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Venerati maestri. Chi ha ucciso il giornalismo italiano? Le associazioni “culturali”.

Creato il 21 febbraio 2019 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali
Venerati maestri. Chi ha ucciso il giornalismo italiano? Le associazioni “culturali”. Estratto da...
11.1 Le associazioni culturali: beata ignoranza!

Beata ignoranza! Scrivo così perché, lo ricordo molto bene, la scusa nobile era generalmente ispirata dalla necessità di fare "cultura" con la C maiuscola: più testate giornalistiche maggiore la pluralità e la qualità dell'informazione, sale della democrazia, più associazioni culturali maggiori le chanches di tirare su un popolo cosciente, capace, colto.

Il più delle volte però dimenticavano di sottolineare che molto spesso "più testate" significava semplicemente più contributi pubblici, e che in generale quei nuovi giornali appartenevano agli stessi gruppi, ragion per cui la "linea editoriale", la visione di fondo, era sempre la stessa, in barba a qualsiasi principio pluralistico. Ma soprattutto dimenticavano di farci sapere che le associazioni "culturali", spuntate come funghi lungo tutto lo stivale, in tantissimi casi erano anch'esse solo un'altra maniera più scaltra per mungere la mammella dello Stato, dato che molto spesso coloro che le creavano non avevano la formazione necessaria, non avevano mai scritto un libro, non avevano la minima idea di cosa fosse l'impegno di tipo sartriano, cioè il commitment che inevitabilmente si paga sulla pelle con la censura, l'isolamento e la segregazione intellettuale.

Sebbene epidermico, questo è certamente un ritratto veritiero di infinite avventure speculative di matrice intellettuale che andavano di moda in Italia ai tempi della mia gioventù, anche in luoghi remoti della penisola, dato che quando c'è da mungere una bestia è sempre meglio farlo in aperta campagna, in luogo adatto, possibilmente lontano dalle luci della ribalta. Altre volte, infatti, la concessione dei contributi alle piccole realtà "culturali" provinciali, era solo un altro modo per garantirsi consenso politico sul territorio. E cosa c'era di male, in fondo, se era proprio lo Stato a benedire quei connubi, a elargire denaro pubblico con la magnanimità e lo stile del più grazioso dei filantropi?

Beata ignoranza! Lo ripeto perché, ancora oggi, ripensando a tali dinamiche perniciose, non riesco a scrollarmi di dosso il senso di profondo disagio che mi procurava un tale, pessimo, esempio didattico. Peraltro, come apprendiamo dalle fonti governative deputate e già citate, questo modus-operandi prospera tuttora, dato che anche in questi tempi di profonda crisi economica non sono poche le associazioni culturali che, a vario titolo, vivono di emolumenti pubblici, di carità altrui. In alcuni casi lo fanno speculando sull'arte e le ragioni artistiche dei tanti trapassati che per esprimere il loro anelito estetico ci hanno rimesso la salute, quando non la vita, datate vittime del perbenismo d'intelletto, in altri semplicemente legando il loro nome alle attività di qualche "artista" vivente, magari gettonato in tv, più gettoni più emolumenti, più emolumenti più debito pubblico.

Beata ignoranza! E beato quel Paese che la cultura la celebra senza aspettarsi niente in cambio, se non maggior saggezza e crescita morale nello spirito di ciascuno dei suoi abitanti, dal più ricco impresario editoriale all'ultimo dei senzatetto.

Un morto scomodo e una pletora di potenziali assassini sono i protagonisti di un mistero atipico che per essere risolto dovrà necessariamente farsi viaggio di studio e di conoscenza. Solo partendo dalle origini del giornalismo, dalla nascita dei primi quotidiani italiani, passando per la "Guerra dei venti anni", l'analisi dei rapporti internazionali sul livello di libertà di stampa in Italia, l'arrivo del giornalismo online, la presentazione di alcuni casi-studio, sarà infatti possibile una attenta lettura della scena del crimine, raccogliere gli indizi e stringere il cerchio intorno al colpevole. Chi ha ucciso il giornalismo italiano? Come in ogni giallo che si rispetti la risposta a questo quesito non sarà affatto scontata, né sufficiente a fugare il dubbio: e se si fosse sbagliato tutto, sin dall'inizio?

Epitaffio
Capitolo 1
Venerati maestri e soliti stronzi: le origini
1.1 In principio, c'era Gutenberg...
1.2 1976, nasce la Repubblica di Eugenio Scalfari
1.3 Gli anni 90 e Mani pulite
1.4 La guerra dei venti anni
1.5 Berlusconi: "L'Italia è il Paese che amo"
1.6 Quelli di Capalbio
1.7 La rivoluzione digitale
Capitolo 2
I rapporti internazionali sulla libertà di stampa
2.1 1960 1995 Lo studio di Raymond B. Nixon e la lettera dell'IPI al ministro Mancuso
2.2 Freedom House Il rapporto 2002
2.3 Freedom House Il rapporto 2004: l'Italia diventa uno Stato PARTLY FREE
2.4 Freedom House Il rapporto 2014
2.5 Freedom House Il rapporto 2015
2.6 Il rapporto 2016 della Freedom House: reticenza?
2.7 Freedom House Il rapporto 2017
2.8 2013-2018. I rapporti di Reporters sans frontières
Capitolo 3
2014-2018: dal governo Renzi al Salvimaio
3.1 La XVII legislatura, l'intoccabile e la congiura del silenzio
3.2 Il Caso Alessandro Di Battista e il risveglio della "coscienza" giornalistica in Italia
Capitolo 4
La crisi e il giornalismo online
4.1 La crisi nelle vendite
4.2 Dal giornalismo al giornalismo online
4.3 Il problema della credibilità
4.4 Caso studio 1 Repubblica vs Luigi Di Maio
Capitolo 5
Caso studio 2 Il Corriere della Sera
5.1 Il Caso Raggi e il Caso Spelacchio
5.2 Certificazioni ADS e trend negativo
5.3 La svolta di Cairo, oppure no?
Capitolo 6
Caso studio 3 Il Fatto Quotidiano
6.1 Il "Caso Salvini" e i commenti in calce
Capitolo 7
Caso studio 4 La verità
7.1 Sul nuovo giornalismo a destra
7.2 La pagina Facebook di Salvini
Capitolo 8
Caso studio 5 Il problema Rai
8.1 Gli anni del renzismo e il "Caso Fazio"
8.2 Rai: lottizzazione senza fine
Capitolo 9
Caso studio 6 Gli altri players editoriali
9.1 L'impero berlusconiano e il serpente che si morde la coda
9.2 Cairo Communication, l'editore puro?
9.2 Avvenire e gli interessi di Dio in terra
9.2 Il Gruppo Caltagirone
Capitolo 10
Sull'emergenza mediatica in Italia: il problema socio-economico
10.1 I contributi all'editoria
10.2 Alcune interrogazioni di base
10.3 Intermediazione e disintermediazione
10.4 Stampa di regime e censura
10.5 Il falso spettro del populismo
Capitolo 11
Sull'emergenza mediatica in Italia: il problema culturale e deontologico
11.1 Le associazioni culturali: beata ignoranza!
11.2 La censura e il mobbing
11.3 Baroni e mercanti di verità
11.4 Dalla notizia circolare alle marchette
11.5 Dubbi ontologici arcani
Capitolo 12
Chi ha ucciso il giornalismo italiano?
12.2 Il giallo e gli indizi neppure troppo nascosti
12.3 Come Poirot sull'Orient Express
12.4 Codice etico della vita italiana (1921)
12.5 Dénouement
Postfazione
Appendici
1. Quotidiani italiani 2015-2016: tiratura, diffusione cartacea, diffusione digitale
2. Quotidiani nazionali e locali del Gruppo GEDI
3. Quotidiani e periodici del Gruppo RCS
4. Informativa ADS Dati Certificati 2016
5. Informativa ADS Dati Certificati 2017
6. Scene dal giornalismo italiano
Nota bibliografica
Biografia
Libri di Rina Brundu

Rina Brundu - Scrittrice italiana, vive in Irlanda. Ha pubblicato i primi racconti nel periodo universitario. Il romanzo d'esordio, un giallo classico, è stato inserito nella lista dei 100 libri gialli italiani da leggere. Le sue regole per il giallo sono apparse in numerosi giornali, riviste, siti, e sono state tradotte in diverse lingue, così come i suoi saggi e gli articoli. In qualità di editrice ha coordinato convegni, organizzato premi letterari, ha pubblicato studi universitari, raccolte poetiche e l'opera omnia del linguista e glottologo Massimo Pittau, con cui ha da tempo stabilito un sodalizio lavorativo e umano. Negli ultimi anni ha scritto diversi saggi critici, ha sviluppato un forte interesse per le tematiche e le investigazioni filosofiche, e si è impegnata sul fronte politico soprattutto attraverso una forte attività di blogging. Anima il magazine multilingue www.rinabrundu.com.

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