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Uno, due, tre!

Creato il 10 ottobre 2019 da Lumiere @LumiereFratelli
Uno, due, tre!One, Two, Three – USA 1961 – di Billy Wilder – commedia – 104′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: imdb.com)

Il direttore McNamara della filiale della Coca Cola a Berlino Ovest vor- rebbe vendere la bibita anche nei paesi comunisti, ma deve occuparsi di Rossella, 17enne figlia del suo boss che, affidatagli per qualche settimana, scappa a Berlino Est e sposa in segreto un giovane comunista. McNamara cerca dapprima di sbarazzarsi del giovanotto, ma poi la scoperta che Rossella aspetta un bambino complica le cose e lo obbliga ad un viaggetto a Berlino Est, dove recupera il ragazzo che cerca di rendere presentabile per la famiglia del capo che arriva poche ore dopo…

Un, due e tre, scattare! Ma senza battere i tacchi, che fa troppo nazista. Anzi, nei casi di emergenza va bene, anzi facciamo pure una mobilitazione generale, “come ai vecchi tempi”.

Siamo a Berlino Ovest nel 1961. Il periodo è scottante, in piena guerra fred- da tra USA e URSS, le due superpotenze che si sono spartite materialmente la città, imponendovi di fatto i rispettivi regimi di riferimento. Addirittura il famoso muro viene issato durante il periodo di riprese del film, obbligan- do il regista a terminare le riprese esterne in ricostruzioni di studio e deter- minando un clima sfavorevole all’uscita nelle sale cinematografiche. L’aspetto pienamente politico del film non è ovviamente dovuto a questi motivi contingenti, ma scelta meditata e ragionata: tale aspetto risulta nel complesso assai sgradevole per la partigianeria che ne emerge, eppure è presentato dall’autore in una maniera genialmente divertente e irriverente: Wilder infatti fin dalle prime scene mette letteralmente in ridicolo il set- tore orientale comunista, con una voce fuori campo che racconta di come mentre Berlino Ovest prosperava ad Est erano ancora impegnati a fare le loro sfilate quotidiane mentre le macerie dell’ultima guerra erano ancora
ovunque…

Tutta l’opera è tesa a screditare in maniera bonaria il “grande nemico” so- vietico, secondo una tattica già utilizzata vent’anni prima da Charlie Cha- plin ne Il grande dittatore. Ciò avviene usando il registro della commedia, e facendo ricorso ad una costruzione di archetipi stereotipati del modello comunista visto dalla propaganda occidentale: da un lato abbiamo i tre funzionari del partito mandati in missione per stringere accordi com- merciali. Personaggi estremamente sospettosi della loro stessa ombra, fatti passare come poveracci increduli di fronte alle bellezze occidentali (incar- nate dalla bella segretaria tedesca Ingeborg al soldo della Coca-Cola) e pronti alla prima occasione a svendere il proprio Paese e i propri ideali per un qualche vantaggio personale.

Dall’altro lato abbiamo il giovane proletario Otto Ludwig Piffl (Horst Buchholz) che sposa la ricca Rossella (Pamela Tiffin): fin da subito ri- tratto come un semi-vagabondo vestito di stracci e sandali logori, capace solo di ripetere slogan marxisti infarciti di luoghi comuni e dogmi. La me- tamorfosi che muta il giovane in un perfetto gentiluomo aristocratico vuole testimoniare la superiorità attrattiva del capitalismo sull’avversario, che non solo rinnega di fatto i propri ideali senza opporre grande resistenza, ma, in un ribaltamento di ruoli straordinario, diventerà addirittura lo ste- reotipo opposto: ricco e importante dirigente dell’azienda Coca Cola. Sarebbe però sbagliato mostrare quest’opera di Wilder come un’accetta- zione acritica del modello americano, messo anch’esso abbondantemente in ridicolo con i suoi formalismi e falsità borghesi. È evidente però che tale occhio, simile a quello della madre che rimprovera il figlio un po’ troppo vi- vace, è ben diverso da quello implicitamente sprezzante rivolto verso il “cattivo ragazzo totalitario”.

Uno, due, tre! però è un film che trascende la sua impronta fortissima- mente politica e merita lo status di capolavoro per la sua capacità di rag- giungere un ritmo forsennato e strepitoso. Giocando su una serie di eventi e personaggi incalzanti Wilder costruisce su un palcoscenico ridottissimo (eccetto poche riprese esterne emerge bene l’origine teatrale del soggetto,
pièce di Ferenc Molnár) una narrazione sorprendente per rapidità, destrezza, scorrevolezza e divertimento. Grande merito in tutto ciò spetterebbe all’incredibile prestazione di James Cagney, la cui capacità di calarsi nel ruolo del dirigente McNamara e di gestire simili ipersoniche tempistiche con freddezza, garbo, ironia e astuzia è davvero fuori dal comune, tanto che non sarebbe certo sfigurata quanto meno una nomination all’oscar come miglior attore protagonista (invece l’opera riceverà solo una nomina- tion agli oscar per la migliore fotografia).

Di fatto la bravura di Wilder sta tutta nel mettere le proprie virtuose doti registiche al servizio di una sceneggiatura straripante e di un cast altret- tanto dinamico. Le risate sono assicurate per tutti, anche per i vecchi com- pagni più ortodossi.

Voto: 9


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