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Una stanza color albicocca

Da Foscasensi @foscasensi

Non sono in un luogo. C'è uno spazio grattato nella roccia e lo occupo di faccia, col naso, con le mammelle, con le fiocche dei piedi e ogni altra sporgenza premuti sulla superficie. La roccia si impolpa, un peso che esprime una diversa scala delle temperature avvicina le ossa alla pietra, che è salata. Il respiro rimane nel naso, i denti si intaccano sul granito nel tentativo di prendere aria. Sono cosciente dei miei occhi, già cotti, e chiusi, e della grande fame della terra. Eppure monta intorno un orizzonte di tempi e di creature, e ciascuna porta quello che ha patito. Sono goccioline che sciolgono il grasso della schiena, o che penetrano nei piccoli nodi elettrici dei nervi, alla base delle gambe. Il mio unico fiore cola il pianto lungo l'incavo della coscia. Sono sola? Siamo molti?
Nella sospensione delle eternità possibili però c'è anche altro. C'è un ingresso in penombra, una colonna dove dorme un telefono vecchio e dei quadretti di calendule e fiori di glicine. Fuori, sono uscite le api a bottinare i ciliegi e l'aria è tutta gialla per i pollini e il sole del pomeriggio. La porta è socchiusa, di là, lo so con tutta me stessa, c'è una stanza color albicocca, un pianoforte di noce e persone che ridono, e cantano. Tra poco, mi dico, sarò con loro. In salvo.


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