Un grido perduto nella notte

Da Gabrielederitis @gabriele1948

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Lunedì 14 gennaio 2013

CAMMINARSI DENTRO (441) : Un grido perduto nella notte

Fragile patrimonio sono i sogni,
ci fanno ricchi un’ora -
poi, poveri, ci scaraventano
fuori dalla purpurea porta
sul duro recinto
dimora di prima

Emily Dickinson

Il testo che segue è apparso poco fa nello spazio web del professor Recalcati, su Facebook.

Anche l’amore più grande, più assoluto, più certo, più simile ad un destino, può cadere, rivelarsi polvere, diventare niente. Cosa ci accade quando facciamo ancora esperienza di non essere altro che un grido perduto nella notte, quando incontriamo ancora la ferita traumatica dell’abbandono assoluto? Quando, come si dice meno radicalmente, “non è più come prima”? Può la vita resistere? Può continuare ad abitare un mondo che non è più lo stesso mondo? Può non cedere alla tortura dell’insensatezza? Ritarderò l’uscita del mio secondo tomo su Lacan per scrivere di questo. MASSIMO RECALCATI

Quello che sconcerta di più è l’inaudito stupore, l’imprevisto della nuova condizione, l’arresto del tempo dell’attesa e della speranza, l’apertura dell’anima non più ‘sostenuta’ dall’altra parte, l’eclissarsi improvviso dell’altra parte, assieme al gioco d’amore, alla voce, al volto, al caldo abisso della trascendenza personale. Non più risposte, spiegazioni e conferme, assillo e affanno, premuroso richiamo, appello invadente, rimprovero, sorriso. Cessa l’incanto della viva presenza, lo charme del tempo, con le file di continuità e il dono di sé. L’assenso, l’accordo, il conforto, la carezza non sono più. Il tanto mi dà tanto e l’apparato dei giorni, ma soprattutto delle ore. Il sapore immutato dei momenti vissuti insieme. L’attimo di gioia che si faceva istante eterno inspiegabilmente sottratto. Della gioia dispensata a piene mani più nessuna traccia, nemmeno il dolce ricordo. Solo disincanto e tragedia, scissione, separazione. Frantumi di tempo. Il nunc scomparso. «Potremmo riparlarne dopo?» Non più ‘dopo’. Solo immobile e vuoto presente. Anancasmi e brevi affanni. Poi, più nulla. Silenzio nella testa. Inerzia intellettuale e noia. L’orrenda, barbara malinconia che lima e che divora. Non la celeste nostalgia degli umani. Il vano sforzo della vicinanza sollecita e la testimonianza del solidale abbraccio. E poi? Cessati gli sforzi e gli abbracci e la vicinanza e la sollecitudine affettuosa? Solo tetraggine e abbandono. Come quello mortale del tempo dei sogni e delle belle speranze, quando era intollerabile a tutti che appena un po’ venissimo lasciati a noi stessi, come se fosse per sempre! Ma ora è così, è per sempre. Non avevamo creduto che si potesse giurare amore eterno, perché l’amore, come tutte le umane cose, è nel tempo, ma ci apparecchiammo per un tempo senza tempo, anche se non credevamo si potesse seriamente dire ‘per sempre’. Abbiamo prediletto perfino una canzone che chiede proprio quello che non si può promettere: Amami per sempre. Perché c’era chi aveva qualcosa da dire a noi sempre. Immancabilmente. Come la chiacchiera dei bambini, che farfugliano a volte cose insensate, ma vere, accompagnate sempre da convinto entusiamo e la serena certezza di essere creduti ancora. Sentivamo ad ogni piè sospinto che ci fosse tempo ancora per noi. Abbiamo creduto. Ci siamo affidati. Ora non c’è più sponda. Non sappiamo dove depositare le nostre emozioni. Ma la ferita che brucia in mezzo al petto e ci consegna all’angoscia dell’insussistenza e dell’infondatezza insensata è del cuore. È il tempo del dolore senza fine. Sentiamo già che esso potrà solo farsi più tenue e accennare a scomparire, per ripresentarsi a noi come morbo incurabile e strazio senza fine. Le intenzioni lacerate stanno lì a segnalare l’infranto e l’irreparabile, come morte sopraggiunta a colpire selvaggiamente. Come i venti freddi sferzanti di marzo, che tagliano la faccia e pietrificano e sconquassano le più miti pretese. Siamo stati così lasciati a chiedere e basta. E dopo aver dedicato una vita alla critica all’insensato chiedere, siamo lì, sulla nuda porta a chiedere, pur sapendo bene che si possa chiedere soltanto ciò di cui si conosce già la risposta. Eppure, non facciamo altro, ormai. Perfino nell’assenza fisica di chi dovrebbe rispondere ancora.


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