Un’italiana a Parigi. Bendetta Donato racconta Paris Photo.

Creato il 19 novembre 2014 da Sdemetz @stedem

Quando la cultura e il mercato si incontrano possono accadere tante cose. Gente di tutto il mondo che si ritrova, contaminazioni, incontri, dibattiti, esposizioni. E tutto intorno alla bellezza, quella prodotta dagli artisti ed esibita, per esempio a una fiera, per esempio a Paris Photo.

In questo blog ho già raccontato con entusiasmo di un evento culturale francese sulla fotografia, i Rencontres di Arles, e di come esso sia in grado di mettere in moto dinamiche che vanno a vantaggio di un’intera ampia comunità, da quella artistica a quella sociale e professionale.

Questa volta mi sposto a Parigi, perché finalmente, davvero finalmente ho visitato Paris Photo! Quarantacinque minuti in coda sotto la pioggia insieme a persone provenienti da tutto il mondo per entrare nel bellissimo Grand Palais e girare tra gli stand di una fiera, che detto così pare quasi riduttivo. Era come stare in una sorta di città virtuale fatta solo di  gallerie fotografiche o bookshops. Non ho idea quante fotografie ho visto, alcune per la prima volta incorniciate e stampate, e a fianco di quanta gente sono passata e dentro quante gallerie sono entrata. Fatto sta che se chiudo gli occhi ho ancora dentro di me la sensazione di essere stata dentro un luogo che è mediatore di un immenso valore artistico e allo stesso tempo driver di importanti scambi commerciali.  Per capire meglio tutto questo, ho chiesto a Benedetta Donato, art curator italiana, formatasi a Parigi, di raccontarmi cos’è Paris Photo. Essendo a Parigi, l’incontro non poteva che avvenire  in un bistrot nel cuore del Marais, dove compresse tra i tavolini stretti del ristorante, avvolte dal profumo di una cucina buona, e circondate dalla vivace frenesia di un bistrot all’ora di punta le ho posto alcune domande.


Benedetta, cos’è ParisPhoto?

Benedetta Donato al Centre Pompidou – © TC

ParisPhoto è la più grande fiera di fotografia al mondo allestita negli spazi maestosi del Grand Palais, che rappresenta un appuntamento imperdibile nel vasto programma espositivo e di eventi dedicati a questa disciplina artistica. Non a caso, novembre a Parigi è il Mois de la Photo. Quest’anno la fiera è giunta alla sua diciottesima edizione, contando sulla presenza di oltre 140 gallerie francesi e internazionali e 26 case editrici specializzate in pubblicazioni di settore.

ParisPhoto è un contenitore, uno spazio dove la fotografia si confronta su terreni diversi: il mercato del collezionismo, i momenti dedicati alle presentazioni e ai dibattiti, l’incontro con gli artisti e i booksigning, le premiazioni e i progetti espositivi monotematici che qui vengono presentati.

In quattro giorni qui si concentra e si fa esperienza di un mondo che è quello della fotografia!

Cultura e mercato: per molti è un ossimoro, come se economia e produzione artistica non potessero trovare spazi comuni. Secondo te questa fiera può insegnarci qualcosa?

Non direi vi sia discontinuità tra i due ambiti, piuttosto c’è stata un’evoluzione di questo rapporto. Per molto tempo, e oggi sicuramente molto meno, un artista e il valore riconosciuto alla sua produzione venivano considerati dal mercato solo dopo una consacrazione istituzionale che poteva avvenire tramite mostre allestite in grandi musei o importanti riconoscimenti da parte della critica accreditata.

Oggi la situazione è cambiata. Mi verrebbe da dire che cultura è mercato, nel senso che i due ambiti viaggiano sugli stessi binari, in un rapporto di continuità e reciprocità, e che spesso è il sistema del mercato, costituito dagli interlocutori come le gallerie e i collezionisti, a decretare il valore dell’operato artistico e quindi il suo riconoscimento da parte delle sedi istituzionali più prestigiose.

Non è un caso che manifestazioni e mostre in calendario nel periodo del Mois de la Photo a Parigi, vedano organizzati in concomitanza appuntamenti come le aste che si sono svolte da Sotheby’s nei giorni scorsi, dedicate interamente alla fotografia, con risultati di vendite eccezionali per milioni e milioni di euro.

La Francia ha altri appuntamenti importanti per la fotografia come i Rencontres di Arles. Perché secondo te?

Il discorso è certamente da inquadrare, innanzitutto, storicamente: la fotografia nasce in Francia e da qui si instaura una tradizione culturale che si evolve nel tempo. Quest’invenzione straordinaria viene sostenuta da iniziative come i Rencontres d’Arles – primo e più importante festival di fotografia del mondo – che derivano da un percorso di quasi due secoli. Il mondo della fotografia in Francia non vive solamente attorno a manifestazioni come Paris Photo e Arles; pensiamo a realtà museali come il Museo d’Orsay – che per primo negli anni ’70 ha inaugurato una sezione dedicata esclusivamente alla fotografia –  alla creazione della Maison Européenne de la Photographie negli anni ’90, alla Galerie Nationale du Jeu de Paume o all’Hotel de Ville considerati templi della fotografia e dell’immagine, a istituzioni mondiali come il Centre Pompidou che hanno dedicato ampie retrospettive alla fotografia contemporanea. Esiste, inoltre, in questo territorio un apparato di formazione eccellente, con un’offerta rivolta sia alla tecnica fotografica che agli aspetti relativi alla storia e alla critica.

La fotografia in Francia non rappresenta un campo di azione rivolto soltanto a determinati attori.

E’ un fenomeno che si instaura all’interno di un sistema di regole e valori condivisi, considerato, pur mantenendo una sua precisa identità, come fatto culturale.

Cosa abbiamo di equivalente in Italia? Oppure siamo più deboli? 

Non credo che le realtà siano paragonabili. Se parliamo di fotografia come sistema in Italia, certamente esploriamo un territorio abbastanza giovane ancora in fase sperimentale. Non mi riferisco alla tradizione della produzione fotografica che vanta grandissimi autori riconosciuti universalmente.

E’ recente l’istituzione di una manifestazione come il MIA Milan Image Fair, la fiera italiana dedicata alla fotografia e all’immagine, voluta da una mente illuminata e certamente colta come quella del suo fondatore Fabio Castelli. Una fiera che ha subito riscontrato la partecipazione del pubblico e una risposta significativa da parte del mercato. E a mio avviso, fondamentale come appuntamento per coloro che vogliano tentare un approccio o approfondire  questo mondo.

Ci sono istituzioni museali e festival importanti come il Photolux a Lucca, Savignano Fotografia, Fotografia Europea, il Festival di Roma e tantissimi altri connessi a realtà come le Fondazioni che si impegnano nel supporto di queste iniziative. Sempre più gallerie si propongono al mercato come operatori di settore che trattano esclusivamente fotografia. Così l’offerta formativa si va specializzando, offrendo proposte più mirate e specifiche.

La sensazione generale che ho è quella che attraverso molteplici interventi, stiamo provando a costruire e a fare sistema, in una realtà dove la realizzazione di un senso e di un obiettivo comune, rappresentano un difficilissimo traguardo da raggiungere.

Cosa ci fa un’italiana a ParisPhoto? Di cosa ti occupi? 

Sono spesso a Parigi e da dieci anni durante il Mois de la Photo mi trasferisco qui.

Devo molto a questa città perché in questo luogo ho potuto affrontare parte del mio percorso di formazione, quando in Italia le discipline di storia e critica della fotografia erano per lo più contemplate come sezioni a latere della più ampia storia dell’arte.

Volevo studiare fotografia e, dopo l’università e un anno di formazione sugli elementi e le tecniche di questa disciplina, mi sono trasferita per approfondire gli studi e specializzarmi.

Cosa ti porti a casa dopo queste giornate parigine?

Ogni volta che vengo in Francia, respiro un’aria diversa, sembra che tutto sia avvolto dalla fotografia. Parigi come Arles rappresentano un momento di ricerca fondamentale, un confronto con esperienze e percorsi che conosco poco o che non conosco affatto, e che qui ho l’opportunità di approfondire.

Porto con me quest’atmosfera di grandiosità e la voglia di ritornarci prima possibile, per vivere ancora l’esperienza di questa ispirazione.

Grazie Benedetta e … à bientôt!

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