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Una luce nella nebbia

Creato il 23 marzo 2020 da Gadilu

Una luce nella nebbia

Piano piano cominciamo a vederci più chiaro. Il virus e quello che ci sta intorno (ci stiamo noi, intorno) assomiglia a una grande nebbia (e la nebbia è dentro di noi). In questa nebbia siamo andati a sbattere contro diversi ostacoli. Prima c’era la sufficienza con la quale abbiamo appreso dell’esistenza di una curiosa patologia orientale, quindi lontanissima, comunque incapace di preoccuparci sul serio. Poi, quando è sbarcata da noi (sbarcata dagli aerei, non venendo sui barconi dei migranti ai quali in molti, in troppi, attribuiscono ogni male del mondo), abbiamo continuato a non crederci, e ce la siamo presa con i primi cinesi che passavano sotto la finestra. Poi abbiamo ripreso a fare la vita di sempre, ci siamo fatti qualche selfie con altri cinesi (quelli dei ristoranti) e ci siamo detti che noi eravamo comunque fuori pericolo in virtù di una non meglio precisata grazia divina. Errore fatale. Dopo poco, e sempre continuando a muoverci a tentoni, nel gran nebbione, i numeri dei contagi hanno cominciato ad impennarsi. In alcune zone, in Veneto, soprattutto in Lombardia, si cominciava anche a morire, e a morire in modo abnorme. Allora si è propagato il panico. Supermercati svaligiati, treni assaltati da persone che volevano scappare (ma scappare dove?). Così il governo ha deciso di chiudere tutto, sempre di più. Siamo arrivati ad essere il paese in cui l’epidemia del Coronavirus, intanto lievitata a pandemia, miete più vittime, e ci tocca la solidarietà a distanza di chi sembra appena più fortunato di noi. Intanto ce ne stiamo da giorni tutti tappati in casa, ci parliamo, quando rarissimamente ci incrociamo per le strade perlopiù deserte, a tre metri di distanza, e ci chiediamo quando ne usciremo, da questa nebbia, e da tutta questa brutta storia. Però, dicevo all’inizio, intanto qualcosa di più stiamo riuscendo a scorgerla. Vediamo per esempio che il grande numero di morti lombardi non è dovuto a questioni misteriose. Una spiegazione c’è. Il professor Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di medicina molecolare e professore di epidemiologia a Padova, in una intervista spero molto letta l’ha messa giù così. Se prendiamo il totale dei positivi in Lombardia (più di 25.000 al 21 di marzo) e lo dividiamo per il numero dei deceduti (più di 3000, praticamente la metà dei morti totali) abbiamo una percentuale incredibile, del 12%. In Veneto sta invece al 3%. Altrove è ancora più bassa. Qual è, allora, il problema della Lombardia? Da dove si origina la nebbia in Val Padana? A mancare – secondo il professore – è il numero dei casi domiciliari: “Non è che in Lombardia si muore di più, il fatto è che il numero dei contagiati è molto maggiore ma non sono rilevati (corsivo mio). Se si tiene come punto di riferimento il 3% di mortalità si può realisticamente non solo ipotizzare, ma dire che in Lombardia ci sono circa 100.000, non circa 25000 casi, questa è la realtà”. Riassumendo: gli infettati sono molti, ma non vengono contati. Non venendo contati abbiamo a che fare solo con i casi più manifesti, anche quelli più compromessi, per così dire, e quelli appaiono tantissimi. Ovviamente in questa analisi c’è un elemento di preoccupazione (gli infettati sono molti di più di quelli che si credeva) ma anche di speranza (la percentuale dei casi gravi va vista al ribasso, e se riuscissimo, come stiamo provando, ad isolarli, e possibilmente anche a monitorarli, la morsa del virus potrebbe finalmente allentarsi). Intanto, dopo tale acquisizione, un primo concreto elemento positivo: l’assessore lombardo Gallera ha annunciato che per la prima volta dall’esplosione dell’epidemia sta calando il numero delle persone ricoverate. Forse la nebbia ha cominciato a diradarsi.

#maltrattamenti


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