Valerio cosi, 11/6/2015

Creato il 16 giugno 2015 da The New Noise @TheNewNoiseIt

Torino, Superbudda.

Si può dire che lo scorso anno c’è stata una vera e propria rinascita discografica per Valerio Cosi, dopo un lungo periodo di stand-by: sono usciti sia “Plays Popol Vuh”, sia il lavoro in digitale per Calamita/à. Ora il musicista pugliese prova a rimettersi in carreggiata anche per quanto riguarda i live: ieri è passato dal Macao di Milano, io invece lo intercetto oggi a Torino, tra le mura di questo posto votato alla multidisciplinarietà e sito in Barriera di Milano, quartiere in zona nord dove si sta ricostruendo in maniera piuttosto intensiva da un po’ di anni a questa parte. Il locale, con mura composte da mattoncini dipinti di bianco, mi ricorda gli spazi newyorkesi che a volte si vedono nei giornali alla moda; devo dire che l’atmosfera è rilassata e che l’accompagnamento dal taglio elettronico – definito astutamente warm up – di Francesco Rapone (Devil’s Dancers) ci sta tutto.

Apre il live breve di Luxa, cioè Gianluca Mariano, milanese d’adozione, denominato “Expanded Cello Set”: mezz’ora scarsa di drone leggeri come una piuma prodotti dalle note estatiche del violoncello e da pedali, effetti, un Mac e una piccola tastiera, così che scaturisce una sorta di ethereal music dall’oltretomba, oscura sì, mai però funerea. Poi subito l’intervallo, musicato con un’altra manciata di brani proposti dal dj posizionato sul soppalco, tra reminiscenze darkwave e odierne riletture dello storico synth pop che non passano mai di moda, e fa la sua comparsa Valerio Cosi, che nel frattempo si aggirava inquieto tra il pubblico.
Si incomincia in quarta con ritmiche poderose e campionamenti che odorano di industrial – ma che per la cronaca industrial non lo sono affatto – fino a lambire territori dove si omaggiano alla lontana i Suicide e la no wave, col sax che torna a sprazzi a condizionare l’atmosfera già di per sé tesa dell’intero set. Lui suda, si agita, comanda le macchine con grande abnegazione e risolve la pratica in poco più di mezz’ora, confermando la natura complessa di una proposta e di un cammino artistico. Quella di Cosi in fondo è una musica alienante e metropolitana, pensata però da un artista che rispetto alle metropoli si trova in una posizione marginale, e che non smette mai di porsi domande, cercando di sfuggire a facili definizioni; per questo ho trovato interessante ascoltarla proprio in un luogo come il Superbudda.

Ringrazio Paolo Bertino e il Superbudda Studio per la gentile concessione delle foto.


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