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Vera Pavlova

Da Paolo Statuti

  

Vera Pavlova

Vera Anatól’evna Pávlova è nata a Mosca il 4 maggio 1963. Si è diplomata presso l’Istituto Musicale “A.G. Shnitke” e l’Accademia di Musica“Gnesinych”, specializzandosi in storia della musica. Ha cominciato a scrivere poesie a 20 anni, dopo la nascita della prima figlia Natal’ja, oggi cantante lirica. In una intervista ha dichiarato: «La mia prima poesia è stata un messaggio inviato a casa dal reparto maternità dell’ospedale. Avevo appena partorito la mia prima figlia. Fu un genere di felice esperienza mai provata né prima né dopo. La felicità fu così intollerabile, che mi spinse a scrivere una poesia per la prima volta. Da allora scrivo e ricorro alla scrittura ogniqualvolta mi sento intollerabilmente felice o infelice. E poiché la vita mi riserva in abbondanza occasioni per entrambi i sentimenti, negli ultimi ventisei anni ho scritto praticamente senza sosta. Non posso permettermi di stare lontano dalla scrittura. Potrebbe essere chiamata tossico-dipendenza, ma io preferisco chiamarla la mia forma di metabolismo».

   Parlando di sé con estrema franchezza, la sua poesia è rivolta principalmente alla vita privata e intima della donna contemporanea. Linda Torresin scrive: «Musicista prima ancora che poetessa, le armonie – raramente armoniche e più spesso dissonanti – della realtà si rivelano uno strumento efficace per comprendere l’individuo nella sua essenza più profonda. Il legame tra lo spirituale e il terreno è al centro della poesia di Vera Pavlova. La carnalità, il corpo, il rapporto uomo-donna – è questa per la Pavlova la chiave di lettura (concreta e palpitante) della vita».

   È una poesia di breve intenso respiro, scritta tutta d’un fiato. Mi fa venire in mente Ars poetica del poeta polacco Leopold Staff, da me tradotta tanti anni fa:

Un’eco dal cuore sussurra:

«Prendimi prima ch’io languisca,

Che diventi diafana, azzurra,

Che impallidisca, che sparisca!»

Come una farfalla l’afferro,

Non per sbalordire il mondo,

Ma per rendere l’attimo eterno,

Perché tu comprenda a fondo…

   Ha scritto più di venti raccolte di poesie, cinque libretti d’opera e quattro testi per cantata. È stata tradotta in venticinque lingue. Vive tra Mosca e New York.

Poesie di Vera Pavlova tradotte da Paolo Statuti

*  *  *

Un hobby? – Ce l’ho: raccolgo

arcobaleni, meteoriti,

sogni, cartoline del paradiso,

conversazioni al buio,

cartellini NON DISTURBARE,

pareri di esperti,

anelli di fidanzamento

e programmi di concerti.

*  *  *

Alle sette è già buio.

Mi gusto un libro in poltrona.

Una foglia gialla è volata dentro,

ha chiesto asilo.

Da’ ospitalità alla rifugiata

e prendila come segnalibro.

Libro, cosa viene dopo?

Un breve epilogo.

*  *  *

Piego un gesto amorevole come latta

e costruisco una casa, cominciando dal tetto.

Scrivo ciò che voglio leggere.

Dico ciò che voglio sentire.

Scrivo: la tua amarezza è ardente.

Taccio, ti compatisco per il Braille.

Formiche, entrate in casa, trascinando

la tenerezza cento volte più pesante di voi stesse!

*  *  *

Non c’è l’amore? – Lo faremo!

Fatto. Che faremo poi? –

Faremo l’ansia, la tenerezza, il coraggio,

la gelosia, la sazietà, la menzogna.

*  *  *

Un poeta in più c’è ora al mondo,

quando ho visto

vita della vita, morte della morte –

il bambino da me  generato.

È stato così, il mio inizio:

il sangue bruciava l’inguine,

l’anima si librava, il bambino gridava

in braccio all’infermiera.

*  *  *

La bici è assai grande.

La giacchetta è stretta.

Allegro e selvaggio

vado come freccia.

Il fischio della velocità…

Breve, erta,

viscida, spinosa

è la strada per il pronto soccorso.

*  *  *

Da trent’anni compongo un’ode,

evitando grandi temi,

a una coperta. E alla gente

sarò cara,

perché col sorriso di Monna Lisa,

con la semplicità di un sillabario,

ho scritto testi

per gli amanti del gorgheggio.

*  *  *

Non ricordo il suo nome.

Sergej? No, non Sergej.

Lo amavo? Dubito.

E lui mi amava? Poco probabile.

Parole, interni, pose –

tutto cancellato con buona memoria.

Mi ha donato un mazzo di mimosa,

incontrandomi dopo l’aborto.

*  *  *

Non voglio un mattone dal tetto –

io voglio morire alla lunga.

Io voglio morire osservando

il corpo che, goccia a goccia,

secerne la vita stremata.

Lasciarla uscire da me

come attraverso un passino fine-fine

e pian piano respirare con sollievo,

non avendo visto niente sul fondo.

*  *  *

Cittadini marionette,

schivate gli abbracci!

Si aggrovigliano i fili

dalle caviglie e dai polsi, –

non li scioglierà il burattinaio.

si legheranno e si sposeranno.

E allora addio libertà

di pensiero e di movimento.

*  *  *

Solitudine. Risacca.

Sera. Lingua madre dei gabbiani.

Parlo con me stessa.

Ma lei non risponde:

mi boicotta,

con una stupida non parlo, dice,

o che non capisce in nessun modo,

che devo fare?

*  *  *

Dichiaro l’ombrello aperto,

dichiaro la pioggia col sole,

dichiaro il dolore dimenticato,

dichiaro la città natale,

il passato – lavato da brillare,

il futuro – che mi aspetta…

Ti piace il mio ordine del giorno

in questo brutto tempo invernale?

*  *  *

Il senso della vita è più giovane della vita

di trenta-trentacinque anni.

Metà della tua vita confidi

senza capire nulla.

E poi in mezza giornata

capisci tanto,

che a Dio servirà

l’eternità per ascoltarmi.

(C) by Paolo Statuti


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