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Venezia 71: “The look of silence” di Joshua Oppenheimer (Concorso)

Creato il 28 agosto 2014 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

Anno: 2014

Durata: 98’

Genere: Documentario

Nazionalità: Danimarca/Uk

Regia: Joshua Oppenheimer

 

In Indonesia una telecamera segue le vicende di Adi, appartenente ad una famiglia sconvolta tanti anni prima dal massacro perpetrato dalla giunta militare del Generale Suharto. Nel tentativo di ricostruire la verità circa la morte del fratello Ramli, una morte così atroce da finire su un libro di illustrazioni scritto da uno degli assassini, Adi incontra non solo i sopravvissuti ma anche i killer, invecchiati ed ancora saldamente al potere. Questa ricerca riporta a galla vecchie ferite mai scomparse e può rivelarsi pericolosa per Adi e la sua famiglia.

Seconda opera per il documentarista texano Oppenheimer, ma girato in realtà prima del suo folgorante esordio The act of killing, il film è dato già da ora come uno dei favoriti alla vittoria finale. Il regista rimane in Indonesia, dove dopo il 1965 un milione di comunisti o presunti tali vennero trucidati barbaramente, un vero e proprio genocidio sul quale è stata poi costruita negli anni un’impalcatura di bugie e falsi miti che giustificassero l’atto e consentissero la permanenza al potere dei carnefici. Ancora oggi in larga parte della popolazione è salda la convinzione che i comunisti fossero mostri da sterminare e che i generali furono eroi rivoluzionari da rispettare ed osannare. Tra le vittime figura Ramli, fratello del giovane Adi, il quale, per cercare di capire le cause e i motivi che portarono alla morte del fratello, scopre una terribile verità : i killer abitano vicino la sua famiglia, anziani signori, a volte non più capaci di intendere e di volere, che sono sempre rimasti lì, temuti e rispettati. Adi li incontra, pone loro domande scomode, ascolta le loro ricostruzioni oppure guarda su uno schermo, con sguardo impassibile eppure lancinante, le interviste del regista ad altri killer delle “brigate della morte”.

act-of-killing

Le ricostruzioni dei killer sono raccapriccianti, non solo per i dettagli atroci sul modo indecente di uccidere senza pietà uomini e donne indifesi, ma soprattutto per l’assoluta distanza emotiva dei carnefici, non c’è un briciolo di vergogna o senso di colpa negli occhi di chi ha pugnalato ripetutamente o decapitato esseri umani innocenti. La scena delle figlia, prima fiera sostenitrice delle azioni del padre, poi terrorizzata dopo aver ascoltato per la prima volta un suo racconto, basta a capire il muro che è stato costruito tra le generazioni per impedire l’emergere della verità. Le interviste mettono in luce anche altro, cioè il pericolo che ancora oggi corre chi pone domande sul passato nel tentativo di riportare a galla la verità, così come risulta chiaro dalla velata minaccia di uno dei vecchi leader delle brigate : “Continui, continui con la sua attività comunista”. Questo documentario affronta dunque diversi temi, primo fra tutti quello riguardo le conseguenze e le reazioni, della mente umana, di fronte all’orrore e alla morte: come vive chi si è reso protagonista di un dramma indicibile? E’ sufficiente osservare le reazioni degli anziani killer, l’aggrapparsi da parte loro ad assurdi miti come l’obbligo di bere il sangue delle vittime per non impazzire, la sfacciata negazione degli eventi oppure l’isteria come risposta ad alcune domande per capire il segno che, nonostante l’ostentata indifferenza del racconto, il genocidio ha lasciato anche dentro di loro.

Oppenheimer ha esposto il tema della sua opera in questo modo: “Cosa vuol dire essere un sopravvissuto in una realtà costruita sul terrore e le bugie? Il film è un poema sul silenzio nato da questo terrore, sulla necessità di rompere questo silenzio ma anche sulle conseguenze che derivano da questa scelta”.

The look of silence è un film necessario, come lo sono tutti quelli che, partendo dal particolare, cercano la verità storica degli eventi e l’ammissione di responsabilità dei colpevoli. E’ anche però un’opera molto lenta, ripetitiva, con lunghi ed inutili primi piani, e scene della vita privata di Adi che nulla hanno a che vedere con lo scopo finale del film: splendida la madre centenaria, sconvolgente il suo pianto disperato alla fine del film, ma perché inserire così tante scene del padre? O simpatici siparietti della piccola figlia di Adi? Una versione più compatta, rapida e mirata avrebbe reso sicuramente più facile la visione e più chiaro l’obiettivo del regista.

Emiliano Longobardi


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