Viaggio in india, di alfredo todisco

Creato il 24 settembre 2013 da Postpopuli @PostPopuli

di Claudia Boddi

Edito per la prima volta, nel 1966, “Viaggio in India” di Alfredo Todisco è il resoconto giornalistico di una lunga visita nel continente indiano, avvenuta sei anni prima, da parte dello stesso autore per “La stampa” di Torino. Sulle pagine ingiallite, della versione vecchissima che mi è capitato di leggere, scorrono immagini e pensieri proprie di un paese dove la fame e la morte popolano ancora strade e quartieri come abitanti privilegiati di vite umane che paiono di seconda categoria.

Il libro di Todisco nasce come un reportage, pertanto ha lo scopo di raccontare e riportare sulla carta istanti che hanno incontrato il suo sguardo di osservatore, segnando inevitabilmente anche il suo percorso umano. “Viaggio in India” non è un romanzo: pochissimo spazio è quindi lasciato all’inventiva e al flusso incontrollato di vissuti o sensazioni; e non è neanche un saggio, per cui nessuna tesi compare con l’attesa di essere argomentata o confutata. Al contrario, esso è un dispositivo etnografico, vivacissimo e avvincente, che apre uno squarcio su una realtà, sotto vari punti vista, ben lontana da quella nostra di occidentali, ma alla luce delle evoluzioni sociopolitiche cui siamo al centro, neanche troppo remota.

“Si deve forse al permanere di una convinzione ottocentesca, che ebbe in Loti e in Kipling due campioni tra i più rappresentativi, se d’intorno ai paesi d’Oriente non è ancora del tutto svanito l’alone favoloso che muoveva l’immaginazione dei nostri nonni. Si tratta di un fantasma ritardatario. […]”

L’istantanea che appartiene al nostro scrittore risale al 1960: oggi la situazione indiana mette in luce aspetti diversi, soprattutto rispetto al dialogo con società e culture che non può far finta di ignorare e con le quali viene, per fortuna, sempre più spesso in contatto ma, a parte le dimensioni di certi fenomeni, l’essenza storico-sociale del paese corrisponde ancora a quella attuale. Dagli esseri umani che si lasciano morire per strada, nella decadenza della materia, che si manifesta in corpi amputati e truculenti all’induismo imperante che, laddove è vissuto integralmente, chiude le porte a numerose correnti di emancipazione e di progresso, fino ai riti di costume e alla suddivisione dei cittadini attraverso il sistema delle caste, apparentemente vietato, ma invece tuttora vigente.

Tra le moltissime pennellate lanciate da Todisco sulla tela dell’immaginazione di chi dell’India si è fatto un’idea solo attraverso film, libri e documentari, quelle del culto degli animali – di grande impatto la devozione verso i bovini, in particolare la vacca – e la beata rassegnazione induista, sono quelle che rimangono più impresse. L’India è alla fame pur essendo lo Stato al mondo con la popolazione di bovini più numerosa. Non solo, gli animali stanno per minacciare lo spazio vitale degli uomini.

“Uccidere una mucca, un bue, un vitello, per gli indù è un sacrilegio simile all’omicidio. Mangiare carni bovine è per loro inconcepibile come per noi l’antropofagia. Si tratta di un atteggiamento che fonda le sue radici in regole antichissime, che un tempo erano sicuramente in armonia con i capisaldi della società indù, e che oggi non hanno più senso. […] Fino a un certo punto della storia, gli indiani dovettero identificare la protezione della mucca con la loro stessa sopravvivenza. […] ”

Quanto all’altro aspetto, colpisce la mancanza di carità degli indù verso i propri simili, dal momento che la vita nelle città (per esempio) va avanti, con il suo consueto brulicare incessante, mentre ai lati dei marciapiedi uomini esangui strisciano sul suolo incandescente, mutilati o scheletriti in attesa della fine. Il punto ovviamente non è il giudizio ma la riflessione sui prodromi che stanno alla base della cultura. L’indù accetta il suo destino, che sia fatto di malaria, colera, lebbra, perdita di congiunti e quant’altro, senza provare rabbia, ma una rassegnazione totale perché quello nella materia fisica è solo un passaggio intralciante per la via dell’anima. Questa teoria è dimostrata anche dal sistema delle caste: ognuno occupa il posto che gli spetta, senza provare invidia o volontà di ascesa.

“[…] L’induismo non conosce amore, né carità, esso si accentra tutto sull’individuo, nel suo karma, non adombra mai un barlume di morale sociale. Pone l’accento su un fatalismo che ha millenni di spessore. Il sistema delle caste […]è l’opposto dell’uguaglianza. Anzi è la codificazione di un’ineguaglianza invalicabile. Il principio della reincarnazione, che ascrive al comportamento nella vita precedente la situazione in cui gli uomini si trovano nella presente e attuale, […] rinvia alla responsabilità dell’individuo, e mai all’ambiente o ai regimi sociali […].”

Un libro interessante, assolutamente consigliabile perché ben scritto ed esaustivo rispetto alla sete di conoscenza dei lettori anche più esigenti e che riporta, con un’eco retrò, a quegli anni in cui l’e-book non aveva ancora soppiantato il piacere dell’edicola al mattino e l’odore dell’inchiostro sul quotidiano cartaceo.

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