Una volta fuori (si è davvero fuori?)

Creato il 18 ottobre 2013 da Lagrandebellezza @LaGranBellezza

Se il viaggio in sé avesse maggior importanza si direbbe un road movie, invece questa “passeggiata” sul lungomare di Sabaudia, ora verso un cinema ora verso un amico, è un’occasione, è la goccia che fa traboccare il vaso di questa storia fino a farcela annusare.
Il bello della forma-cortometraggio sta nella sfida di essere piccoli ma densi. Renato Chiocca trova il suo gruzzolo di umanità sul confine tra prigione e mondo e tra l’innocenza giocosa, superba, assoluta di Emanuele e la nostalgia irreparabile, ferita, destinata a non cambiar forma di suo zio.

Lo zio è stato in prigione e per l’opinione comune tutti i suoi amici devono essere delinquenti, è un uomo schedato, marchiato; ma non per suo nipote Emanuele che ne subisce velatamente il fascino, ai suoi occhi è un soggetto da interrogare, arcano, misterioso, diverso. Noi spettatori siamo in qualche modo Emanuele, pronti a voler scoprire, a perdonare la finzione filmica come lui perdona la durezza di un mondo per adulti che si può così facilmente gabbare con una bugia che tutto volge al sorriso. Come Emanuele, appena inizia il cortometraggio, stiamo “andando al cinema”, ma siamo condotti altrove: la deviazione verso l’amico dello zio, appena uscito dal carcere è come un richiamo al realismo, a voler scegliere un’altra storia. La madre di Emanuele, “nostra madre”, il nostro controllore la nostra coscienza, si preoccupa per questa deviazione di percorso: perché mettersi in certi pasticci? Perché con certi giri? La realtà non è affidabile, una sala cinematografica dà tranquillità. Ma il grillo parlante è presto convinto: sfidiamo la realtà, sfidiamo la visione di questo amico, con ancora tanto odore dell’altro mondo, quello della prigione, addosso.
Le prigioni sono un mondo parallelo e le reazioni, tornando fuori, sui binari consueti, sono le più diverse possibili. C’è chi una volta fuori sa rinascere, c’è chi ne resterà sempre segnato. Tant’è che l’amico ci da appuntamento lì dove commise il fatto, uccise un’intera famiglia per un errore al volante, la strada era bagnata, e i fiori sono ancora lì, li vediamo. L’amico non ha cancellato nulla, sembra non sia passata un’ora dall’incidente per quanto è scosso. Forse non ce la farà se non nei sogni di Emanuele che lo inventa gelataio e di noi spettatori che finito il cortometraggio speriamo in una possibilità per lui.
Una volta fuori però, certo tutto non si cancella, nel bar la nostalgia dello zio è talmente forte e resa palpabile che commuove: i polpi pescati nei suoi ricordi e la scena, forse la migliore, del bambino nell’aria aperta, nel sole, che gioca senza alcun pensiero tranne il sorriso, la sua figura intera nella sabbia e lo zio, in netta contrapposizione, chiuso dietro il vetro, a mezzo busto, che non può far altro che guardare. Quella genuinità, quella spensieratezza è persa. “Che guardi zio?” chiede Emanuele non capendo quello sguardo nel vuoto. Quanto facile però sarebbe poter tornare a sorridere, basterebbe ingannarsi, qualche bugia come quella che racconterà Emanuele e si potrebbe stare davvero fuori dalla prigione, non con un piede qui in libertà, l’altro sempre bloccato.

La regia di Chiocca è classica ma solida, sopratutto nell’utilizzo alternato di primi piani e campi più larghi. I colori sono naturali, dimessi, ben calcolati sul tono dell’opera. La luce però da una strana sensazione: è sempre il tramonto. Il tempo narrativo sembra essere più lungo di un tramonto ma il sole proprio non vuole saperne di calare, di farsi notte. Fosse non voluto sarebbe una bella ingenuità figlia del celebre «le fotografie fatte all’alba e al tramonto sono le migliori», ma se fosse intenzionale, se volesse significare sarebbe un ottimo simbolo attraverso cui leggere l’opera (la speranza che non muore, la vita che si eclissa per un errore ma non si spegne mai, etc…).
Non è compito di una recensione però vestire di significati ciò che si analizza, ed è compito di un’opera esplicitarsi, nei limiti dell’arte ovviamente (nel caso considerato, un’inquadratura col sole, anche di sfuggita, sarebbe stato un buon indice).
Oltre l’ermeneutica, il cortometraggio di Renato Chiocca ha molto dalla sua parte, è un ottimo prodotto, intelligente e critico (quelle bandiere che sventolano consunte che mormorano «quest’Italia…»), con una ben centrata scelta di temi e mezzi. Peccato che io non conosca Gli innocenti di Gipi da cui l’opera è tratta. Si potrebbe forse apprezzare ancora meglio.


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