Viaggio a kolkata (calcutta), nei luoghi di madre teresa

Creato il 01 dicembre 2012 da Postpopuli @PostPopuli

di Padre Guglielmo Spirito

Se ascolti con il cuore, sentirai, capirai…
Fino a quando non sperimenterai dentro di te, in profondità,
che Gesù ha sete di te,
non potrai iniziare a conoscere chi Lui vuole essere per te,
o chi Lui vuole che tu sia per Lui.

Madre Teresa di Calcutta

Settembre 2012

Nell’oscurità malamente rischiarata qua e là da tubi al neon, le strade e le viuzze ingombre di baracche addossate l’una all’altra – assi di legno, scatole di cartone, lamiere ondulate, polistirolo –, su carretti parcheggiati sul marciapiede, sopra sacchi e laidi pezzi di stoffe indistinte, seminudi, tanti dormono all’aperto. Tutti e soltanto maschi, beninteso.
Il chiaroscuro – più scuro che chiaro, a dire il vero –, sembra fare da sordina agli odori penetranti, che strisciano inerpicandosi da mucchi di rifiuti, disperdendosi nel fresco silenzio delle ore piccole, prima dell’alba.
Qualche bettola è già aperta, e il vapore si arrampica, sfilacciato, sullo sfondo giallastro della luce, che ritaglia netti i profili ombrosi dei primi avventori. Qualcuno incomincia a fare il bagno, seduto sui talloni, insaponandosi profusamente, e riversandosi addosso secchi e secchi di acqua tenuemente scintillante.

Madre Teresa (da Wikipedia)

Nel labirinto notturno, ci siamo… persi. Il tassista non riesce a trovare – né a decifrare, credo – l’indirizzo, scarabocchiato su un pezzettino di carta… Jisu Bhavam, 88 Sundari moh… la casa dei Padri Missionari della Carità, il ramo sacerdotale fondato da Madre Teresa negli anni’80, dove dovrei alloggiare.
Vicoli. Baracche. Buio. Casupole. Dormienti. Domande. Conciliaboli. Indicazioni. In sintesi: smarriti. Inoltre, foriamo una gomma. Per fortuna non piove, la stagione dei monsoni è sconvolta, e oggi almeno è una cosa utile!
Mi metto a ridere – io, di solito così ansioso –, e con humour e fiducia mi raccomando a san Giuseppe e a Madre Teresa, sereno e confidente. In mezzo alla strada buia, sotto alberi dai tronchi membruti, carnosi, morbidi, carichi di un fogliame pesante e grasso, con la mia borsa, vedo alzarsi qualche dormiente, e poi avvicinarsi sagome di indù e musulmani – li distinguo per i vestiti –, ognuno desideroso di aiutare.
Finalmente arriva dal buio, sfrecciando nella strada deserta, un secondo taxi, scassato quanto il primo, ma che conosce l’indirizzo… e mi ci porta.
Suono. Busso. Insisto. Ma nessuno sente, nessuno apre la porta.

Rassegnato a sedermi sul marciapiede assieme ai tanti che ingombrano ogni spazio, finisco per essere indirizzato da una donna sopravvenuta in quel momento, a un dispensario di suore poco distante, le quali caritativamente mi credono e mi aprono, e dove – sotto le pale di un pigro ventilatore –, l’umidità e il rimasuglio della notte cedono a un sonno leggero e ristoratore di un paio d’ore…
Con il mattino, la città – e i Padri – si svegliano, e questi mi accolgono: a merry meeting. Ci conosciamo da parecchi anni con qualcuno di loro – abbiamo condiviso il Bronx e Tijuana –, da prima che Madre Teresa mi indirizzassi ai frati del Sacro Convento!

Dopo messa e colazione, ci avviamo verso Mother House, alla tomba di Madre Teresa: un incontro silenzioso, in una cappella piena di luce e di petali di fiori arancioni sulla lapide bianca. Accendo la candela che le clarisse del Buon Gesù di Orvieto mi chiesero di portare.
La stanza della Madre, la sua scrivania. I suoi sandali consunti. L’austerità pulita della casa enorme. Sister Gertrude, seconda compagna della Madre, dalla veranda dove siede riposando le sue vecchie ossa, mi vede, mi riconosce (!) mi fa chiamare, per chiacchierare un po’ sull’Italia e sulle suore, specialmente su sister Joseph Michael, mia cara ‘madrina’ tra le MC, morta di recente a Primavalle, Roma.

Scorcio di Calcutta (da Wikipedia)

Attraverso in pieno giorno, mattina – e pomeriggio e sera –, le caotiche strade della città. La sovrabbondanza di colori e di aromi, riso bollito, tapioca, pesce fritto, zenzero e cumino, pepe rosso e nero, zafferano, cannella, noce moscata, vaniglia, peperoncino e curry, paprika, mango, cocco, marciume…
La vivacità estrema del traffico – autobus, tram, risciò, macchine, bici, moto, scooter, motofurgoni, pedoni, cani e mucche entrambi snelli – non elefanti, perché partecipano solo alle grandi processioni indù! –, e la sovrapposizioni di colori pastello, ocra, rosa e celeste, con rosso scarlatto, rosso fiamma, verde smeraldo, giallo zafferano, arancione, violetta, nero, dorato e blu: nei sari, nei tempietti, nelle onnipresenti collane e ghirlande di fiori, assieme allo smog, alla ruggine, alla polvere, ai detriti, al marcio, ai clacson –che devono essere continuamente suonati –…tutto mi dà alla testa.

Ma mai quanto vedere la dolcezza estrema dei bimbi piccolissimi in attesa di adozione – e quelli handicappati, che ahimé non saranno adottati, e rimarranno con le Missionarie della Carità –. Decine e decine di loro.
Sul cortile, accanto al dispensario – dove attendono coloro che devono essere medicati –, da una nicchia, san Giuseppe padre della Provvidenza (come lo chiamava Madre Teresa) veglia sulla distribuzione di medicinali e cibo.
Con mia sorpresa, in ogni stanza, in mezzo alle decorazioni più allegri da asilo nido, accanto alla Vergine Madre di Dio, un san Giuseppe con il Bimbo in braccio veglia: da quadri, statue, affreschi, dipinti o litografie. Mi sorprende, perché sembra che sia il suo sguardo a cercarmi e a venirmi incontro, dandomi il benvenuto e faccendoni sentire custodito e guidato, come a Montreal. Infatti, la tenera presenza paterna dello sposo di Maria è tangibile qua, rassicurante. Solleva. Penso a frère André e ai malati sulla montagna.

Sento che tutto il resto scivola via, scivola indietro: solo l’amore resta; solo la compassione che splende nella Divinoumanità del Figlio di Giuseppe, che si è caricato delle nostre sofferenze per renderci partecipi della sua vita, la vita dei Tre.
Null’altro conta per me. Null’altro davvero mi interessa. Tutto il resto mi si presenta come ronzio di mosche. Non sento nostalgia di niente e di nessuno. Tutto è dato, tutto è qua, tutti sono qua, adesso. Con Lui, in Lui.
Calcutta sembra appoggiata sul Mont-Royal. Il monte è Cristo. La dolce solidità del monte. La fede che trasforma il monte. Vedo la cappella primitiva, vedo Gesù in braccio a Giuseppe; mi vedo, ci vedo là. Custoditi. Quieti. Appagati, come bimbi svezzati.
Il resto, oggi, è vanitas vanitatum

Il tempio di Kalighat (da Wikipedia)

A Kalighat, accanto al tempio di Kali, la prima casa di Madre Teresa, Nirmal Hriday, per gli adulti gravi – uomini e donne – abbandonati: ho impresso nei recessi del cuore il paio d’occhi di un giovane uomo, i quali mi hanno guardato con una tale dolcezza e mitezza, che non riesco ad immaginare uno sguardo più dolce e mite, tranne nel Signore Gesù…
E la solarità sorridente e composta di Teresa, dottoressa in pensione proveniente dalla Cittadella di Padova, la quale da ben 16 anni passa il giorno a Kalighat, esercitando la sua professione, come se niente fosse…
Solo al nostro convento Assisi Snehalaya, HIV/AIDS Care Centre, in Coimbatore Dt., in Tamil Nadu, sono rimasto ancora più affascinato e sedotto: vedendo fr. Francis e i nostri frati della provincia dell’India, accudendo e coccolando una cinquantina di bambini – e qualche adulto, questi terminali – con l’AIDS.
Una tale abbondanza di gioia e di pace, di vitalità e di tenerezza nei volti di questi bimbi – i quali mi regalarono una splendida piuma di pavone, che conservo come una reliquia.
E le famiglie della zona, cristiani siro-malabari, indù e persino musulmani che fanno a gara nel dare una mano ai frati a favore di questi bimbi!

È agli antipodi del famoso Siddharta, libro-culto di Hesse, dove si muore vicino a fiumi allegorici e si sente dovunque un profumo struggente di sandalo. “A leggere il libro di Hesse, ci si scorda che esistono gli escrementi”, scrisse Giorgio Manganelli.
Peggio ancora: ci si scorda che esiste l’amore nella carne ferita, la compassione fattiva, e la redenzione. Che esiste la Vita Nuova, la nuova creazione. Già iniziata, nelle doglie pasquali del parto.

Davanti a questo, impallidisce il fatto che l’India si vanta giustamente dell’eccellenza mondiale nell’informatica e nel software, che le sue ignited minds – come scrive Apj Abdul Kalam – siano una speranza e una potenzialità enormi…
La sua storia e le sue storie, Kipling, Gandhi, Ghalib, Tagore…
Anche le bellezze lussureggianti e verdissime del prospero Kerala, dei templi indù e delle chiese cristiane, dei monti Nilgiri, il Belvedere Franciscan Ashram a Kottagiri – il nostro noviziato, dedicato a Mother Teresa – e le piantagioni di tè, nel Tamil Nadu, tutto – tutto – sbiadisce davanti allo splendore dell’amore…

Montreal sostiene in me il soggiorno indiano, e quello russo – che segue, per le professioni dei frati a Mosca –, mentre Emanuele è a Copertino per il triduo sanfrancescano. Tutto è parte di un unico mistero e ministero.
La robustezza della montagna sostiene me, al rientro al tran tran quotidiano italiano, alla quotidianità anche faticosa dei ministeri. La luce della montagna non si spegne.
Tutto defluisce e confluisce nella pacata consapevolezza, sorgente di stupore e gratitudine, che solo l’amore conta, solo l’amore resta. Perché Dio è Amore.
La vita dei Tre, che risplende nell’umanità trasfigurata dei tre di Nazareth, culla e inizio della Chiesa.
In braccio a Giuseppe.
Saint Joseph the Just, pray for us!, pregano i frati diverse volte al giorno, per ogni ora canonica…
Amore ricevuto e offerto, condiviso e partecipato. Compassione. Come san Francesco, frère André e Madre Teresa.
Tenerezza. Dolcezza e mitezza. Stupore e gratitudine.
Vita nuova…

What happiness it all has been!,
come scrisse Schmemann nelle ultime parole del suo Diario…

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