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Uomini che picchiano le donne, i centri che provano ad aiutarli

Creato il 16 ottobre 2019 da Annagiuffrida @lentecronista

“Era come se avessi bisogno di possederla. Era mia e tutto mi sembrava a posto finché lei mi stava intorno e faceva le cose come volevo” (Riccardo, 24 anni)

“Forse non la stavo picchiando, ma so che stavo cercando di controllarla e volevo smettere” (Paolo, 40 anni)

Sono queste alcune delle storie che passano nei CAM Centri di Ascolto per Uomini Maltrattanti, presenti in varie città italiane. È qui che arrivano gli uomini che hanno capito di vivere un problema e che, con l’aiuto degli psicologi del centro, cercano di affrontarlo e a volte risolverlo. Sono il lato maschile del contrasto alla violenza sulle donne, che è portata avanti in spazi femminili e femministi come quello che vi abbiamo raccontato recentemente su neifatti.

Un’esperienza, quella dei CAM, nata nel 2009 a Firenze con la fondazione del primo centro di ascolto italiano per uomini maltrattanti. Una realtà privata, gestita da una onlus di cui fanno parte psicologi e psicoterapeuti, che ha adottato dal primo momento le linee guida europee per la presa in carico degli autori di violenza. Un ruolo necessario per il contrasto alla violenza di genere che l’Italia ha riconosciuto solo nel 2014, con la legge sul femmicidio e la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica.

Presenti in cinque città italiane, dal centro al nord, i CAM sono spazi dove fare prevenzione sugli uomini, e implicitamente tutelare le donne vittime della violenza maschile. Come accade nei tre CAM di Roma, attivi dal 2016, che nel solo 2018 hanno seguito 50 uomini maltrattanti. “Sono tutte persone venute da noi liberamente, o di loro iniziativa o su indicazione del loro avvocato – ci spiega Andrea Bernetti, psicologo e responsabile dei centri di ascolto di Roma – Sono uomini che vogliono cambiare, che hanno preso consapevolezza del fatto che stanno vivendo un problema che ha a che fare con la violenza. La consapevolezza di essere maltrattanti arriva con il tempo, è un percorso non è il punto di partenza. Il punto di partenza è capire che c’è un problema”.

Secondo i dati dell’indagine Rosa shocking 2 di WeWorld e IPSOS del 2015 su un campione di italiani tra i 18 e i 65 anni, il 20% attribuisce alla donna parte delle responsabilità nel generare la violenza e ritiene che “la violenza è un atto istintivo che fa seguito a una provocazione”. Il percorso di consapevolezza e rieducazione nei centri di ascolto è dunque lento e graduale, dal momento del colloquio individuale al confronto in gruppo con altri uomini maltrattanti. Si mette in gioco la rabbia, imparando a osservarla e gestirla, e gradualmente si arriva a rieducare “implicitamente” la persona a guardare alle corrette differenze di genere capendo come gestirle.

“Una primissima accoglienza è quella telefonica: ci contattano gli uomini ma anche i parenti o la partner, e in alcuni casi gli avvocati se c’è un processo in corso. Poi facciamo una prima fase di colloqui individuali, e in seguito c’è un gruppo di uomini che si incontrano settimanalmente con altri uomini che hanno già fatto un po’ di percorso individuale – ci dice il dottor Bernetti – Nel centro siamo sia uomini che donne, e la presenza di colleghe è importante nel lavoro dei gruppi. Siamo dell’idea che non bisogna tenere separati i generi, il confronto con la diversità è sempre utile”. Nelle prime fasi di confronto gli ostacoli non mancano, come spiega Andrea Bernetti: “All’inizio capita che l’uomo che si rivolge a noi dica che quello che gli succede è per colpa della partner, o comunque non per colpa sua. Ma dato che succede e lo fa star male poi vuole capire come fare a non reagire, e a non mettere in atto comportamenti violenti”.

Un lavoro individuale, ma anche relazionale, che non può prescindere dalle altre realtà che lavorano a fianco delle donne vittime di violenza, dai centri antiviolenza ai servizi sociali e a tutte le istituzioni del territorio romano. “Noi lavoriamo direttamente con l’uomo e poi, in rete, teniamo il contatto con la partner e/o con i servizi che hanno in carico la partner e i minori – fa sapere Bernetti – Il lavoro in rete con i centri antiviolenza, in particolare, è un po’ difficile. Da parte dei centri antiviolenza c’è una certa resistenza a entrare in relazione con noi, forse perché pensano che possa essere pericoloso. Il confronto ha uno scopo preciso, quello di avere un’idea più chiara e una maggiore consapevolezza di quello che sta avvenendo nelle relazioni che seguiamo e informarsi a vicenda. La nostra lettura d’altronde non è mai a tutela dell’uomo. Il nostro obiettivo è, per tutto il percorso, la fine della violenza e il miglioramento della qualità della vita per tutti, uomo donna e minori. Lavoriamo con l’uomo, per il suo cambiamento non per un suo vantaggio. E lo dichiariamo sempre anche alla persona che inizia questo percorso”.

Un percorso che ha un costo, non solo in termini economici ma anche per l’impegno che comporta una ricostruzione della persona. I risultati che i CAM hanno registrato negli anni confermano l’utilità di un servizio di recupero della figura maschile, più coerente con il mondo femminile e pienamente autonoma, anche da una mentalità maschilista. “In questi anni abbiamo lavorato con molti uomini. Alcuni hanno già finito il percorso e sono usciti, altri sono qui con notevoli cambiamenti – ci racconta Andrea Bernetti, sulla realtà dei CAM romani – Il cambiamento lo vediamo rispetto alla loro funzione di padre, perché è migliorata la loro capacità di stare con i figli. Ci sono anche molti che hanno fatto un percorso che gli permette di avere una nuova relazione e di farla funzionare in maniera normale. E questo è importante”. E prosegue aggiungendo: “Il nostro è un lavoro di accoglienza, ascolto, di analisi, di comprensione, di guida e di cambiamento. Meno costoso per certi aspetti dei centri antiviolenza, ma che deve essere pensato in rete. Una rete che ha a cuore la presa in carico di situazioni familiari, per evitare che ci sia violenza, sofferenza, e danni ai minori”.

Un luogo dove analizzare le dinamiche maschili della violenza e fare prevenzione, ma anche un’esperienza che aiuta a costruire una nuova cultura di contrasto alla violenza sulle donne. Un’indagine sull’universo maschile, quello violento e problematico, su cui i CAM fanno anche divulgazione, con incontri di sensibilizzazione nelle scuole. “Lavorare con gli uomini dà la possibilità di osservare questo fenomeno da un punto di vista molto particolare, poco esplorato e conosciuto – puntualizza Bernetti – Nei dibattiti condividiamo le nostre storie, portiamo degli esempi e li utilizziamo per dare una lettura più ampia di quello che, a nostro modo di vedere, è il fenomeno della violenza”.

[ Vi invito a continuare la lettura dell’articolo sul quotidiano online NeiFatti.it al seguente link. Grazie e buona lettura. Vi aspetto per i commenti. ]

Uomini che picchiano le donne, i centri che provano ad aiutarli

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