Vinicio Capossela Presenta la Banda della Posta

Creato il 07 novembre 2013 da Dietrolequinte @DlqMagazine

Federica Zingarino7 novembre 2013

«Lo sposalizio è stato il corpo e il pane della comunità. Il mattone fondante della comunità. Veniva consumato con il cibo e con la musica. Questa musica che accompagnava il rito era musica umile, da ballo, adatta ad alleggerire le cannazze di maccheroni e a “sponzare” le camicie bianche, che finivano madide e inzuppate, come i cristiani che le indossavano. A Calitri, in Alta Irpinia, qualche anno fa, un gruppo di anziani suonatori di quell’epoca aurea non priva di miseria, ha preso l’abitudine di ritrovarsi davanti alla Posta nel pomeriggio assolato. Montavano la guardia alla Posta, per controllare l’arrivo della Pensione. Quando l’assegno arrivava, sollevati tiravano fuori gli strumenti dalle custodie e si facevano una suonata. Il loro repertorio fa alzare i piedi e la polvere e fa mettere ad ammollo le camicie sui pantaloni. Ci ricorda cose semplici e durature. Lo eseguono impassibili e solenni, dall’alto del migliaio di sposalizi in cui hanno sgranato i colpi. Per questo si sono guadagnati il nome di Banda della Posta. Il concerto è dedicato alla memoria di Rocco Briuolo, un uomo che ha fatto ogni cosa per bene, non prendendola mai sul serio». Parola di Vinicio Capossela.

Vinicio Capossela e la Banda della Posta sono stati la rilevazione della scorsa estate e, dopo aver attraversato ventisei piazze italiane, hanno concluso la loro trionfale tournée il 12 ottobre all’Obihall di Firenze. Ma chi sono gli strani personaggi che compongono la Banda della Posta? Si tratta di un gruppo di anziani musicisti di Calitri, in Alta Irpinia, paese di origine della famiglia di Vinicio, che sin dalla fine degli anni ’50 hanno suonato ai matrimoni del paese con brani che ci trascinano in un universo fatto di danza e tradizione. Mazurka, polka, valzer, paso doble (passo doppio, se preferite), tango, tarantella, quadriglia, foxtrot. Tre ore ininterrotte di musica, e così Vinicio trasforma il teatro in una vera e propria “ballroom”. Lui, giacca bianca, immancabile cappello, tanta grinta e romanticismo.

Lo spettacolo si apre con una ritmica e ballabile Con una rosa e prosegue con Io ti amo ma ti lascio a Santo Spirito, Ultimo amore, Che coss’è l’amor che sono intervallate dai brani del primo album della Banda, Primo Ballo, di cui Vinicio è produttore. Dopo aver fatto uscire dal cilindro (o meglio, nel suo caso, dal cappello) alcuni dei suoi più grandi successi a ritmo di valzer e rumba, Vinicio omaggia Celentano con Si è spento il sole. E continua con alcune canzoni rivisitate di Salvatore Adamo eseguendo in particolare La notte dopo aver ricordato il giradischi Philips che il padre aveva comprato il 12 ottobre 1962 come primo sfizio che «eccedeva dalla lotta per la sopravvivenza». Nel presentare i brani, il cantante li paragona alle varie fasi dello sposalizio e così, mentre il pubblico inizia a dare qualche segno di cedimento, esegue tre tra le sue composizioni più note: L’uomo vivo (Inno alla gioia), Al veglione e infine la scatenatissima Il ballo di San Vito. Un attimo di pausa e la banda riparte. «Ora siamo a fine pranzo – dice Vinicio – quindi ci vuole un brano più lento» ed arriva il momento di una Ovunque proteggi in chiave acustica, pezzo che Capossela chiede di ballare abbracciati e che nessuno immaginava tra quelli in scaletta. Altri due lenti “da fine pasto” e questo spettacolo volge al termine.

E se tutti gli sposalizi fossero così, ci si sposerebbe, forse, un po’ più volentieri.

Fotografie di Federica Zingarino


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