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Un giorno di ordinaria precarietà

Creato il 07 luglio 2011 da Fabiosiena @alternativadem


 a cura di Walter Impellizzeri

Lui si chiama Pierre, viene dal Togo; è tifoso del Real Madrid perchè li ci gioca Adebayor, il centravanti della nazionale del suo paese. E’ arrivato in Italia regolarmente, con un visto per motivi di studio. Il suo sogno è fare l’architetto per poter progettare le case di Lomè, la città dove è nato. Ma oltre a studiare deve anche provvedere alla famiglia che è rimasta nel suo paese, quindi deve lavorare.

UN GIORNO DI ORDINARIA PRECARIETA’

Pierre è un mio collega, lavora come interinale in una multinazionale che offre i propri servizi nelle telecomunicazioni; il lavoro non lo soddisfa ma si è ormai adattato, preso dai ritmi scanditi da un cartellino da timbrare, un campanello che segnala che la mensa è aperta, un autobus da prendere a fine turno per tornare a pensare allo studio. Pierre ha una fidanzata, italiana, è cristiano e passa il tempo libero con i suoi connazionali dando quattro calci ad un pallone esattamente come faccio io e fai tu che stai leggendo. Pierre, come me, lavora per 6,25 € l’ora (lordi) e si occupa di imballaggi; imballa oggetti che vanno in giro per il mondo in modo che tu che stai leggendo ed io che sto scrivendo possiamo connetterci alla rete e chattare con un amico che è in Australia o possiamo pubblicare la foto delle vacanze o la canzone preferita. Un giorno Pierre vede una fattura di una spedizione e vede che quell’oggetto costa 85.000 €. Pierre pensa “cavolo, ne imballo almeno 10 al giorno di questi, perchè devo lavorare per 6,25€ l’ora??”. Pierre va a casa perplesso ma al rientro un suo connazionale gli comunica che uno dei suoi amici deve tornare a casa perchè gli è scaduto il permesso di soggiorno. Pierre quindi si tiene stretto il suo posto di lavoro consapevole di essere sfruttato.

 

UN GIORNO DI ORDINARIA PRECARIETA’

 

Lei si chiama Rafaela, viene dall’Albania; era bambina quando molta gente del suo paese è salita su delle navi ed è arrivata nel nostro paese in cerca di qualcosa di meglio. Rafaela è venuta in Italia per studiare e per essere indipendente. Rafaela è una mia collega, anche lei lavora per 6,25€ lordi; anche lei un giorno si è posta la domanda di quanto valessero gli oggetti che sta imballando per poter permettere alla gente di comunicare. Anche Rafaela quando l’ha scoperto è andata a casa perplessa. Come ogni fine settimana chiama a casa e le dicono di continuare così, che sono orgogliosi di lei che riesce nonostante tutto a dare una mano alla famiglia lontana. Il contratto di Rafaela è a tempo determinato, ogni 6 mesi deve rinnovare il permesso di soggiorno e spendere 150 € per poter restare nel nostro paese, nella speranza che arrivi il contratto definitivo, quello che le permetterebbe di poter avere una carta di soggiorno e fare un progetto per il futuro.

 

Lei si chiama Daniela, è pugliese. Lei è maestra d’asilo, ha studiato per lavorare con i bambini ma gli studi non bastano, ci vuole un’abilitazione per poter operare, abilitazione che si ottiene frequentando dei corsi che durano mesi.  Ma lei ha bisogno di lavorare e quindi non può frequentarli, il suo sogno di lavorare con i bambini è in un cassetto. Certo, potrebbe frequentare dei corsi privati che una legge dello Stato parifica a quelli degli enti professionali ma sono cari, molto cari. Quindi anche Daniela accetta di lavorare come interinale, nella speranza di avere un contratto tale da potersi permettere di frequentare i corsi che le servono ad aprire il cassetto e riprendersi i suoi sogni.

 

Lei si chiama Natasha, Deborah, Alessandra  ……..

Lui si chiama Antonio, Fabio, Ivan, Marin ……

 

Questi sono dei nomi inventati di persone reali, storie reali; persone che, come me e te che stai leggendo, hanno difficoltà nel capire perchè la nostra generazione non riesce ad avere quello che ha avuto la generazione dei nostri genitori, una famiglia, un’occupazione soddisfacente.

Tutti noi abbiamo dei sogni, tutti noi abbiamo delle speranze. Oggi questi sogni e queste speranze sono offuscati da un contratto a tempo determinato o da una possibile delocalizzazione aziendale.

Però questo continuo sfruttare, demotivare e demoralizzare ci ha portato ad avere una nuova coscienza, ci fa capire che non c’è differenza tra Pierre, Daniela o Rafaela, non importa da dove veniamo, non importa se siamo musulmani o cristiani, africani od europei; siamo vittime di un sistema che oramai è logoro, imperfetto perchè non permette più ai consumatori di essere tali, ingiusto perchè la forbice salariale è ormai troppo ampia. La vita ci appare come una routine da cui non si può scappare.

UN GIORNO DI ORDINARIA PRECARIETA’

Ma Pierre, Daniela, Antonio, Marin inseguono ancora i loro sogni, perchè la speranza ancora non è morta, da qualche parte nei loro cuori e nelle loro menti sanno che se nessuno gli ha insegnato a chiedere quello gli spetta forse un giorno impareranno a prenderselo, distruggendo questa routine in un milione di piccoli pezzi.


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