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Un po’ Eugenio, un po’ Medardo

Creato il 04 aprile 2016 da Cultura Salentina

4 aprile 2016 di Pierluigi Camboa

Un po’ Eugenio, un po’ Medardo

Vivo a cavallo tra il “Il cavaliere di bronzo” di Puškin e “Il visconte dimezzato” di Calvino.

“Il cavaliere di bronzo” è il tentativo di dimostrare che le buone intenzioni (che, per me, sono date dal sogno, mai realizzato, di vivere in mezzo alla gente riuscendo a dare agli altri il meglio di me stesso), sortiscono spesso un effetto contrario a quello sperato.

Nella trama, ambientata nello scenario di una Pietroburgo in grande spolvero, sia dal punto di vista politico che culturale, il protagonista è Eugenio, discendente da una casata una volta in auge e adesso decaduta. E’ essere mediocre, piccolo e lamentoso nei confronti del proprio destino. Eugenio è attaccato alla vita nella speranza che gli deriva dal grande sogno di riuscire a far innamorare di sé una ragazza meravigliosa, Paraša.

Una terribile notte, una inondazione provoca distruzione e morte nella città, che tuttavia tornerà ben presto alla normalità, con il freddo popolo del tutto indifferente agli accadimenti e pronto a portare avanti la quotidianità senza troppi patemi.

Eugenio, invece, resosi conto di aver perso per sempre la sua ragione di vita, morta durante l’alluvione, perde la ragione e vive come un pazzo, vagando senza meta per le strade della città. Un bel giorno, arriva al cospetto della statua di Pietro, esattamente nello stesso luogo dove aveva trovato rifugio durante la tempesta. Sollevato lo sguardo, sfoga col pugno chiuso tutta la sua rabbia contro la solenne immagine dell’imperatore, incolpandolo dell’inondazione (e della morte della sua amata), per aver avuto l’imprudenza di fondare la città proprio a ridosso del mare. A quel punto, la statua prende vita e insegue per tutta la città Eugenio che, in preda al terrore, cerca disperatamente la salvezza, senza trovarla; qualche tempo dopo, infatti, il povero Eugenio viene trovato morto vicino ai resti di quel sogno infranto che aveva dato un senso alla sua vita.

La debolezza di Eugenio si traduce, alla fine, in una totale impotenza nei confronti della violenza della natura, ma anche degli abusi del potere (politico, religioso o culturale che sia); come Eugenio, incapace di reagire, anch’io ho vissuto male, alla continua ricerca della solitudine. La mancanza di un allenamento costante alla resistenza fisica e morale mi ha inevitabilmente portato, in tutte le circostanze in cui avuto l’impulso di esercitarla, ad atteggiamenti irrazionali o comunque innaturali. In altri termini, da piccolo-borghese mi sono illuso, in gioventù, di poter restare me stesso in un mondo dominato dall’arbitrio dei grandi poteri e, una volta che mi sono accorto che tale battaglia era persa in partenza, ho alzato bandiera bianca, affidandomi alla pace – solo apparente – della solitudine.

“Il visconte dimezzato” descrive e simboleggia, invece, il problema esistenziale dell’uomo contemporaneo (in particolare, dell’intellettuale piccolo borghese).

Nella trama, infatti, Medardo, il protagonista, è stato spezzato in due parti verticali da un colpo di cannone, secondo la linea di frattura che divide il bene e male in ciascuno di noi. Questa dicotomia manichea è presente in tutti gli esseri umani ed è stata descritta da filosofi e scrittori (vedi il dr. Jeckyll e Mr. Hyde), costruendo una metafora sull’intera storia, che simboleggia la lotta tra il bene e il male, l’incompletezza dell’uomo e i contrasti tra i suoi stati d’animo. Nel racconto, sul campo di battaglia viene ritrovata solo la metà destra di Medardo, detta “Il Gramo”, che, mirabilmente curata, riesce a riportare in vita il visconte. Il Gramo, che ha una stampella che gli permette di camminare, preferisce però muoversi a cavallo e dimostra un animo crudele, seminando ovunque il terrore, per la sua tendenza a tagliare in due metà le cose che gli capitano a tiro. È prevalentemente vestito di nero e si innamora di Pamela, una contadinella.

Lei lo rifiuta e Il Gramo si vendica in modo atroce contro la sua famiglia. Le cose migliorano solo quando compare, vestita in un rosso sgargiante, la parte sinistra del visconte, detta “Il Buono”, che era stato salvato in modo miracoloso da alcuni eremiti; le due parti vengono mirabilmente ricucite dal grande chirurgo inglese Trelawney e così Medardo, finalmente tornato alla vita, riesce a sposare la bella Pamela… E vissero tutti felici e contenti…
Tutto ciò premesso, considerato che, come Eugenio, continuo a essere perseguitato dai fantasmi e che, come Medardo, la mia parte migliore continua a vivere solitaria in mezzo agli eremiti (che sono poi gli stessi fantasmi che terrorizzano Eugenio), mi chiedo quando riuscirò a trovare un Trelawney che rimetta insieme le mie parti?


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