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Vinnatur, il vino naturale a Villa Favorita

Da Iltaccuvino

Vinnatur, il vino naturale a Villa FavoritaVinnatur è una delle prime fiere naturali che scoprii, con entusiasmo, organizzandomi per andarci qualche anno fa, parallelamente al Vinitaly. Quest’anno invece ho scelto di abbandonare il baraccone veronese (bello ma si può vivere anche senza) ma senza rinunciare a un giro a Villa Favorita, il lunedì, giorno che chiudeva i lavori. Ormai una garanzia, organizzazione impeccabile, produttori sempre disponibili, e per gli addetti (stampa e importatori) la provvidenziale “Sala Stampa”, dove degustare in autonomia e libertà da una a tre referenze per produttore, per poi magari andare ad approfondire la conoscenza al banchetto negli spazi della “fiera”. Ho virgolettato perché il termine fiera risulta quasi fuori luogo per quello che è un ritrovo piacevole e costruttivo, dove bevitori, appassionati e operatori possono mischiarsi e condividere gli spazi civilmente, scoprendo realtà spesso di nicchia, tutte coinvolte nel progetto Vinnatur, che col suo statuto impone il rigore nelle verifiche dei vini, per limitare residui chimici e quantitativi di solforosa.

Non sono ad incensare senza “ma” questa manifestazione ed i vini che vi si trovano. Anche qui capita di assaggiare vini che fanno storcere il naso (ed io non mi spavento per un po’ di acetica, e neanche per un filo di brett), ma ogni volta c’è qualcuno che presenta qualcosa di più simile a un aceto o a un liquame di stalla, ma ne prendo atto, li riprovo comunque, senza pregiudizi, e spesso ho trovato cose molto migliorate negli anni, altre ho trovato conferma che il difetto esagerato diventa quasi un marchio di fabbrica per taluni. Se qualcuno gli compra i vini non ci trovo nulla di male, sono scelte, ed io i vini che non mi piacciono scelgo di non berli. Spero sia così per tutti, anche se a volte qualcuno forse beve certe cose solo per moda (e vale per i vini naturali come per i vini “degli enologi” più blasonati). Io al mio solito, assaggio, valuto, scelgo quello che mi piace. Punto. E a Villa Favorita questo lavoro si fa con grande gioia.

Vinnatur, il vino naturale a Villa Favorita

Veniamo a cosa mi porto nei ricordi più belli (e qualcosa me lo sono anche messo già in cantina in formato bottiglia. Gli Champagne Tarlant sono quasi sempre il battesimo degli assaggi, ed ogni volta una bella conferma. Sempre opulento, complesso, vino vero e pieno, multiforme, il Cuvee Louis, che non teme mai di mostrare il suo profilo maturo ed evolutivo. Ma migliore bevuta personale il Rosè Zero Brut Nature, (50 chardonnay, 44 Pinot Nero, 6 Meunier), con 6 anni di sosta sui lieviti, mischia sensazioni di roccia spaccata a note di frutti neri freschi, e un finale di arancia rossa, fresco e dinamico, che lo fa entrare di diritto nelle mie grazie.

Tra le bolle italiche non mancano le soddisfazioni, specie con Mario Gatta, il cui Rosè Era è qualcosa di sensazionale, con 11 anni di affinamento sui lieviti, sensazioni amalgamate di ribes, pasta di mandorla, pasticceria, agrume candito, incide ancora, vivo nell’acidità e nella bolla, finissima e cremosa. Costicchia, ma se avesse scritto sopra Champagne nessuno avrebbe problemi a staccare quella cifra per berlo.

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Sempre in gamba i ragazzi di Cà del Vent con le loro creazioni estrose. Su tutte il Sogno Pas Operé 2013, Blanc de Blanc fresco, dinamico, bel rincorrersi di carbonica e acidità, affetta la bocca e lascia dissetati e felici.

Immancabile un rifermentato in bottiglia, e che bottiglia. L’Anfora di Casa Belfi, venduto solo in magnum ad un prezzo golosissimo è quasi imperdibile, un frullato di frutti a polpa gialla, sapido, lungo, appagante nella sua bollicina, solleticante e fine, da bere dall’aperitivo fino alla fine del pasto.

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In Veneto sempre una sicurezza i vini di Filippi, su tutta la gamma. Davvero completo il Castelcerino Drio Casa 2015, che unisce sensazioni di frutta gialla matura a fiori freschi, richiami minerali, resine e agrume di mandarin cinese, evidente anche al palato, con chiusura piena di sale. (Peccato non essere riuscito a passare a recuperare un paio di bottiglie prima di scappare per tornare a casa).

In Umbria, le certezze sono tante e tra queste Carlo Tabarrini di Cantina Margò, che stavolta sfodera in anteprima il Tignamonte Trebbiano Riserva 2017, con parte di uve botritizzate, davvero saporito e articolato, sia nei profumi che nel sorso. Molto promettente anche il Sangiovese Riserva 2015, da seguire con attenzione, anche se adesso ha dei tannini fitti e vivi che spolpano la bocca.

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Realtà che di anno in anno sforna vini sempre più identitari e convincenti è Radoar, dalla Valle Isarco, con vigneti di oltre 30 anni posti sopra gli 800 mt di quota. Imperdibili i suoi Muller Thurgau, dal “base” 2016, cocktail di erbe fresche e agrumi gialli, alla selezione Etza 2016, dalla sola vigna cinquantenaria, con affinamento suddiviso tra botte grande e acciaio, e una frazione macerata con le bucce. Complessità ricercata e ottenuta, tra resine e fiori bianchi, agrumi ed erbe aromatiche, mantenendo un sorso netto e incisivo, fresco e scorrevole come si chiede a un vino di montagna, arioso e balsamico.

Sorprese e conferma dalla Sicilia. Marco De Bartoli non sbaglia un vino, ma quello che mi berrei sempre a secchiate è il Grappoli del Grillo 2016, un perfetto mix di agrumi gialli, erbe aromatiche, capperi e sale marino.

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Da Noto il Mortellito è un’ottima referenza da tenere a mente, specie col Bianco 2017 (grillo e catarratto), un vino fresco e succoso, che ricorda la salsedine, i frutti di mare freschi e una ventata di fiori bianchi. Era fianco a fianco con Lamoresca (Filippo Rizzo), dove non bisogna perdersi il Nerocapitano 2017, da uve frappato, concentrato di lampone e frutti scuri freschi, succoso e sapido, occupa la bocca con sapore vivo e bella dinamica, davvero un rosso goloso, che non mi negherei nemmeno in estate.

Sempre dalla Sicilia, sull’isola di Pantelleria, Abbazia

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Sangiorgio, abbaglia col sole dei suoi vini, in particolare il frutto dolce/salato del catarratto Lustro 2017, e poi un mazzo di fiori freschi del Cloé 2017, rosato di nerello mascalese (con una punta di zibibbo che ne amplifica la cifra floreale).

Tradizione e solidità nei vini di F.lli Barale, che è garanzia del Barolo tra i più eleganti con il Castellero 2014, che promette bella evoluzione, ora giocato di fruttini neri e sottobosco, con tannini fini e setosi. E anche il resto della gamma non delude, a partire dal Dolcetto 2017, vino quotidiano dal bel guizzo saporito e tannini incisivi.

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Un fuori programma (credo inserito all’ultimo tra i partecipanti, Klabjan con i suoi vini dalla Slovenia, in particolare da non perdersi le sue Malvazja, sia in versione base (Etichetta Bianca) che la Selezione (Etichetta Nera). Il primo spinge sull’acidità e uno slancio che lo fa volare su acidità e salinità, saporito e succoso, mentre la selezione è più ricca e articolata, medesimo scheletro ma maggiore carne attorno, e profumi che si arricchiscono di fiori gialli, miele, agrumi maturi ed erbe aromatiche. Da quando un amico me li ha fatti scoprire non posso che rimediare comprando e godendo questi vini.

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Per onesta intellettuale devo citare l’azienda che più mi ha convinto su tutti i vini presentati, confermando il cammino qualitativo assoluto intrapreso da diversi anni. E’ Musto Carmelitano, da Maschito (Basilicata), nel pieno delle terre del Vulture. Acquisto imperdibile il Maschitano Rosso 2015, solo acciaio, succo di frutti rossi e neri, spezie piccanti, pepe, fluisce pieno e saporito, schiocca al palato con freschezza e grande slancio, nonostante sembri di masticare frutta croccante. Ormai un must che ogni anno si riconferma grandissimo vino, il Serra del Prete 2015 (affinato 1 anno in cemento), ha tutto il frutto di ciliegia e visciola fresche accenti balsamici, mentolati, e sbuffi di spezie. Sorso di invidiabile golosità, tannino integrato, alcol mai fuori dai binari, sapore che corre vivo su guizzi di agrume scuro, finale lunghissimo e cangiante. Bellissima anche l’espressione del Pian del Moro 2013, più austero e scuro, e dal corpo importante, ma mantiene armonia e grande eleganza, tra note di radice, cacao e frutti scuri, profondo e serio con finale di roccia spaccata. Davvero una realtà che meriterebbe più blasone, ma finché è così poco conosciuto possiamo goderne a prezzi davvero popolari.

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Infine qualche bell’assaggio carpito al volo in sala stampa: tre sangiovesi di razza, con il Chianti Riserva 2006 di Casale, in fase evolutiva ma dritto e dinamico, fine nel tannino e vibrante nell’acidità. Bellissima espressione anche il Chianti Superiore 2011 di Giocoli, che mischia alla perfezione frutto e spezia e mantiene una bellissima dinamica anche in un’annata non proprio slanciata per la zona. E infine il Brunello di Montalcino 2013 di Colleoni è un vero leone, ruggisce di tannini ancora giovani (ma bellissimi), di frutto scuro e radici, succoso e potente ma con grande allungo. Da bere o da preservare per future emozioni assicurate.

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Il Rosato Caminante di Cantina Supersanum è ormai una sicurezza per questa giovane realtà pugliese che conferma quanto la tipologia rosato possa dare davvero grandi vini, specie nelle zone e nelle mani giuste. Stesso discorso si può fare per il rosato La Salita 2016 di Vini Rabasco, succo di ciliegia e lievi spezie, con scorze di agrumi.

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Da segnarsi anche i vini di Domaine Overnoy (distribuiti da

Arkè), Cotes du Jura sia in rosso che in bianco, in questo caso con lo Chardonnay 2016, tagliente come una lama, saporito di rocce antiche, di agrume e accenni ossidativi di tabacco biondo e fieno. Bellissimo sorso, e stesso destino per il rosso a base di uve trousseau. Produttore da tenere in forte considerazione.

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