Una settimana di “Vergognamoci per lui” (133)

Creato il 06 luglio 2013 da Zamax

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIO MONTI 01/07/2013 «Mi sento in dovere di affermare che, senza un cambio di marcia, non riteniamo di poter contribuire a lungo a sostenere una coalizione affetta da crescente ambiguità. (…) Piccoli passi non bastano. Il governo Letta ha iniziato bene, ma la sua missione – trasformare l’Italia in un Paese competitivo e capace di crescere, mantenendo la ritrovata disciplina di bilancio – richiede riforme radicali.» A fare queste critiche è l’ex Presidente del Consiglio, l’ex Super Mario Monti, il cui governo palesava le stesse insufficienze rimproverate a quello di Letta. A quel tempo certe uscite sarebbero state tacciate d’irresponsabilità da quel partito montiano che per una brevissima stagione signoreggiò tra i media. Oggi la claque è sparita ma Monti, nonostante le apparenze, è rimasto lo stesso signore che nella sua vita pubblica ha recitato con garbo noioso la sua parte senza mai uscire dai binari e senza aver mai nulla da dire veramente. Da commissario europeo e da membro di vari salotti internazionali vergava per il Corrierone articoli intrisi di europeismo moraleggiante e vacuo. Da Presidente del Consiglio predicava sobrietà e responsabilità, ma a parte le pose seriose non combinava un tubo. Ora che Scelta Civica, la sua creatura politica, non solo non combina, ma non conta un tubo, si è ritagliato il ruolo di coscienza critica dell’attuale maggioranza di governo e ricomincia a mettere una certa distanza tra sé e il suo disgraziato paese. Ché non si sa mai.

MARIO MAURO 02/07/2013 Quando si crede, non per fideismo ma per solidissime e sante ragioni, nei dogmi, nei miracoli e nella provvidenza, ci si può prendere il lusso di dare generosamente corda al proprio naturale, divertito ma costruttivo scetticismo su tutto il resto dello scibile, senza per questo sentirsi inghiottire dalla nebbia. Ho sempre guardato, per esempio, con una grande sufficienza, mista a scherno, alla presunta efficienza o alla leggendaria diabolicità dei mitici servizi segreti, massimamente quando l’attività di intelligence aveva fini politici. In quel caso l’indipendenza di giudizio e una mente serena vedono più in profondità senza il disturbo di rivoli di verità particolari e di mille spifferi interessati, anche se non per questo gli stati rinunciano all’azione della truppa degli ottusi spioni, nei confronti di amici e nemici. Ragion per cui il “Datagate” mi sembra interessante solo per le reazioni scandalizzate che ha suscitato in Europa, dove all’improvviso abbiamo scoperto una bella fetta di classe politica composta di verginelle. Poteva il nostro ministro della difesa non allinearsi al coro di queste facce di bronzo? Non poteva. Ma Mario Mauro, essendo troppo buono e troppo onesto, ha voluto brillare per solerzia. Mentre altri ostentavano con paragoni davvero un po’ troppo arditi la loro indignazione e la loro inquietudine, lui, a “Repubblica Tv”, e forse proprio per dimostrare di fare sul serio ai republicones, è stato lesto a trarre le possibili conseguenze del grande misfatto: «L’eventualità che le ambasciate europee, compresa quella italiana, fossero spiate a Washington e New York è tutta da verificare», ha detto il ministro, «ma se fosse vero, i rapporti tra Italia e Usa sarebbero compromessi». Compromessi. Addirittura. Non ci crede neanche lui. Eppure lo dice. Perché agli esteri o alla difesa da un po’ di tempo in qua la gente diventa isterica? Caro Mauro, calma e gesso. Si contenga. Non è successo niente.

FLAVIO ZANONATO 03/07/2013 Il ministro per lo Sviluppo Economico è la grande rivelazione del governo Letta. Nessuno l’avrebbe mai detto. Zanonato è un politico della vecchia scuola, funzionario di partito per vocazione, uomo capace di vivere con superiore placidità la sua totale mancanza di brillantezza, imbattibile nell’arte di addormentarvi, come ha fatto con i padovani, della cui città, anch’essa mezza tramortita, è stato sindaco quattro volte. Per fare un figurone tra i molti pivelli del governo Letta gli è bastato smorzare sul nascere ogni trepida attesa e ogni principio d’entusiasmo sul futuro prossimo della nazione. Serafico e quasi di buon umore, infischiandosi dei fischi, lontano anni luce dalle fredde asprezze tremontiane, ha detto papale papale che non c’è una lira, che lo stop all’aumento dell’IVA per ora sta scritto solo nel libro dei sogni, che siamo ad un punto di non ritorno e che siamo ormai impegnati in una corsa contro il tempo per impedire il trapasso della nostra economia. Uno spettacolo. Son cose che ti tirano su, se non altro per la spaventosa ma promettente chiarezza normalmente ascritta a lode di chi sa bene ciò che bisogna fare. Ma Zanonato, da vero fenomeno, ha smorzato anche questo tipo d’entusiasmo. In un’intervista al Corriere della Sera ha rispolverato la retorica dei campioni nazionali, si è detto contrario allo stato imprenditore ma non a quello saggiamente interventista, e ha auspicato l’intervento della Cassa depositi e prestiti «per non disperdere il patrimonio delle grandi imprese italiane» ecc. ecc. Tranquillo tranquillo, come sempre.

IL LUNCH BEAT 04/07/2013 Arriva anche in Italia il Lunch Beat. Se ne sentiva in effetti la mancanza. Il Lunch Beat sarebbe un nuovo concetto di pausa pranzo, un modo rivoluzionario per dimenticare completamente le rogne, il gergo, i tic del vostro lavoro di merda e per rilassarvi veramente – ma veramente – per un’ora. A Torino lo stress sarà combattuto e vinto nel modo seguente. Acquistate un kit da 7 € comprendente un panino, una bottiglietta d’acqua e un caffè. Buttato giù tutto quel ben di Dio, un DJ set, approntato nel locale scelto per il rito di purificazione, vi aspetta per il ballo. S’intende che per non perder tempo potete anche ballare masticando, col panino in una mano e la bottiglietta nell’altra. Il tutto infatti deve svolgersi rigorosamente dalle 13.00 alle 14.00: siate puntuali. Ballare è obbligatorio. E’ altresì vietato parlare di lavoro. L’imperativo è divertirsi, senza alcool e trasgressioni. E’ fondamentale che capiate la filosofia del Lunch Beat, per poterne sfruttare a fondo le potenzialità. Non dovete prendere sottogamba questa faccenda. Lo stress va ucciso, minuto per minuto, secondo per secondo. Non deve restarne traccia. Spiega l’organizzatore della prima torinese Enrico Pronzati che il Lunch Beat, a differenza delle normali pause pranzo vissute alla carlona, da debosciati, «concentra invece in un’ora relax, divertimento e possibilità di fare nuove conoscenze». Concentra, avete capito? Non perdete un minuto dunque. Cogliete l’attimo. Mettetecela tutta. Tanto avrete tutto un pomeriggio di lavoro per riposarvi.

BARACK OBAMA 05/07/2013 Il commento più divertente sul colpo di stato che ha destituito il presidente egiziano Morsi è stato fatto dal presidente siriano Bashar al-Assad. Fin troppo ringalluzzito dalla piega sfavorevole che la primavera araba sta prendendo nel suo paese, e così laicamente illuminato da non prendere in nessuna considerazione le potenzialità jettatorie delle sue parole, l’angioletto Bashar, contento come una pasqua, ha detto: «Questo è il destino di chiunque nel mondo provi a usare la religione per interessi politici o di parte. L’esperienza di governo dei Fratelli musulmani», che perfidamente il ministro dell’Informazione siriano Omran al-Zouby aveva appena definito come un’organizzazione terroristica strumento degli USA, «è fallita prima ancora di cominciare, perché va contro la natura del popolo». Il controrivoluzionario dittatore siriano sta perciò con l’eroico popolo della primavera egiziana che manifesta in piazza e coi militari golpisti, tutti unanimi nel descrivere il colpo di stato contro un presidente democraticamente eletto come la rivincita dello spirito rivoluzionario e, s’intende, veramente democratico, tradito dal governo Morsi. Basta questo esempio di teatro dell’assurdo per capire tutta la scelleratezza dell’atteggiamento servile e furbacchione dell’amministrazione Obama nei confronti delle primavere arabe. Nel teatro egiziano prima ha avallato il colpo di stato contro l’amico di una vita Mubarak, senza nemmeno provare a perorare la causa di una transizione morbida dal regime di quell’autocrate bonaccione, e senza capire che nel migliore dei casi una rivoluzione non poteva produrre che una democrazia ad immagine e somiglianza della fratellanza musulmana, che poi ha creduto di poter circuire con la cooperazione economica. Adesso ha avallato di fatto anche il colpo di stato contro Morsi, nonostante ne abbia ricordato la legittimità dell’investitura, e nonostante le inquietudini, anche perché in piazza Tahrir i venticelli anti-americani si fanno sempre più forti. Per molti aspetti quest’ultimo sussulto rivoluzionario somiglia molto ad una controrivoluzione. Ma non si può dirlo: la rivoluzione è santa e ha sempre ragione.


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