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Una lettera.

Da Marcellogaletti
UNA LETTERA.
Ciau me amis. Ti saluto così, come abbiamo fatto negli ultimi anni, via messaggio ed a volte anche a voce.
Oggi è il tuo compleanno, ma non ci sei.
E’ la prima volta dal 1972. Avevamo iniziato la prima elementare da un paio di mesi, la scuola allora iniziava nei giorni intorno al mio compleanno.
Da allora, e fino ai primi giorni di giugno di quest’anno, potrei elencare centinaia di episodi, situazioni, momenti passati insieme. Alcuni me li tengo ancora per un pò, diciamo che le mie figlie sono un po' piccole per saperli. Ne uscirebbe un libro, dai ricordi di quasi 46 anni di amicizia, sono sicuro. Magari qui al villaggio qualcuno lo comprerebbe anche, chissà. Perchè sei stato una persona famosa in valle, fra le più conosciute forse.
Alcuni episodi, invece, non me li tengo.
Eravamo seduti vicni il giorno dell’esame di seconda elementare. Un maestro finisce di dettare il testo del problema di matematica, tu ti alzi in piedi e dici ad alta voce la soluzione. Spiazzando tutti, grandi e bambini. Così, in un attimo, avevi risolto il problema mentre lui dettava. Anni dopo, passati quei 40 giorni a giocare a biliardo, dovevo scegliere un’altra scuola, fu naturale per me scegliere quella dove ti eri iscritto tu. Poi andò altrimenti. Per entrambi le carriere scolastiche non sono state brillanti. Diciamo che ci siamo realizzati in altri campi.
Eravamo insieme il giorno della visita militare, tu ti sei presentato con una tessera dell’autobus o qualche documento simile al posto della carta d’identità, e il carabiniere baffuto ti ha cacciato. Ci sei tornato da solo alla visita, nello stanzone è entrato uno che ha chiesto “chi vuole mangiare bene durante la naja?”. Sei finito nei parà, era una fregatura quella domanda. E così sei finito a Trapani in tenuta da guerra, quella notte in cui Gheddafi sparò un missile nelle acque di Lampedusa.
E quante volte ho fatto cena doppia, prima a casa mia e poi da te, mentre guardavamo le partire di calcio alla sera. A volte giocavano più squadre nello stesso momento, mettevamo due televisioni una sopra l’altra, una sera addirittura tre, non ci si capiva niente. Era bellissimo, la sentivo come la mia seconda casa.
Ti ho aspettato quel giorno, dovevamo giocare a tennis, ti ho anche lasciato un biglietto sulla macchina “sei un bidonaro”, ci ho scritto. Eri in quel prato di Barge, senza una gamba. E quando venni in ospedale da te, e quando finalmente riuscii ad entare in stanza dopo minuti di esitazione, la prima cosa che mi hai detto è stata “sono contento, ho pettato, vuol dire che l’intestino funziona”. Et voilà, spazzate via tutte le baboie in un attimo.
Ho fatto il concorso al Rifugio per due motivi. Uno sei stato tu, che eri già lì. In qualche modo devo a te il fatto di avere trovato un posto di lavoro che mi ha dato così tante soddisfazioni. 
E poi Creta due anni fa, di fatto l’unica volta che abbiamo fatto una vacanza seria insieme, pare assurdo ma è andata così. La foto che si vede qui sopra te l’ho fatta là, in mare, mentre mangiavi un’anguria. E’ simbolica, per me. Sei stato un godereccio, ed hai amato il mare.
Dai primi giorni di ottobre del 1972 alla prima domenica di giugno del 2018. Chiaramente non mi ricordo quali furono le prime parole che scambiammo. Mi ricordo invece quali sono state le ultime, riguardavano il cibo. Non a caso.
Quella è stata una delle tue passioni, quello è stato uno dei modi con i quali hai fatto stare bene tante persone. E’ stata una delle cose che ti ha trasmesso Serena. Come ho detto al palazzetto del ghiaccio quel giorno, sei stato così perché lei è così. E’ quasi crollato dagli applausi lo stadio in quel giorno senza ghiaccio, quando ho detto quella frase . Quel giorno avrei voluto essere in ogni posto, tranne che lì. Anche se è stato un onore immenso, sarò sempre riconoscente nei confronti di Guido che me lo ha chiesto. Ma l’applasuo era per te, per Serena, per la tua e la sua positività nell’affrontare gli schiaffi della vita. Che non sono stati pochi. Si sono alzati in piedi, tutti, tutte. Mi vengono i brividi a pensarci.
Non l’ho detto a nessuno, lo dico adesso. Io, nell’ultimo anno prima che te ne andassi, quel momento me lo sono immaginato, più e più volte. E mi immaginavo che avrei parlato, ma subito dopo mi dicevo che questa eventualità era impossibile. Invece, guarda com’è andata.
Sei stato la mia relazione di vita più lunga, dopo quella con mia madre (per evidenti motivi). Per entrambi la relazione di vita con i nostri padri è stata troppo breve. Per te più che per me. E poi il destino ha replicato, purtroppo.
So che per certi versi sono stato un amico nell’ombra, qualcuno forse nemmeno lo sapevano, alcuni me lo hanno anche detto dopo quel giorno al palazzetto. E non è stata una amicizia che ha avuto sempre la stessa intensità. Siamo stati anche lontani, seppure non distaccati, per qualche anno, ognuno impegnato a costruire cose importanti. Io per te forse un po' troppo sobrio per la tua natura esuberante, tu per me forse un po' troppo festaiolo per la mia natura da orso. Ma è stata solo una parentesi, cosa sono pochi anni di fronte ad un tempo lungo così? E poi, gli ultimi anni sono stati di enorme intensità, siamo stati vicini vicini. E’ stato bellissimo.
E non ho nessun rimpianto, non c’è niente che avrei voluto dirti e non ti ho detto. Questo mi dà sollievo, nell’immenso dolore che provo e che in certi momenti mi sommerge. E’, per certi versi, un dolore bello perché mi tiene legato a te.
Qualche sera fa mi sono messo a riguardare il telefono, i messaggi intorno all’8 giugno di quest’anno, e non mi sono trattenuto. Noa è venuta lì da me, mi si è seduta in braccio e mi ha abbracciato, senza dire niente. Il giorno dopo ha raccontato a sua madre che aveva visto piangere suo padre per la prima volta.
Piangevo perché il lutto è figlio dell’amore. Il primo è grande nella misura in cui è stato grande il secondo. E io ti ho voluto bene, tanto. Come a poche, pochissime persone.
Grazie di tutto.
Ciau, me amis.

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