 milioni di dollari. Però attenzione, così improbabile che potrebbe diventare un guilty pleasure. Voto 3 (ma come possibile guilty pleasure 8).CLOUD ATLAS
Dio mio, che casino. Un film folle, sgangherato, scombinato, fuori di testa. Il più imbarazzante e ridicolo da parecchio tempo in qua. Un intruglio indigeribile e irricevibile di scemenze new age, metempsicosi, buddismi e zen for dummies, e signora mia non siamo soli nell’universo, no, i nostri destini fan parte di un grande disegno e son tutti legati, e la morte è una porta aperta su una nuova vita ecc. ecc. Come sentenzia uno dei personaggi centrali, una coreana di un qualche futuro prossimo destinata chissà perché (non abbiamo capito bene) a diventare dea in un futuro-futuro: “La nostra vita non ci appartiene. Dal grembo materno alla tomba, siamo legati agli altri. Passati e presenti. E da ogni crimine, e da ogni gentilezza, generiamo il nostro futuro”. Also sprach Sonmi (il nome della tizia). Sarà che io certi neosincretismi esoterico-religiosi non li reggo, ma trovo che Cloud Atlas sia davvero una boiata pazzesca. La seconda del genere negli ultimi mesi dopo Vita di Pi. Con la differenza che Ang Lee è un furbacchione che sa come servire la polpetta al suo pubblico globale e i discorsi scemi li camuffa e riduce al minimo indispensabile puntando tutto sullo spettacolone e la suspense del vediamo se la tigre si mangia il ragazzo. Invece il trio registico di Cloud Atlas si impiomba nel cretinismo saccente e predicatorio, strano trio che, ricordo, è composto dai fratelli Wachowski di Matrix (con Larry che nel frattempo ha cambiato sesso e adesso si firma nei credits per la prima volta col nuovo nome di Lana: a Toronto alla prima mondiale del film è apparsa con clamorosi capelli fucsia) alleatisi chissà perché con il tedesco Tom Tykwer di Lola corre, e ai filologi il compito di dirci – a me proprio non importa – quali degli episodi, sei in tutto, son stati diretti dagli uni e dall’altro. Piuttosto ingenui i tre registi, se paragonati all’astuto orientale Ang Lee, che dan l’impressione di crederci proprio a quel che mostrano e raccontano, riuscendo però a conferire all’intera operazione una certa qual sincerità e onestà che potrebbe tramutare sul lungo periodo Cloud Atlas in culto. Forse si impazzirà in futuro per il Tom Hanks incredibilmente travestito da pastore tribale con tatuaggi in faccia che parla una ridicola lingua che neanche bingo bongo (situazione peggiorata dal doppiaggio italiano, con vertici di sublime ridicolo tipo ‘vero-vero’) o per il Jim Sturgess con gli occhi allungati per fargli fare il cyber-guerriero coreano o per l’orientale Doona Bae che con occhi arrotondati e lentiggini si trasforma in damigella dell’Ottocento americano.
Adesso si sghignazza, domani potrebbe essere succulento guilty pleasure, le premesse ci sono tutte. Come raccontare questo film non film? Diciamo che è una specie di Babel, con più storie – sei – che si incrociano, solo che stavolta si svolgone in ere diverse, nell’arco di almeno cinque o sei secoli, e il punto di contatto è dato da un qualcosa che non si capisce bene, anzi non si capisce proprio. Già, tutto è connesso, ma cos’è che connette? Forse certi personaggi dislocati nei vari periodi e nei vari racconti son la reincarnazione dello stesso? Così almeno sembrerebbe suggerirci il fatto che gli stessi attori compaiano e rispuntino in tutte le sei storie di Cloud Atlas con camuffamenti e travestimenti spesso incredibili (c’è chi da un episodio all’altro non solo ringiovanisce o invecchia, ma da donna diventa uomo o viceversa, da asiatico euroamericano o viceversa: pazzesco, vi dico, e la transgender Lana già Larry Wachowski forse in questa decostruzione delle identità ci ha messo qualcosa di suo). Magari il trio registico, e con loro l’autore del libro da cui questo sciagurato film è tratto, ci vuol suggerire che le nostre azioni lasciano una traccia, un alone, che condizionano le nostre vite future, o altrui vite future, secondo un meccanismo karmico. O un meccanismo di risarcimento. Per cui se hai fatto del male dovrai scontarlo con sofferenze in altre vite, e viceversa. Ma forse non è neanche così, perché ci sono attori che nei vari episodi incarnano sempre il Bene e altri che invece di volta in volta sono il Bene e il Male. Mah. Un casino vero, vi dico. Tant’è che non voglio neanche sforzarmi di capirci qualcosa, non vale la pena. Chi crede a certe scemenze magari cercherà di trovarci un senso, io getto la spugna. Riassumo solo, brevissimamente, le sei storie, che ahinoi, a complicare questo già cervellotico cubo di Rubik, si mescolano e alternano continuamente. Allora: a metà Ottocento un brav’uomo su un vascello navigante dai mari australi verso l’Occidente sta per essere avvelenato da un ladro: lo soccorrerà e lo salverà uno schiavo maori salito clandestinamente a bordo. Nell’Inghilterra anni Trenta un ragazzo di molti talenti musicali ma di pessima reputazione quale marchettaro per omosessuali aristocratici diventa l’assistente di un anziano musicista, il quale vampirescamente cercherà di appropriarsi della sua composizione più importante. Negli anni Settanta una giornalista cerca di sventare un disastro nucleare ordito da una potente lobby americana. Oggi, Inghilterra: un anziano editore senza soldi vien chiuso dal fratello in un ospizio-lager, ma riuscità a fuggire e a guidare la rivolta contro i suoi aguzzini. Seul, anno 2144: ci sono nuovi schiavi e spietati padroni; una delle schiave viene salvata da un ribelle e grazie a lui diventerà il simbolo di una rifondazione di civiltà. Futuro successivo: un pastore e una donna venuta da un mondo tecnologicamente avanzato devono far luce su misteriose forze del Male. A pensarci bene, il problema di Cloud Atlas non è neanche il ridicolo del suo credo new age, e nemmeno la sua insostenibile complicazione narrativa, è l’approssimazione con cui vengono connesse le varie storie. Facile dire che tutto è connesso, il difficile è renderlo drammaturgicamente consequenziale e credibile, e qui non ci si riesce, lo si enuncia solo come un dato di fede. Eh no, signori, non vale, non basta, mi dovete mettere a punto un racconto in cui tutti i dettagli si spiegano e si incastrano senza lasciare vuoti, invece qui come la va la va. Tanto ci sono poi quei due episodi sci-fi in cui ci si può sfrenare coi soliti effetti speciali che al pubblico popcorn piaccion sempre tanto. Tremendo e però, come dicevo, a modo suo un film sincero. Riflessione a margine: ecco quali mostri e quale paccottiglia e quali bric à brac basso-spiritualisti si possono generare nel gran vuoto lasciato dalla crisi del cristianesimo, altro che prendersela con Ratzinger, che se il dopo Ratzinger è ‘sta roba teniamoci la tradizione. Tra gli attori, oltre ai soliti noti (Tom Hanks, Hugh Grant, Halle Berry, Susan Sarandon) anche il Jim Sturgess appena visto in La migliore offerta di Tornatore e il Ben Whishaw che in Skyfall era il genio tecnologico Q. Suggerimenti a chi Cloud Atlas proprio se lo va a vedere: gustatevelo come un guilty pleasure, almeno di divertirete e riuscirete a non soccombere alle due ore e cinquanta minuti, perché tanto dura. Gioco: cercate di indovinare tutti i camuffamenti dei vari attori, compresi i cambiamenti di sesso, non è mica così facile. Alla fine mentre scorrono i credits vi verranno svelati tutti e potrete vedere se avete fatto bingo.


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