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Una recensione di FEAR INOCULUM ancora più lunga e pesante del disco

Creato il 10 settembre 2019 da Cicciorusso

Una recensione di FEAR INOCULUM ancora più lunga e pesante del disco

C’è un apice per tutti: i Tool ci sono arrivati con Aenima, per poi continuare la propria esistenza in fase calante, anche se in un primo momento in maniera così impercettibile da farci credere che stessero ancora lievitando di spessore. È il livello della loro musica che rimane e rimarrà altissimo, sempre. Il genio sta nel saper trattenere, all’interno di un qualcosa di molto complesso, quella capacità di acchiapparti alla prima, o volendo anche alla quarta, che permetterà alla musica di rimanerti dentro. Quest’aspetto è un po’ come se si fosse spostato a piccole dosi negli A Perfect Circle, ma direi non del tutto, dato che pure loro quando decidono di sfibrarti le palle ci riescono con innata serietà.

Fear Inoculum ha già vinto su di voi perché vi siete comprati l’edizione limitata da settanta, quasi ottanta euro, comprendente una cinquantina di libretti, depliant dei Testimoni di Geova, un minuscolo schermo HD che trasmette immagini allucinogene al fianco di casse che ne riproducono l’opinabile traccia extra; e poi non dimentichiamoci che ci sono il cd, la possibilità supplementare di scaricarne una versione digitale, guide turistiche del centro di Ponsacco oltre ad un supporto per montare la panna, ed alla action figure del Messicano, che potrete far combattere insieme a quella di Adam Jones in scontri semplicemente titanici. Tolto quest’aspetto annichilente, e tolti i tredici anni di attesa con relativi annunci e controannunci del caso – oltre ai redivivi A Perfect Circle – che cosa rimane di Fear Inoculum? Dico, di concreto.

È un bel po’ che me lo ascolto, e quello che davo per scontato, purtroppo, non è avvenuto: Fear Inoculum non ne vuole sapere di crescere, è rimasto più o meno lì dov’era. Se già Aenima presentava metà dei difetti attribuibili ai Tool odierni, in quell’occasione il limite di sopportazione non se l’erano proprio sentita di superarlo. Oppure al momento gli mancavano i mezzi, l’intelletto e la vecchiaia, oltre al vino di Maynard. Proprio lui, sempre in forma smagliante dato che pure qua sussurra e poi di seguito sbotta come fosse una Carmen Consoli posseduta dal Diavolo. A Fear Inoculum, nella sua ridondanza di concetti, pattern, musica e materiale, mancano molte cose. È di cose come Undertow che potei godere senza ripensarci nemmeno mezza volta, ed è di cose come Lateralus che mi rammarico, perché da quel punto in poi capii che l’aspetto funzionale dei Tool l’avrei visto gradualmente svanire. Figuriamoci dopo una pausa del genere.

Una recensione di FEAR INOCULUM ancora più lunga e pesante del disco

Il nuovo, attesissimo album dei Tool è una sorta di paradosso: è tutto quanto molto bello, la musica così come la produzione, la clamorosa prova offerta dal solito Danny Carey e perfino la somiglianza sempre più netta tra Justin Chancellor e Rick Grimes. In parallelo si possono prendere le canzoni una ad una e queste ti presenteranno più o meno le medesime caratteristiche: intro dilatate, durata compresa tra dieci e quindici giri di lancetta ed una sensazione di crescendo che esplode in un paio di minuti di totale goduria, dopo la quale si spegneranno nuovamente le luci e non accadrà nuovamente un bel niente. Il problema dei Tool è che – pausa a parte, che un minimo di ruggine può anche portarla – questi tizi qua sono dei fenomeni a cui piace suonare ai limiti del porno tutto quel che suonano. Ed è questo aspetto a spingerli ad arricchire ogni brano con parti che, alla canzone stessa, semplicemente non servivano. Ad esempio l’intro di Pneuma, cristo, tagliatelo via quel minuto e mezzo. Anche Descending inizia con un minuto e mezzo preciso che si poteva anche sforbiciare, e in un certo senso, qua dentro, perfino brani ideologicamente opposti troveranno il modo di assomigliarsi.

Invincible ci mette oltre sei minuti per concederti quelle quattro sublimi note poste una in fila all’altra; dopodiché i Tool tornano a jammare, riprendendo dal secondo capitolo un libro che ti sembrava di aver finito. Il giochino funziona molto meglio in 7empest, il brano più energico di tutta la lista, intermezzato da parti ai limiti dello stoner, ma che però si concede di ripartire come un treno con il particolare che alcuni pattern ritmici li riprenderà a sua volta – e dico pari pari – precisamente da Invincible. Questo per me è sinonimo di stanchezza, di riciclo. Nonostante tutto 7empest è la miglior canzone di Fear Inoculum subito dopo Pneuma, quest’ultima l’unica che – pur durando una dozzina di minuti – pare in grado di conservare la capacità di colpire con la semplicità tipica di altri tempi. Pneuma ha quella dolcezza, quell’eleganza prog, che i ritmi da mal di testa consolidati con Lateralus avevano tolto da sopra al tavolo. Lei ci rimette questo tipo di caratteristiche, ma è un po’ sola.

Scrivere buone canzoni è un imperativo non solo per i Tool, ma per chiunque. Laddove la struttura è articolata, se non addirittura confusionaria, le cose funzionano bene in Descending – onestamente un brano tanto oscuro quanto coinvolgente – e più che discretamente anche nel singolo apripista che dà il nome al disco, pezzo che inizialmente bollai come nella media un po’ frettolosamente e che invece conserva un discreto fascino. Culling Voices dal canto suo è insostenibile.

Il minutaggio medio di Fear Inoculum tende a nascondere i passaggi chiave delle sue canzoni, ed il ritorno di certi clichè di Lateralus – specie nelle chitarre di Adam Jones – e di 10.000 Days per l’atteggiamento tribale delle percussioni, non aiuta a lasciargli un’impronta sufficientemente definita. È semplicemente un album dei Tool, che non assomiglia in maniera diretta o esplicita a nessuno di questi due, ma che preferisco di poco al suo predecessore nonostante questo avesse due o tre pezzi decisamente forti, come The Pot o Vicarious. Sarebbe l’ora di cambiare qualche schema, spostare il tiro, variare le strutture, e stavolta i Tool hanno imbastito un qualcosa che al primo o secondo ascolto sentivo d’avere già inquadrato: Aenima col cazzo che l’ho inquadrato subito, al limite mi ero imparato a memoria Stinkfist in un pomeriggio. È come se in quest’occasione avessi metabolizzato tutto un po’ subito e io dai Tool pretendo molto di più, e con ciò non mi riferisco alla special edition il cui schermo HD finirà presto nel dimenticatoio, e vi assicuro che non ve ne farete un bel niente di tutta quella robaccia lì.

Una recensione di FEAR INOCULUM ancora più lunga e pesante del disco

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Tornando all’album, ci sento troppa musica non in funzione della canzone, e come ho accennato sopra la canzone è la base di tutto anche quando deve durare un quarto d’ora. Che sia sensato quel quarto d’ora, cazzo, A Change Of Seasons lo è per ventitré minuti che rimetteresti da capo non appena finiscono, perché si aggrappa a un preciso filo logico anche mentre i Dream Theater ti sembrano sull’orlo del delirio. Con questo non voglio affermare che una roba gigantesca come i Tool dovrebbe attenersi al canonico strofa-ritornello seguito da strofa-ritornello e casomai da un assolo. Anche in una suite deve esserci fluidità, altrimenti dovremmo rimetterci a ragionare su chi sia l’effettivo destinatario di un prodotto del genere.

Si chiude così il quinto capitolo del più grande reparto psichiatrico al mondo. Un gruppo, insisto, che potrebbe fare molto meglio di così, e più difficilmente di peggio. Difficile chiudere un occhio davanti ai roboanti risultati nelle classifiche mondiali, e, ipnosi di massa o no, dico che nel 1995 un disco del genere non avrebbe spostato una mezza nuvola dal cielo pur essendo lo stesso buon disco, megalomane e dispersivo, che Fear Inoculum è oggi. Per quanto sia impossibile definirlo brutto, le problematiche sono davvero un bel po’ e ormai questi qua non se le leveranno mai più di dosso. Vi lascio al centottantunesimo ascolto in attesa che possiate cogliere quel guizzo, quella sfumatura di grigio, ma attenti, che restando troppo tempo in attesa di Salò o le 120 giornate di Sodoma potrebbe uscir fuori qualche bella supercazzola da Amici Miei. Loro ce l’hanno per vizio. (Marco Belardi)


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