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Un motivo per viaggiare in periodi tumultuosi

Creato il 14 aprile 2011 da Claudsinthesky

Due mesi fa un collega al lavoro mi aveva proposto di fare un viaggio insieme per Pasqua: meta prescelta Socotra, un’isola bellissima al largo delle coste yemenite. Mi sono offerta di preparare un dettagliato itinerario di 10 giorni comprendente tutte le spiagge più belle e i trekking più gratificanti e ho contattato delle agenzie locali per avere un preventivo. Dopo aver trovato altri due amici interessati a unirsi al gruppo e aver negoziato il prezzo con una guida gentilissima e in gamba, sono scoppiate le proteste anti-governative a Sana’a e i miei compagni di viaggio si sono tirati indietro per paura di possibili casini.

Io non li biasimo, ma, sinceramente, se il costo del viaggio non fosse stato proibitivo per me da sola, non avrei rinunciato e sarei andata comunque, tanto più che Socotra sembra così un paradiso fuori dal mondo che uno non crederebbe mai che vi possa succedere qualcosa di spiacevole.

Comunque la settimana scorsa ho trovato questo articolo e lo dedico ai miei amici bidonari…

Un motivo per viaggiare in periodi tumultuosi

I resti di una jeep saltata su una mina nel Wilpattu National Park - aprile 2010

Perché viaggiamo

Nell’insensatezza e la bellicosità che costituiscono l’andirivieni della storia, aggravate da disastri naturali e crudeltà immotivata, il prezzo più alto lo pagano i semplici cittadini. Essere un viaggiatore in tali circostanze può essere scomodo nel migliore dei casi, mortale nel peggiore. Ma se il viaggiatore riesce a superare con disinvoltura tale spiacevolezza, è in grado di tornare a casa a riferire: “Io c’ero. Ho visto tutto.” Il vanto del viaggiatore, a volte espresso come una lagnanza, è di essere stato un testimone oculare, e invariabilmente questa esperienza, per quanto scioccante possa sembrare sul momento, è un arricchimento, addirittura una benedizione, uno di quei trofei della strada che cambiano la vita.

“Non andare lì”, dice di tanti posti lontani il so-tutto-io pantofolaio agitando il dito. L’ho sentito nel corso di tutta la mia vita di viaggiatore, e quasi sempre è stato un cattivo consiglio. Secondo la mia esperienza, i Paesi diffamati sono spesso i più appaganti. Non sto dicendo che siano divertenti. Allegria allo stato puro è rosolarsi sotto il sole a Waikiki con un mai tai in mano, o sognare indolentemente in Costa Azzurra. Per quanto riguarda la consapevolezza che il viaggiare difficile è qualcosa di gratificante, il sentimento è prevalentemente retrospettivo, dal momento che è solo guardando indietro che vediamo come ci ha arricchito. Sul momento, naturalmente, l’esperienza di essere spettatore di un improvviso cambiamento politico o sociale può essere allarmante.

Nel corso della storia il viaggiatore è stato costretto a riconoscere il fatto che lasciare casa comporta una perdita di innocenza, e l’incontro con l’incertezza: il resto del mondo è stato tradizionalmente considerato stregato, un luogo di tenebre: “hic sunt dracones.” O, come riferiva Otello, “Cannibali che si mangiano tra loro, / Gli antropofagi, e gli uomini/ Ai quali cresce la testa sotto alle spalle.”

In questo momento, però, è il mondo conosciuto che sembra particolarmente spaventoso. L’Egitto è stato messo sottosopra, e la frase “massa pacifica”, un ossimoro, mi fa sorridere: tutte le masse contengono un fattore di rancore e di regolamenti di conti personali. La Tunisia prima delle manifestazioni di massa e del colpo di Stato era un assolato litorale popolare tra i vacanzieri europei, dove il fastidio maggiore per il viaggiatore era il venditore di tappeti troppo zelante.

Il recente “disastro a rate” in Giappone, tra terremoto, tsunami, reattori nucleari danneggiati e il quasi meltdown, è un particolare choc: il Giappone è stato a lungo considerato uno dei Paesi più sicuri al mondo, mentre ora sembra un luogo rischioso fatto di città inondate, aria contaminata e acqua non potabile. Il solo terremoto era stato abbastanza per ispirare un senso di profonda insicurezza. E l’idea che Christchurch, in Nuova Zelanda, possa essere rasa al suolo e che sembri pericolosa – questo posto di canti comunitari civile, ordinato, bello, scarsamente popolato, provinciale – è l’ennesima sorpresa.

Molte persone pensano al viaggio globale come se fosse qualcosa presentato su un menu, uno di quei volumi corposi, leggermente difficili, che ricordano il Libro di Kells. Si tratta, comunque, di un menu che cambia, quando alcuni luoghi vengono “scoperti” e altri eliminati. La Libia è ormai una zona di guerra, ma appena l’altro giorno l’Ente del Turismo libico esortava i visitatori con la promessa di rovine romane e cusucs bil-hoot (la versione berbera del cuscus di pesce). Può darsi che Baghdad fosse la Parigi del IX secolo, come la descrisse Richard Burton, ma James C. Simmons in Passionate Pilgrims: English Travelers to the World of the Desert Arabs rimarca come da allora essa abbia deluso la maggioranza dei viaggiatori essendo, usando le loro stesse parole, “una città [piena] di polvere terribile”, “maleodorante, poco piacevole e calda,” con un “clima di squallore e povertà” – e queste sono descrizioni di viaggiatori degli Anni Trenta, ben prima dell’invasione, la guerra e i kamikaze.

Negli Anni ’60 e ’70 l’Afghanistan, nonostante tutte le sue scocciature (banditi armati, mullah censori, autobus antiquati, cucina devasta-budella), era sorprendentemente ricco di tradizioni, di devozioni arcaiche e di un paesaggio spettacolare, scintillante delle sculture ancora integre dei Buddha di Bamiyan, e pervaso dal senso del medievale. C’erano thob, turbanti laceri, pugnali e anche un certo romanticismo polveroso – occhi scuri che occhieggiano furtivamente da un burqa simile a uno Shmoo. Ditegli addio. Ricordo bene il viaggio sobbalzante in autobus dalla città di confine di Mashhad in Iran, la passeggiata attraverso la frontiera sassosa a Islam Qala e, finalmente, lo splendore in miniatura dell’antica città di Herat. Ci vorrà molto tempo prima che un qualsiasi farang (“straniero” in farsi, ndcItS) con lo zaino in spalla faccia di nuovo quel viaggio in autobus. In Pakistan, le stupende rovine greco-buddhiste dei monasteri gandharici nella zona di Taxila, non lontano da Peshawar – solo una dozzina di anni fa un posto da non perdere – ora vengono visitate solo da jihadisti la cui unica missione è deturparle.

Per il viaggiatore odierno ci sono nuovi e improvvisi capovolgimenti: il rovesciamento di governi di vecchia data, terremoti, un vulcano, il rilascio di radioattività in un cielo azzurro e nel latte di mucca; tutto nel giro di pochi mesi. Cosa dovrebbe fare allora il viaggiatore se non rannicchiarsi e osservare?

I turisti hanno sempre fatto vacanze nelle tirannidi (Tunisia ed Egitto sono abbastanza esemplificativi): l’assurda dittatura dà una tale illusione di stabilità che il luogo è spesso meta di vacanza. Il Myanmar, altro luogo recentemente traumatizzato da un terremoto mortale, è il classico esempio di uno Stato di polizia che è anche un Paese apparentemente ben regolamentato per i turisti, purché non guardino troppo da vicino. (Le guide birmane sono troppo spaventate per confidare le proprie paure ai loro clienti). I 24 anni passati dal Kenya sotto la cleptocrazia del Presidente Daniel arap Moi, conclusasi nel 2002, non hanno mai scoraggiato i frequentatori di safari, ma, anzi, potrebbero averli spinti a credere di essere al sicuro con così tanti poliziotti visibili in giro. È solo in tempi relativamente recenti che i turisti e i cacciatori hanno cominciato a stare alla larga dallo Zimbabwe. In un momento in cui il Presidente Mugabe affamava e incarcerava i suoi avversari negli Anni ’90, chi visitava il Paese faceva domanda per le licenze per sparare agli elefanti e se la spassava nei lodge di lusso per la caccia grossa.

Per contro, un Paese non regolamentato, moderatamente democratico, ispirato al libero mercato, può produrre un viaggio accidentato e una prevalenza di rapaci locali. L’Unione Sovietica controllava e proteggeva i suoi turisti con guide-balia, la nuova Russia tormenta i visitatori con qualsiasi raggiro possibile per il capitalismo rampante. Ma, a meno di essere di salute delicata e di desiderare un serio riposo, nessuno di questi è un motivo per restare a casa.

“Saresti un pazzo a prendere quel traghetto,” mi diceva la gente, sia scozzesi che inglesi, nella primavera del 1982, quando da Stranraer in Scozia sono partito per Larne in Irlanda del Nord: stavo facendo il mio percorso in senso orario intorno alla costa britannica per il viaggio che ho poi raccontato in The Kingdom by the Sea (pubblicato in italiano col titolo Da costa a costa, ndcItS). In quel momento, e per i successivi 10 anni, un tipo di terrore settario particolarmente brutale era comune in tutto l’Ulster.

Come faccio a saperlo? Ero lì, con la testa bassa, a mangiare fish and chips, bere birra e osservare gli effetti di questa confederazione di somari omicidi, le correnti scissioniste, agitatori criminali e portatori di rancore della più pura ignoranza. In una battuta macabra che girava in quel periodo, in una strada di Belfast un uomo grida “Sono un musulmano!”. E i suoi aggressori vogliono sapere: “Sei un musulmano cattolico o un musulmano protestante?”

Il narcisismo delle differenze insignificanti non è mai stato illustrato in modo più crudo che dopo quella notte di pioggia, quando sono salito sul traghetto dalla Scozia e ho fatto il breve viaggio nel XVII secolo, partendo per vedere il resto dell’Irlanda del Nord. Quello che ho trovato – quello che abitualmente ho trovato dopo aver sentito tutti quegli ammonimenti – è stato che era molto più complicato e diviso in fazioni di quanto non mi fosse stato descritto. E che c’erano piaceri inaspettati. Per prima cosa, gli irlandesi di tutti i generi erano grati di avere un ascoltatore: questa è una peculiarità degli afflitti, ed essere in presenza di conversatori è un dono per uno scrittore. Sì, c’erano checkpoint, blocchi stradali, allarmi bomba, metal detector, perquisizioni. Ogni tanto c’era un attentato. Le imboscate da parte e contro i soldati britannici erano piuttosto comuni, così come lo erano altri tratti comuni a tutte le insurrezioni, da Israele allo Sri Lanka – la porta buttata giù a calci, il civile umiliato, i bambini che lanciano sassi. La caratteristica dominante della guerra, però, non è il rumore e nemmeno le sparatorie. È la suspense, qualcosa come la noia: non succede nulla per lunghi periodi e poi tutto avviene in una sola volta in una confusione indescrivibile.

Quello che ho visto in Ulster durante quel viaggio è stato indimenticabile. È stato prima di tutto la consapevolezza della totale inutilità del conflitto e del suo elemento autodistruttivo, ma è stato anche il modo in cui, nella peggiore delle situazioni, la vita va avanti. Il mercato si teneva nel giorno stabilito anche se ogni tanto nella piazza di un mercato veniva fatta esplodere una bomba. I rituali venivano osservati, come quello a Enniskillen nel 1987, durante il quale 11 persone sono rimaste uccise quando l’IRA ha fatto esplodere una bomba nel corso delle celebrazioni per il Remembrance Day, assassinati mentre piangevano i loro morti. Eppure, la vita continuava: una vendita di torte, una gara ciclistica, gli agricoltori che falciano i loro campi, un coro che si ode da una chiesa, “Una tazza di the?”, uccelli che cantano nelle strade di campagna dove aspettavo un autobus, la pioggia scura che scende e il buonumore esasperato di gente umana nauseata di tutta quella storia.

È stata tutta una rivelazione che è diventata un ricordo ricco e illuminante. Non era la prima volta che venivo messo in guardia contro un luogo. “Qualunque cosa tu faccia, NON andare in Congo”, mi era stato detto quando facevo l’insegnante in Uganda tra la metà e la fine degli Anni ’60. Ma il Congo era immenso, e le parti che ho visitato – Kivu nell’est e il Katanga nel sud – erano piene di vita come lo sono i posti assediati. A metà degli Anni ’70 ero in procinto di incamminarmi dal mio hotel di Berlino Ovest verso il treno che portava a Berlino Est, quando lo scrittore Jerzy Kosinski mi pregò di non andare oltre la Porta di Brandeburgo. Avrei potuto essere arrestato, torturato, tenuto in isolamento.

“Che cosa ti hanno fatto?”, chiese quando mi vide riapparire quella sera. Gli dissi che avevo mangiato male, fatto una passeggiata, visto un museo e in generale ottenuto uno scorcio inedito della vita opprimente e trita nella Germania dell’Est.

Non tutti gli avvertimenti sono futili o di parte: nel 1973 fui messo in guardia dall’andare nella Cambogia controllata dai Khmer Rossi, e quello fu un consiglio a cui diedi ascolto. Mi sembrava sconsiderato andare in un Paese in uno stato di anarchia. Oggi non andrei in Somalia o Afghanistan. E neppure il Pakistan è molto allettante.

Viaggiai in Vietnam quello stesso anno, subito dopo il ritiro della maggior parte delle truppe americane e circa 18 mesi prima della caduta di Saigon. Il Paese – anche se c’era un governo intatto – era alla deriva in un limbo fatalista di voci e attacchi della guerriglia. Non era tanto una zona di guerra quanto una regione sul punto di arrendersi che andava lentamente implodendo. Il mio ricordo più distinto era la Cittadella distrutta, e le strade fangose ​​e la battigia maleodorante del Fiume delle Perle (sic, si tratta in realtà del Fiume dei Profumi, ndcItS) a Hué, lungo la costa, il capolinea della linea ferroviaria. E, saltuariamente, proiettili traccianti, gente terrorizzata, un’economia collassata, hotel malridotti e morale a terra.

Trentatré anni dopo, tornai in Vietnam per il viaggio raccontato nel mio libro Ghost Train to the Eastern Star (pubblicato in italiano col titolo Un treno fantasma verso la Stella dell’Est, ndcItS), una rivisitazione del mio Great Railway Bazaar (Bazar express: in treno attraverso l’Asia, ndcItS). Ritornai nella città reale di Hué, e vidi che ci può essere vita, persino felicità, dopo la guerra e, quasi incredibilmente, ci può essere perdono. Se non avessi visto l’abisso infernale di Hué in tempo di guerra non avrei mai capito la sua riuscita in tempo di pace. Sette milioni di tonnellate di bombe non avevano distrutto il Vietnam, l’avevano semmai unificato. Hanoi, che aveva subito gravi bombardamenti aerei nel corso dei molti anni di guerra, mi apparve meravigliosa nella sua prosperità postbellica, con viali e ville, e stagni e pagode, magnifica come era stata quando era la capitale dell’Indocina. Si tratta certamente di uno dei più riusciti restauri architettonici di qualsiasi città del mondo, e di uno dei più belli.

Lo Sri Lanka è uscito da una guerra civile solo pochi anni fa, ma anche mentre il nord a maggioranza tamil era assediato e combatteva un’azione di retroguardia, c’erano turisti che prendevano il sole sulla costa meridionale e giravano gli stupa buddhisti di Kandy. Ora la guerra è finita e lo Sri Lanka può affermare di essere pacifico, fatta eccezione per il suo governo che si vanta della sconfitta dei tamil. I turisti sono ritornati in numero ancora maggiore per la serenità e l’esigua popolazione. (Per quanto possa sembrare incredibile, quasi lo stesso numero di persone che vive nella zona metropolitana di Mumbai, in India, occupa tutta la Repubblica Democratica Socialista dello Sri Lanka.)

A un certo punto lo Sri Lanka era sulla lista “Potrebbe essere il vostro ultimo viaggio” del viaggiatore Robert Young Pelton, che si è costruito una carriera starnazzando di pericoli, le cui descrizioni riempiono i suoi libri, in particolare The World’s Most Dangerous Places. Nell’unica occasione in cui ci siamo incontrati, alla fine degli Anni ’90 in un programma televisivo registrato in New Jersey, si è mostrato un geniale, benché apatico, canadese, tranne quando ha parlato degli orrori dello Sri Lanka, delle Filippine e della Colombia. Ho fatto viaggi piacevoli in tutti e tre, dissi. E fui costretto a fargli notare che eravamo alla periferia di Newark, che in quel periodo veniva segnalata dal suo giornale, The Star-Ledger, come la capitale degli omicidi del New Jersey.

La Terra è spesso percepita come un’infallibile mappa di Google: non molto grande, facilmente accessibile e conoscibile da qualsiasi geek con un computer su cui tamburellare le dita. Per certi aspetti questo è vero. La distanza non è più un problema: si può fare una scappata a Hong Kong o trascorrere un weekend a Dubai o a Rio, ma, mentre alcuni Paesi si aprono, altri si chiudono definitivamente. E certi Paesi, come il Turkmenistan e il Sudan, devono ancora guadagnarsi il loro posto sulle cartine dei viaggiatori. Io però sono stato in entrambi non molto tempo fa – uno dei pochissimi turisti – e, insieme all’oppressione e alla violazione dei diritti umani, ho trovato ospitalità, meraviglie e un senso di scoperta.

Nel mio personale “Tao del viaggio”, il fatto che un luogo sia fuori moda, dimenticato o ancora non abbia grande visibilità non lo rende meno interessante, soltanto più se stesso, e ogni visita forse più stimolante. Ma le mappe da viaggio sono sempre state instabili e delineate in maniera provvisoria, e aggiornate continuamente. Il fatto che in questo preciso momento si stia ridisegnando la mappa del mondo possibile (alcune parti di esso in modo tragico e sconvolgente) potrebbe presto significare nuove opportunità per il viaggiatore che osa provare. Il viaggio, specialmente del vecchio tipo faticoso, non mi è mai sembrato di maggiore importanza, più indispensabile, e più istruttivo.

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L’autore di questo articolo, apparso sul New York Times del 1° aprile 2011 con il titolo An Argument for Travel During Turbulent Times (qui la versione originale) è il viaggiatore e scrittore Paul Theroux, di cui presto, per commemorare i 50 anni di viaggi in giro per il mondo, uscirà The Tao of Travel: Enlightenments From Lives on the Road.



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