Un popolo di scrittori, poeti ...e calciatori

Creato il 03 novembre 2012 da Ghlucio @ghlucio
Il calcio è una metafora della vita, sentenzia Jean-Paul Sartre. La vita è una metafora del calcio, corregge il filosofo Sergio Givone. (da http://atmospherelibri.wordpress.com )

Sul club de  La Lettura del Corriere della Sera è apparso un articolo di Francesco Cevasco in cui descrive, usando brani di scrittori e poeti, la miglior nazionale di calcio italiana di sempre:
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1. Portiere. Dino Zoff. Mario Soldati lo celebra il 18 giugno 1982 in occasione della partita numero 101 in Nazionale, citando il pensiero di Enzo Bearzot: ha 40 anni ma è il più giovane di tutti, è rimasto un ragazzo, il fanciullino. Ma il portiere è anche un personaggio mitico, un pazzo non paragonabile ai dieci compagni in campo. Quello che soffre di più quando piglia un gol. Umberto Saba ha costruito un monumento al Portiere Ignoto: «Il portiere caduto alla difesa/ ultima vana, contro terra cela/ la faccia, a non veder l’amara luce./ Il compagno in ginocchio che l’induce,/ con parole e con mano, a rilevarsi,/ scopre pieni di lacrime i suoi occhi». Anche Peter Handke in Prima del calcio di rigore (meglio il titolo originale in tedesco L’angoscia del portiere dagli undici metri) racconta di Joseph Bloch che, braccato dopo aver ucciso la compagna di una notte, prova una paura simile a quella che lo turbava quando si trovava di fronte a un avversario pronto a tirare il calcio di rigore. Scrive Handke: «Il portiere si domanda in quale angolo l’altro tirerà. Se conosce il tiratore, sa quale angolo si sceglie di solito. Può darsi però che anche l’incaricato del calcio di rigore calcoli che il portiere ci pensa. Quindi il portiere pensa che oggi, per una volta, il pallone arriverà nell’altro angolo. Ma se il tiratore continuasse a pensare insieme al portiere e decidesse quindi di tirare nel solito angolo? E così via e così via». Leggendo la paura del portiere, Zoff scuote la testa: non esageriamo e poi ogni tanto un rigore si para. «Con quelle mani rese immortali da Guttuso che alzano la coppa del Mundial ’82» come scrive Darwin Pastorin ne I portieri del sogno (Einaudi) in cui ricorda anche come portieri siano stati nel loro giovanile amore per il calcio Camus, Nabokov e Evtushenko.
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11. Ala sinistra. Luigi, Gigi, Luis Riva. «Riva è intelligente e — tuttavia — coraggioso fino alla temerarietà. Esaltandomi in lui da conterraneo lombardo sono giunto a chiamarlo “Re Brenno” e persino “Rombo di tuono”. Penso che se fosse nato durante la loro invasione, lui e non altri avrebbe condotto i Padri Galli alla conquista di Roma: se fosse nato nel Medioevo, lui e non altri avrebbe guidato i Lombardi a Legnano… E nel Rinascimento sarebbe diventato Capitano di ventura, uno sicuramente nato per conquistare città e castelli… Effettivamente Luis ha la forma mentis e la struttura fisica dell’eroe come ci ha insegnato a vedere la storia, non solo quella sportiva». Chiaro che si tratta di Gianni Brera (Il mestiere del calciatore, Mondadori). Altrettanto chiaro che Riva «è il più grande attaccante italiano, forse del mondo»............  
Il resto della formazione e l' allenatore a questi link  http://lettura.corriere.it/la-nazionale-della-letteratura/  mentre  qui  scoprirte che l' allenatore era anche una brava ala destra.

Già nel 1971 su Il Giorno era apparso qualcosa di simile

http://www.sentieriselvaggi.it/162/15455/GERMANIA_2006_-_Il_calcio_%C2%ABe%C2%BB_un_linguaggio_con_i_suoi_poeti_e_prosatori.htm
........Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto­parlato.
Infatti le «parole» del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ul­time? Esse si formano attraverso la cosiddetta «doppia articolazione» ossia attraverso le infinite combinazioni dei «fonemi»: che sono, in italiano, le 21 lettere dell'alfabeto.
I «fonemi» sono dunque le «unità minime» della lingua scritto-parlata. Vogliamo divertirci a definire l'unità minima della lingua del calcio? Ecco: «Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone» è tale unità minima: tale «podema» (se vogliamo continuare a divertirci). Le infinite possibilità di combinazione dei «podemi» formano le «parole calcistiche»; e l'insieme delle «parole calcistiche» forma un discorso, regolato da vere e proprie norme sintattiche.
I «podemi» sono ventidue (circa, dunque, come i fonemi); le «parole calcistiche» sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei «podemi» (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella «partita», che è un vero e proprio discorso drammatico.
I migliori dribblatori del mondo. I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possedia­mo un codice.
Chi non conosce il codice del calcio non capisce il «significato» delle sue parole (i passaggi) né il senso del suo discorso (un insieme di passaggi). Non sono né Roland Barthes né Greimas, ma da dilettante, se volessi, potrei scrivere un saggio ben più convincente di questo accenno, sulla «lingua del calcio». Penso, inoltre, che si potrebbe anche scrivere un bel saggio intitolato Propp applicato al calcio: perché naturalmente, come ogni lingua, il calcio ha il suo momento puramente «strumentale» rigidamente e astrattamente regolato dal codice e il suo momento «espressivo».
Ho detto infatti qui sopra come ogni lingua si articoli in varie sotto lingue, in possesso ciascuna di un sottocodice. Ebbene, anche per la lingua del calcio si possono fare distinzioni del genere; anche il calcio possiede dei sottocodici, dal momento in cui, da puramente strumentale, diventa espressivo. Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico. Per spiegarmi, darò - anticipando le conclusioni - alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un «prosatore realista»; Riva gio­ca un calcio in poesia: egli è un «poeta realista».Corso gioca un calcio in poesia: ma non è un «poeta realista»: è un poeta un po' maudit, extravagante.Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da «elze­viro».
Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul «Corriere della Sera»: ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti.
Si noti bene che. tra la prosa e la poesia non faccio distinzione di valore: la mia è una distinzione puramente tecnica. Tuttavia intendiamoci; la letteratura italiana, specie recente, è la let­teratura degli «elzeviri»: essi sono eleganti e al limite estetizzanti: il loro fondo è quasi sempre conservatore e un po' provinciale... insomma, de­mocristiano. Fra tutti i linguaggi che si parlano in un Paese, anche i più gergali e ostici, c'è un terreno comune: che è la «cultura» di quel Paese: la sua attualità storica.
Così, proprio per ragioni di cultura e di storia, il calcio di alcuni popoli è fondamentalmente in prosa: prosa realistica o prosa estetizzante (quest' ultimo è il caso dell'Italia): mentre il calcio di altri popoli è fondamen­talmente in poesia.
Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del «goal». Ogni goal è sempre un'invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell'anno. In questo momento lo è Savoldi. Il calcio che esprime più goals è il calcio più poetico.
Anche il «dribbling» è di per sé poetico (anche se non «sempre» come l'azione del goal). Infatti il sogno di ogni giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se, entro i limiti consentiti, si può immaginare nel calcio una cosa sublime, è proprio questa. Ma non succede mai. E un sogno (che ho visto realizzato solo nei Maghi del pallone da Franco Franchi, che, sia pure a livello brado, è riuscito a essere perfettamente onirico).
Chi sono i migliori «dribblatori» del mondo e i migliori facitori di goals? I brasiliani. Dunque il loro calcio è un calcio di poesia: ed esso è infatti tutto impostato sul dribbling e sul goal.
Il catenaccio e la triangolazione (che Brera chiama geometria) è un calcio di prosa: esso è infatti basato sulla sintassi, ossia sul gioco collettivo e organizzato: cioè sull'esecuzione ragionata del codice. Il suo solo momento poetico è il contropiede, con l'annesso «goal» (che, come abbiamo visto, non può che essere poetico). Insomma, il momento poetico del calcio sembra essere (come sempre) il momento individualistico (dribbling e goal; o passaggio ispirato)..
Il calcio in prosa è quello del cosiddetto sistema (il calcio europeo): il suo schema è il seguente:
Il «goal», in questo schema, è affidato alla «conclusione», possibilmente di un «poeta realistico» come Riva, ma deve derivare da una organizzazione di gioco collettivo, fondato da una serie di passaggi «geometrici» eseguiti secondo le regole del codice (Rivera in questo è perfetto: a Brera non piace perché si tratta di una perfezione un po' estetizzante, e non realistica, come nei centrocampisti inglesi o tedeschi). Il calcio in poesia è quello del calcio latino-americano: il suo schema è il seguente:
 
Schema che per essere realizzato deve richiedere una capacità mostruosa di dribblare (cosa che in Europa è snobbata in nome della «prosa collettiva»): e il goal può essere inventato da chiunque e da qualunque posizione. Se dribbling e goal sono i momenti individualistici-poetici del calcio, ecco quindi che il calcio brasiliano è un calcio di poesia. Senza far distinzione di valore, ma in senso puramente tecnico, in Messico [Olimpiadi 1968] è stata la prosa estetizzante italiana a essere battuta dalla poesia brasiliana.
Scritto proprio dall' allenatore  scelto dal Corriere::Pier Paolo Pasolini

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