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Unicredit: addio all’euro. disoccupazione e debito pubblico alle stelle

Creato il 13 aprile 2012 da Tnepd

di Gianni Lannes
Su la testa!

unicredit
E’ prossima la fine dell’euro? L’Italia potrebbe presto rispolverare le lire? Non è un’ipotesi fantascientifica o catastrofista. A certificare l’elevato rischio del crac, nero su bianco, è un rapporto della seconda banca italiana consegnato il 4 gennaio 2012 alla Consob. L’analisi emerge da un documento ufficiale: il prospettivo informativo che ha fissato il prezzo dell’aumento di capitale a 7,5 miliardi.

«Le preoccupazioni relative all’aggravarsi della situazione del debito sovrano dei paesi dell’area euro potrebbero portare alla reintroduzione, in uno o più paesi di valute nazionali o, in circostanze particolarmente gravi, all’abbandono dell’euro» si legge nel report. Inoltre, da pagina 66 in poi: «L’uscita o il rischio di uscita dell’euro da parte di uno o più paesi dell’area euro e/o l’abbandono dell’euro quale moneta, potrebbero avere effetti negativi rilevanti sia sui rapporti contrattuali in essere, sia sull’adempimento delle obbligazioni da parte del Gruppo UniCredit e/o dei clienti del Gruppo UniCredit, con conseguenti effetti negativi rilevanti sull’attività e sui risultati operativi e sulla situazione economica, patrimoniale e/o finanziaria del Gruppo UniCredit».

È la prima volta che un atto ufficiale di una potente banca italiana parla di una tale ipotesi decidendo di mettere in guardia i risparmiatori anche da una possibile dissoluzione della moneta unica. UniCredit poi lo fa proprio nel momento in cui ha chiesto denaro ai propri azionisti. L’Istituto bancario vale oggi la metà di quanto capitalizzava a fine ottobre 2011. Il valore della banca si aggira attualmente attorno a 8,6 miliardi. I tempi in cui l’UniCredit in Borsa valeva circa 100 miliardi (primavera 2007), sembrano appartenere ad un’epoca remota.

Un segno dei tempi che mutano. Nell’era della Guerra Fredda si sarebbe citato come evento “High Risk” un eventuale missile atomico contro la sede della Banca, mentre d’ora in poi si citerà regolarmente l’eventuale deflagrazione dell’Euro.

Del resto questi prospetti sono regolati da precise normative: risulta dunque molto più difficile e pericoloso dissimulare certi rischi che non possono più essere ignorati. Questo prospetto non ha lo scopo di rendere note le previsioni del Gruppo rispetto ai mercati, bensì di avvertire l’investitore degli eventuali rischi dell’investimento.

E per l’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), Raghuram Rajan, intervenuto sulla Cnbc, « l’area euro potrebbe non sopravvivere alla crisi così come è, ovvero come un blocco».

Balle di governo – «Monti: l’euro protegge l’Italia dai tassi. L’euro fa da scudo ai conti pubblici è grazie alla moneta unica europea se i problemi delle finanze pubbliche e l’incertezza politica in Italia non si riflettono sull’andamento dei tassi d’interesse» aveva dichiarato Mario Monti 7 anni fa (Il Sole 24 ore, 17 aprile 2005). A conti fatti da quando il cameriere di Goldman Sachs è premier, senza essere stato eletto dal popolo sovrano «il debito pubblico è aumentato di ben 59 miliardi di euro» certifica la Ragioneria dello Stato. Anche la disoccupazione non fa sconti: «oltre un milione di posti lavoro in meno tra i giovani» attesta l’Istat.

Storia insabbiata – Il primo gennaio 2002 in Italia fu introdotto fisicamente l’Euro (a livello interbancario aveva già iniziato ad essere usato dal 1999, solamente come moneta scritturale). La nuova valuta ci fu imposta dall’allora Governo Prodi, con il plauso di quasi tutta l’opposizione, “come la panacea di tutti i mali cronici della nostra nazione”. I bassi tassi d’interesse, la riduzione dell’inflazione, la stabilità dei cambi, la forza economica dei Paesi aderenti all’unione monetaria, l’eliminazione dei costi sulle transazioni valutarie dei Paesi Ue, avrebbero dato sicuramente slancio all’economia e all’occupazione del nostro Bel Paese. Per quello storico evento venne fatta anche pagare una tassa agli italiani, la “tassa sull’euro”, che non venne poi mai restituita del tutto, nonostante le promesse dei politicanti di allora.

Dopo due lustri l’Italia ha risolto, se non tutti, almeno una parte dei suoi problemi economici, finanziari e sociali? L ’esito è stato senz’altro negativo. In particolare: il costo reale della vita, ad oggi – nell’arco di 10 anni – è aumentato in media dell’85%, in alcuni settori anche del 100%, nonostante le inattendibili, inaffidabili e poco trasparenti rilevazioni dell’Istat che ci raccontavano il buon andamento dell’economia, almeno fino a quando nel 2008, anche l’Ente pubblico ha dovuto ammettere che effettivamente “il caro vita ha avuto incrementi maggiori di quelli pubblicati”. Lo Stato e le principali amministrazioni pubbliche subito dopo l’introduzione dell’euro, hanno aumentato le tariffe postali, quelle dei pubblici servizi, dei trasporti, hanno permesso l’incremento delle bollette energetiche e non hanno attuato nessun tipo di controllo sui prezzi. Ciò ha naturalmente legittimato anche le altre categorie private ad attuare le identiche manovre speculative.

Trattato di Maastricht – Le Banche Centrali delle singole nazioni europee, prima del Trattato di Maastricht, avevano un’indipendenza dal potere politico variabile tra il 40 e il 65%; attualmente, dopo l’introduzione dell’Euro, l’indipendenza si aggira intorno al 95%. Dunque, mentre nessuna influenza può giungere dal potere politico alla Bce, dai vertici monetari giungono invece ai nostri governanti continue indicazioni, parametri cui attenersi, rigidi vincoli che coinvolgono l’intera vita e l’economia delle nazioni. Inoltre, l’articolo 4 del Trattato non menziona la Bce tra le Istituzioni della Comunità (Parlamento Europeo, Consiglio, Corte di Giustizia, Corte dei Conti e Commissione); alla Bce però il Trattato conferisce personalità giuridica e lo Statuto ne riconosce la più ampia capacità di agire all’interno di ciascuno degli Stati membri. Sotto il profilo giuridico-formale, la Bce non è dunque un’Istituzione Comunitaria, ed i singoli Paesi aderenti all’Unione Monetaria non possono interferire in alcun modo con la sua politica economica; essa può quindi fissare a suo arbitrio il livello del tasso ufficiale di sconto, la quantità di denaro da immettere sul mercato, decidere la disponibilità ed il costo del finanziamento del sistema bancario e qualsiasi altra azione di sua competenza, in modo indipendente (articolo 7 del Protocollo Sebc: “Indipendenza”). Oltretutto, le riunioni del Consiglio Direttivo della Bce sono assolutamente segrete. Infine i dirigenti della Bce godono di una sostanziale immunità: non sono infatti previste, all’interno della Bce, sanzioni per comportamenti impropri degli stessi dirigenti (articolo 12 del Protocollo: “Responsabilità degli organi decisionali”). Senza esagerazioni, il Trattato di Maastricht ha fatto di loro membri intoccabili di una Società privata, autonoma e segreta, che condiziona Stati e Popoli.

Democrazia defunta – I singoli Stati dell’Unione Monetaria hanno perso la sovranità monetaria e legislativa in campo monetario. Numerose Banche Centrali sono di proprietà delle stesse Banche “controllate”. L’esempio eclatante è offerto dalla Banca d’Italia, il cui pacchetto azionario è posseduto per oltre il 90% da Banche private (Intesa-San Paolo e Unicredit-Capitalia possiedono oltre il 40% delle azioni di Banca d’Italia). A questo punto, ogni cittadino, sano di mente voterebbe per l’uscita dell’Italia dall’Euro, ma purtroppo nel Belpaese sono dichiarati anticostituzionali i referendum che hanno come oggetto materia fiscale e finanziaria. Non dimentichiamo che la classe politica, sia per ignoranza in materia, sia perché è controllata dal potere finanziario (che sponsorizza le loro campagne elettorali ed altro), è alquanto restia prendere iniziative su queste tematiche. Non è tutto: l’Italia è al 75° posto della classifica mondiale di libertà di informazione. Va in onda ogni giorni da decenni, non è un mistero, la disinformazione e chi non si adegua muore o finisce nei guai. Nello Stivale vige una forte censura da parte dei media e dei principali quotidiani (quasi tutti partecipati a livello azionario, in misura più o meno ampia, da una o più Banche) su questa materia. Allora, a quando il risveglio della coscienza collettiva ed una mobilitazione popolare che ristabilisca la democrazia?

PROSPETTO UNICREDIT
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