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Uomini che odiano le donne: perché il femminicidio esiste ed è un problema

Creato il 03 luglio 2013 da Alessandraz @RedazioneDiario
Pubblicato da Alessandra Zengo Anche lei avrà goduto, no? Le donne amano essere violentate, le dice, mia moglie dice che sogna sempre di essere violentata. E io ho fatto solo quello che ogni donna sogna. Dacia Maraini, L’amore rubato

Era una vecchia, vecchia storia la feroce eppur tacita ostilità fra queste due persone; un’inevitabile antipatia; una lotta fra genere e genere; fra classe e classe, piuttosto che fra individui: la lotta tra la donna che domanda rispetto, e l’uomo che rifiuta di concederlo. Amy Levy, La storia di una bottega
Il correttore automatico di Office Word segnala la parola “femminicidio” come un errore grammaticale. Sotto, un segno rosso eloquente. Clicco aggiungi, e il segno rosso scompare. Non è altrettanto facile nella realtà. Imperano i negazionisti, accanto a una sempre più vasta schiera di persone che ammette l’esistenza di un fenomeno con un comune denominatore riguardante le donne, ma che respinge l’idea che sia stata la cultura dominante maschile a sublimare il valore meramente funzionale (e subordinato) della donna che ha portato alla radicalizzazione del “conflitto fra sessi”, se per conflitto si intende la conseguenza alla naturale rivendicazione femminile per l’uguaglianza dei diritti, effettivi e non aleatori. La violenza fisica e il femminicidio sono le forme di discriminazioni che assommano tutte le altre e che investono la società trasversalmente. Risulta impossibile, infatti, conservare il valore tradizionale della figura maschile e nel contempo garantire le libertà fondamentali alle donne.

Uomini che odiano le donne: perché il femminicidio esiste ed è un problemaUn esempio. È il 4 ottobre 2012. Il Fatto Quotidiano annuncia l’imminente pubblicazione del saggio del giornalista e conduttore tv Riccardo Iacona per Chiarelettere Se questi sono gli uomini, in aggiunta a un video di presentazione dello stesso autore. I commenti ci rimandano una fotografia significativa del sentire comune; si legge infatti: “Mi serviva giusto qualcosa per pareggiare la gamba del tavolo che traballa”, “Tutte balle e io come uomo mi sento offeso da questi articoli”, “Le statistiche sono false e non provate, è solo un modo per creare un pregiudizio verso gli uomini”, “Il femminicidio non esiste, la violenza di genere non esiste, in Italia non esiste nessun allarme violenza donne”, “Gli ammazzati sono gli uomini”, “Tutto iniziò con l’infausto nome femminismo”, e potrei continuare ancora.

I commenti sono 236 in totale. Moltissimi uomini rispondono a un problema de facto con altri problemi, nei quali le donne sono le colpevoli, le carnefici: i bambini uccisi (argomentazione portata avanti anche dagli ultracattolici che pongono l’accento sull’infanticidio con oltre 3 milioni di “bambini” morti dopo l’introduzione della legge 194), le maestre stupratrici, gli uomini in fila alla Caritas, spogliati di ogni dignità e denaro dopo il divorzio. Ma c’è anche la responsabilità condivisa: “È la donna che è del tutto incapace di amare un uomo senza sentirsi prima posseduta. L’uomo semplicemente si adegua a questo irrazionale bisogno della donna e l’accontenta”. L’immagine è quella di un uomo servizievole, mentre è la donna l’essere perturbante, l’elemento irrazionale della coppia legato a una concezione atavica del femminile. Donna-strega legata all’animalità, agli impulsi, al primitivo; la medesima rappresentazione medievale che stigmatizzava la sfera sessuale delle donne, repressa fino al secolo scorso. Gli uomini, d’altro canto, si sentono punti nel vivo dal titolo, si generalizza, dicono.

La radice è culturale, sebbene si continui a negare l’evidenza. Ciò che viene definito naturale viene a coincidere con l’abitudine e il costume della società, ovvero quello che è socialmente accettabile da secoli, come il ruolo subordinato della donna. In risposta a una commentatrice leggiamo: “Credere che gli uomini uccidano le loro compagne per via di un’antica mentalità maschilista e patriarcale è misandria e un rifiuto di addentrarsi nel disagio maschile, nonché paura di scoperchiare le responsabilità femminili e sbugiardare mezza ideologia femminista.” Antica mentalità. Quanto antica se la discriminazione verso le donne non si è ancora estinta? Il disagio è maschile, dunque. Il commentatore, perché di un uomo si tratta, invita alla comprensione, all’identificazione con l’uomo che ha perso i propri punti di riferimento a causa del femminismo. La donna da vittima diventa complice, provocatrice. Lipperini e Murgia, nel saggio L’ho uccisa perché l’amavo. Falso!, parlano di concorso di colpa. Come può l’uomo resistere a una femme fatale? A una donna in abiti discinti? Come può l’uomo non sentirsi minacciato dalle legittime rivendicazioni delle donne?

Le stesse domande che hanno riempito gli schermi televisivi per settimane quando il parroco don Piero Corsi di San Terenzo, comune di Lerici, rilancia un articolo comparso su Pontifex.it pubblicando sulla bacheca della propria Chiesa un volantino intitolato: “Le donne e il femminicidio. Facciano sana autocritica, quante volte provocano?”. L’indignazione è stata rapida e generale, e si è spenta altrettanto velocemente. Ma quanti, in realtà, condividono intimamente le stesse opinioni, ma non si ha il coraggio di ammetterlo? Quanto questa forma mentis è diffusa? Il pregiudizio di genere non è una prerogativa del maschile, anzi, anche le donne stesse ne sono vittima; sono idee così radicate nella psiche umana che non vengono mai poste al vaglio, mai problematizzate ma accettate senza obiezioni. Lo stesso automatismo che sorge al momento dell’offesa verso la donna: gli epiteti “troia” o “puttana” vengono utilizzati in qualsiasi contesto, anche svincolato dall’ambito sessuale.

Un particolare atteggiamento delle donne riguardo la violenza di genere emerge quando si antepone l’io singolo alla collettività: io non sono mai stata discriminata nel posto di lavoro, io non ho notato differenze di genere, io non sono stata vittima di violenze. Io, sempre io. L’uomo, infatti, è costituito da una tendenza solipsistica che contrasta con l’esigenza di un rapporto affettivo reciproco. “Non bisogna mirare alla parità, ma ai risultati” ha detto una signora, libera professionista, intervenendo a un incontro sulle questioni femminili durante il Salone del Libro di Torino 2013. Lei ce l’ha fatta, quindi perché bisogna parlare di violenza, femminicidi, discriminazioni, parità, lotte sociali, culturali e politiche? Il tessuto sociale si sta disgregando e ne sono la prova proprio queste solitudini che non riescono a convergere in un punto comune. 

La donna è vittima di violenza fisica perpetrata dall’uomo, che è a sua volta vittima di violenza psicologica da parte della partner, si evince da alcuni commenti comparsi sul sito Cado in piedi relativi all’articolo firmato da Bruno Volpe di Pontifex, lo stesso sito di apologetica cattolica che aveva pubblicato un articolo – attualmente non più disponibile − intitolato Il femminismo satanico condannato dalla Muliebris dignitatem di Giovanni Paolo II. In un’intervista del Gr2 don Piero chiede al giornalista Paolo Poggio: “Cioè, scusi, quando lei vede una donna nuda, cosa prova? Quali sentimenti prova, quali reazioni prova? Non so se è un frocio anche lei o meno, cosa prova quando vede una donna nuda? Non è violenza da parte di una donna mostrarsi in quel modo lì?” Le domande del parroco sono, evidentemente, retoriche e non necessitano di spiegazione.

Uomini che odiano le donne: perché il femminicidio esiste ed è un problema
Avviene altresì che, superficialmente, si pensa che lo sfondo dei femminicidi sia un presunto problema psichico dell’omicida. L’uomo era pazzo d’amore, depresso, frustrato, disoccupato; preda di un raptus improvviso ha compiuto un gesto disperato, quello che pochi decenni fa sarebbe rientrato nella categoria del “delitto d’onore”, abolito il 5 agosto 1981, e che sembra essere rimasto nella nostra società come retaggio culturale. Era un uomo normale, così si legge nelle testate dei grandi giornali, in tv, nei social network dove rimbalza la notizia di una nuova vittima. È stato provocato, era addolorato per la perdita dell’amata (che però non ha avuto problemi a uccidere: mia o di nessun altro), era disperato perché non riusciva a trovare lavoro, e il giornalismo mediatico si adagia con pigrizia in banali analisi psicologiche dell’omicida. “Nella lettura patologica dei femminicidi risulta che pochissime di quelle morti sono premeditate, che solo una piccola percentuale tra gli assassini sarebbe pienamente padrona di sé nel compiere l’atto e che comunque nessuna delle donne defunte è mai del tutto innocente della sua sorte infelice. L’assoluzione del colpevole va infatti di pari passo con la colpevolizzazione della vittima, un effetto che viene ottenuto cercando di comunicare l’idea che i fatti siano avvenuti per concorso di colpa e sia quindi necessaria una distribuzione di responsabilità” scrivono Murgia e Lipperini nel loro saggio, entrambe scrittrici che si interessano quotidianamente delle problematiche legate al femminile.

Solo recentemente, da quando il “femminicidio” è diventato mainstream, alcuni giornalisti/e prestano attenzione alle parole che impiegano. Il primo step è l’utilizzo del nome proprio, donne non più concepite come “madre di”, “sorella di”, “ex di”, “fidanzata di” senza alcuna identità propria. Perché le parole sono importanti, hanno un peso specifico: bisogna parlarne, ma nel modo corretto. Sensibilizzare. Denunciare. 

L’uomo non riesce ad accettare di essere abbandonato; essendo la donna mera funzione di sé – e non un essere umano senziente − come potrebbe esercitare il diritto di abbandonare? Da sempre, nella società patriarcale, la donna ha assunto un ruolo subordinato, un valore umano che condivideva l’importanza di un oggetto materiale, impossibilitata persino ad avere del denaro proprio. Nonostante ciò l’uomo, da quell’oggetto che ha fatto proprio e che ha plasmato secondo i propri desideri, vuole essere riconosciuto, anche se di vero riconoscimento non si può parlare. Il femminicidio si configura quindi come il naturale risultato di una “poetica del possesso e della prevaricazione” che non è mai scemata; la legge primitiva della forza che è stata per lungo tempo l’unica norma di condotta. “Gli uomini non s’appagano dell’obbedienza delle donne. Essi si arrogano il diritto anche sui loro sentimenti. Tutti, tranne i più brutali, vogliono avere nella donna che è loro strettamente unita, non soltanto una schiava, ma una favorita. Di conseguenza non trascurano nulla per educare il suo spirito al servilismo. I padroni delle donne vogliono più dell’obbedienza, per cui han rivolto a profitto dei loro disegni tutte le forze dell’educazione.” Siamo nel 1869, ma le eco delle parole di John Stuart Mill e sua moglie Harriet Taylor risuonano ancora attuali, perché le conquiste delle donne − dal voto alla 194 − non sono bastate per cambiare il background culturale improntato al maschilismo al quale nessuna nazione si è ancora sottratta, salvo alcune eccezioni. Un fenomeno globale, dunque.

Nel 1929 Virginia Woolf scriveva, nel suo saggio Una stanza tutta per sé, che le donne hanno sempre avuto la funzione di specchi: riflettere l’immagine dell’uomo raddoppiata. Ed è proprio la vanità ferita, il primato di superiorità perduto, che l’uomo non riesce ad accettare. È colpa dei femminismi, una denominazione generica per contrastare le legittime rivendicazioni della donna. Sfumate quelle dogmatiche divisioni di ruolo che vedevano la donna madre e moglie – angelo del focolare – e l’uomo virile che provvede al sostentamento della famiglia, il maschile non riesce a costruirsi un nuovo ruolo nella società contemporanea che non presupponga un “ritorno alle origini”, a un prima nostalgico nel quale ci si vuole rifugiare. Perché prima le certezze c’erano eccome, per l’uomo.

Un altro esempio. Qual è lo scopo della legge 194 se la maggioranza dei medici pratica l’obiezione di coscienza (nella maggioranza dei casi non per questioni legate all’etica), con la complicità dei farmacisti che si rifiutano di vendere la “pillola del giorno dopo”? Una legge che è stata una conquista per l’autodeterminazione femminile nella seconda metà del secolo scorso viene continuamente messa in discussione e minata alle fondamenta. Nel 1997 il 60% dei ginecologi e il 50% degli anestesisti si dichiarava obiettore. Nel 2009 la percentuale di ginecologi è salita al 71%, mentre oggi superano l’80%, e la percentuale è destinata ad aumentare. Entro 5 anni, si prevede, sarà impossibile praticare l’aborto in Italia, se le percentuali continueranno a salire con lo stesso ritmo. Come alla Asl di Bari nella quale tutti i medici sono obiettori; o in Basilicata dove lo sono 9 medici su 10; o a Treviglio, provincia di Bergamo, dove 24 anestesisti su 25 obiettano. Nel Lazio 9 ospedali pubblici non garantiscono l’interruzione di gravidanza, come invece imporrebbe la legge a tutti gli ospedali non religiosi. Il diritto all’interruzione di gravidanza è assicurato se le donne sono costrette a ricorrere a cliniche private, andare in altre regioni oppure affidarsi alle “mammane”? La libertà di scelta è garantita se le madri che scelgono di abortire vengono stigmatizzate e tacciate di infanticidio, presupponendo che la visione cattolica sia quella privilegiata e veritiera? Non è anche questa discriminazione e violenza? Diritti non effettivi, dicevo all’inizio, perché la priorità attuale dell’Italia non è la parità delle donne, ma la crisi economica. L’economia è importante, le donne meno (per usare un eufemismo). Rossella Palomba, demografa, si è chiesta: se non ora, quando? Fedele alla propria professione la Palomba sciorina qualche dato interessante, frutto di alcuni studi. “Se le cose continuano così, ovvero se il cammino delle donne in ambito lavorativo evolverà con la stessa velocità – afferma – nel 2138 avremo la parità tra i professori ordinari; nel 2425 la parità ai vertici della magistratura; nel 2660 la parità fra i diplomatici; nel 2143 la parità nei consigli d’amministrazione (se non ci fosse la legge Golfo-Mosca). Dobbiamo aspettare il 2319 per la parità nei lavori domestici. Tutti questi secoli che dobbiamo aspettare… Le donne sono pazienti, certo, però forse quando ci dicono di aspettare senza intervenire è una perdita di tempo. Lo dico soprattutto per chi è giovane. Consigliare a una ragazza di aspettare un paio di secoli per essere pari al proprio collega non fa una bella impressione.” Il femminicidio, dunque, rappresenta solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che l’Internazionale ha definito “La guerra contro le donne”, dedicando la copertina e uno speciale dell’edizione della seconda settimana di marzo. Un’escalation di stalking, violenza domestica, stupri, discriminazioni, mancanza di diritti. Lo psicoanalista Massimo Recalcati scrive: “La violenza sulle donne è una forma insopportabile di violenza perché distrugge la parola come condizione fondamentale del rapporto tra i sessi. Notiamo una cosa: gli stupri, le sevizie, i femminicidi, i maltrattamenti di ogni genere che molte donne subiscono, aboliscono la legge della parola, si consumano nel silenzio acefalo e brutale della spinta della pulsione o nell’umiliazione dell’insulto e dell’aggressione verbale. La legge della parola come legge che unisce gli umani in un riconoscimento reciproco è infranta. […] Quando un uomo anziché interrogarsi sul fallimento della sua vita amorosa, anziché elaborare il lutto per ciò che ha perduto, anziché misurarsi con la propria solitudine, perseguita, colpisce, minaccia o ammazza la donna che l’ha abbandonato, mostra che per lui il legame non era affatto fondato sulla solitudine reciproca, ma agiva solo come una protezione fobica rispetto alla solitudine.” Non amore, ma la paura dell’abbandono di cui si parlava precedentemente; una paura che sovente si trasforma in rabbia.

Per gli scettici qualche cifra, dopo le previsioni da Cassandra fornite dalla Palomba. Numeri impressionanti che non possono essere accompagnati da tutti i nomi, i volti, le storie di queste donne per assenza di spazio sufficiente; ma basterebbe una ricerca su Google per sopperire a questa mancanza, per verificare l’entità smisurata di un problema che ci riguarda tutti da vicino. Negli Stati Uniti viene denunciato uno stupro ogni 6,2 minuti, ma il numero reale probabilmente è cinque volte superiore. Circa 54.401 stupri, effettivi quasi 3 milioni se la stima è attendibile. Nell’esercito statunitense, nel 2010, sarebbero state registrate 19mila aggressioni sessuali. 11.766 donne vittime di omicidi domestici dal 2001. Ogni 9 secondi, negli USA, una donna è picchiata, ed è la prima causa di ferite tra le donne americane. In Argentina nel 2012 ci sono stati in media cinque femminicidi alla settimana. Il Sudafrica si segnala, invece, come la capitale dello stupro con più di 600mila stupri nel 2012. 78mila stupri in Inghilterra, solo 1153 le condanne.

In Italia una donna muore ogni tre giorni. L’indagine del 2010 del Global Gender Gap Index, condotta dal World Economic Forum, rivela che l’Italia, su 128 paesi, occupa il 74° posto per l’uguaglianza di genere. Da un’indagine di Manageritalia del 2012 emergono dati interessanti: fino ai 29 anni il 14,9% delle donne sono laureate, contro il 9,4% maschile, nel 71,6% dei casi le donne si laureano entro i 27 anni, contro il 66,7% degli uomini. In ambito professionale vediamo le percentuali femminili crollare: il 46,5% delle donne tra i 15 e i 64 anni ha un impiego, la percentuale maschile, invece, sale al 67,4%; nel settore privato ricoprono una posizione dirigenziale l’87,7% degli uomini, la presenza “rosa” si ferma al 13,3%. In caso di violenza, le donne non hanno autonomia, non sanno a chi affidarsi; restano solo i loro persecutori, che talvolta sono comunque restie ad abbandonare. Come Rosaria Aprea, la ventenne di Macerata che, dopo essere stata ricoverata in ospedale per più di una settimana (con relativa asportazione della milza ed emorragia interna) a causa delle percosse del compagno, rilascia un’intervista al Corriere del Mezzogiorno nel quale smentisce le violenze e afferma di voler tornare con Antonio, imprenditore ventisettenne attualmente in carcere accusato di tentato omicidio. L’ultimo caso di cronaca, al momento in cui si scrive, è quello di Fabiana Luzzi, sedicenne calabrese uccisa a coltellate dal fidanzatino (17 anni) e bruciata viva. Non si esclude la premeditazione. Tornando indietro di qualche mese e spostandoci geograficamente, il 25 gennaio 2013, durante le manifestazioni in piazza Tahrir, Cairo, per il secondo anniversario della rivoluzione egiziana 19 donne sono state aggredite sessualmente, spogliate e violentate in pubblico. Il Corriere della sera però parla solo di 16 feriti e dello scontro tra i giovani e la polizia che spara lacrimogeni sulla folla.

Le donne sono fantasmi, la violenza di genere un rumore di sottofondo che i più si ostinano a ignorare e negare nonostante sia lesiva dei diritti civili e umani. Nell’ambito letterario italiano, però, si assiste a un rinnovato interesse per la tematica, che valica i confini degli studi di genere e della saggistica di nicchia. Oltre ai già citati saggi L’ho uccisa perché l’amavo. Falso! e Se questi sono gli uomini è doveroso segnalare Ferite a morte, libro e progetto teatrale di Serena Dandini, Nessuna più, antologia curata da Marilù Oliva a cui hanno aderito 40 scrittori e scrittrici i cui proventi andranno all’associazione Telefono Rosa, e Il male che si deve raccontare di Calloni e Hornby i cui ricavati contribuiscono alla creazione della sezione italiana di Edv. Perché il silenzio non è una soluzione, ma il complice della violenza. Quello che si dimentica è che le parole hanno potere: generano realtà, favoriscono e indirizzano le azioni; le parole organizzano il dissenso, la cultura lo costruisce, ci suggerisce Michela Murgia. Ed è per questo che bisogna parlare di femminicidio, problematizzare la tematica, e ammettere la sua esistenza. Perché gli “uomini che odiano le donne” esistono e gli omicidi non possono essere negati con la stessa facilità con cui si contesta l’utilizzo di un neologismo.



Uomini che odiano le donne: perché il femminicidio esiste ed è un problema
Post Scriptum
Ho scritto questo articolo il mese scorso, anche se lo pubblico solo ora. La violenza di genere è una tematica che mi sta particolarmente a cuore, ed è per questo motivo che ho deciso di parlarne anche su Diario, da sempre il mio luogo prediletto. La redazione, infatti, dalla fine dello scorso hanno sta lavorando a una campagna di sensibilizzazione chiamata What women don't want che ha raggiunto complessivamente più di 4 milioni di contatti con i due ebook pubblicati, progetto attualmente alla ricerca di un editore per una versione inedita. Una cifra grandissima che non ha mancato di stupirmi e meravigliarmi, nonché riempirmi di gioia perché testimonia un vasto interesse per la tematica. 

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