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Vania Rossi-CERA: negativa la contro-analisi.

Creato il 04 aprile 2010 da Manuel
Vania Rossi-CERA: negativa la contro-analisi.
Per Vania Rossi, una Pasqua più tranquilla.
PER EQUILIBRIO INFORMATIVO NEI VOSTRI CONFRONTI, VADO A COPIARE IN TOTO UN ARTICOLO DE LA REPUBBLICA.
QUELLO CHE LEGGETE, NON E' FARINA DEL MIO SACCO.
Doping
Vania Rossi scagionata
dalle controanalisi
I nuovi esami sul campione che aveva causato la sospensione cautelativa della ciclista, compagna di Riccardo Riccò, danno esito di non positività: mancano i criteri minimi di Cera secondi i criteri della Wada. Troppo tempo tra i due test. Ma la ciclista rischia lo stesso il deferimento per tentato doping
di EUGENIO CAPODACQUA
Vania Rossi scagionata dalle controanalisi
ROMA - Il test di controanalisi dei campioni di Vania Rossi, la compagna di Riccardo Riccò risultata positiva al cera agli ultimi campionati italiani di ciclocross (10 gennaio), non ha confermato la positività del primo campione. Un fatto insolito e, in un certo senso allarmante, perché rischia di mettere in dubbio l'intera credibilità del sistema antidoping mondiale e soprattutto la validità delle regole stabilite dalla Wada. La spiegazione tecnica viene dal direttore del laboratorio di Roma, Francesco Botrè: "Nel primo test la quantità di Cera era significativa al punto da non consentire dubbi; nel secondo, evidentemente per effetto di un degrado nelle urine avvenuto nel tempo, la quantità non è tale da rispondere alle norme stabilite dalla Wada". Di qui la dichiarazione di "non positività". Insomma fra analisi e controanalisi sarebbe passato troppo tempo, circa due mesi e mezzo.
E i campioni si sarebbero degradati. Un fatto che, però, non fermerà la macchina della giustizia sportiva. Infatti, sia pure in quantità insufficiente per i regolamenti attuali, l'identificazione porta ad una molecola di tipo esogeno, dunque l'atleta dovrà spiegarne la presenza nei propri campioni. Per questo motivo l'accusa non viene comunque a cadere. Alla Rossi verrà contestata la violazione dell'articolo 2.2 del regolamento Wada (tentato doping) invece che dell'articolo 2.1 (positività acclarata). Con relativa richiesta di deferimento. Ma ci sarà battaglia. L'avvocato dell'atleta, Floriano Alessi, coadiuvato dal professor Santo Davide Ferrara, ex membro della CVD, la commissione di vigilanza sula legge antidoping e oggi consulente di parte dei casi più clamorosi (da Di Luca a Rebellin), annuncia una conferenza stampa sulla vicenda per la metà della prossima settimana.
Il problema nasce dalle norme Wada, che sono improntate al massimo garantismo. Con alcuni test c'è la certezza matematica, con altri la prova è indiretta. Con la spettrometria di massa - ad esempio - si identifica senza ombra di dubbio la molecola doping incriminata, perché ci sono parametri diretti come il peso molecolare che non consentono incertezze. E, se si tratta di una sostanza (come il Cera) che il fisico umano non produce, la positività può essere dichiarata anche con la presenza di una sola molecola. "Ma in questo caso di tratta di un rilevamento indiretto - spiega Dario D'Ottavio, grande esperto di antidoping ed ex membro della Commissione di controllo per la legge 376/2000 - l'identificazione avviene attraverso l'immunoelettroforesi, un procedimento per il quale la molecola viene identificata attraverso la sua specifica mobilità elettroforetica e le bande ricavate dal processo hanno una tipologia caratteristica per ogni tipo di molecola. Per quella e quella sola. In altri termini non è possibile in presenza di questo processo che si tratti di una molecola diversa dal Cera, se ha le bande caratteristiche del Cera".
I controlli sono stati accurati per il caso in questione, la cui delicatezza era emersa fin da principio. L'immagine negativa della positività della Rossi era ricaduta sulle spalle di Riccò e peggio ancora della sua squadra, la Flaminia, esclusa dagli appuntamenti più importanti ("Sanremo" e Giro) dalla consueta ipocrisia degli organizzatori di corse. Il corridore emiliano, pur di uscire dal "cul de sac" era arrivato perfino a separarsi dalla compagna, nonostante la presenza di un figlio di soli nove mesi. Ma recentemente c'era stato un riavvicinamento.
Le analisi sono state dunque molto approfondite. D'intesa con la difesa dell'atleta, è stato fatto anche un ulteriore test, "Ma nel relativo gel si è evidenziato un segnale seppur debole nella zona del Cera - spiega ancora Botrè - Tutto questo indica un processo di degradazione del Cera in urina che, essendo risultato più rapido rispetto ad altri campioni positivi per la stessa sostanza, riduce l'intensità del segnale".
Un problema per il futuro, che ha spinto il direttore del laboratorio romano ad allertare immediatamente la Wada: "Che mi ha ringraziato, la vicenda verrà inserita nella casistica internazionale perché episodi di questo genere non si ripetano". Insomma, c'è da rivedere la tempistica fra primo (analisi) e secondo test (controanalisi), dal momento che il tempo può invalidare i risultati. Ma se questo argomento potrà essere affrontato senza troppe remore nell'ambito sportivo, diverso sarà il discorso per quanto riguarda la legge penale (376/2000). Con i sacrosanti termini a difesa (inalienabili) il rischio che fra analisi e controanalisi intercorra troppo tempo è concreto. E le già larghe maglie dell'antidoping si allarghino ancora di più. (02 aprile 2010)

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