Virus (L’amour fou)

Creato il 24 maggio 2011 da Marissa1331

C’erano i tuoi occhi.

Occhi grandi, occhi lucidi. Occhi limpidi da bambino che mi cercavano con timore tra una folla assassina e alienante. Occhi che quando mi trovavano non potevano fare a meno di risplendere e di riempirsi tutti.

Di me.

Occhi attoniti, spaventati che mi guardavano intensamente e che continuamente mi ponevano domande.

Difficili. Silenziose.

Occhi che trovavano dentro i miei quelle risposte che ancora non ero in grado di dare. Risposte che erano lì appena sotto la sciocca superficie dell’orgoglio e della codardia. Occhi che mi vedevano senza nemmeno bisogno di guardarmi. Occhi traboccanti. Occhi che si chiudevano. Poco prima. Di.

C’erano i tuoi sorrisi. Timidi. Abbozzati. Segreti. Trattenuti. Che sgorgavano via quando non guardavo. Anche se facevo finta.

Sorrisi fatti al buio, stanza piccola e spiovente illuminata dalla luna.

C’erano quelle labbra così morbide capaci di soffiare miele e di sputare fiele. Contemporaneamente. “Insulti d’amore”, ossimoro micidiale che mi lasciava a farfugliare scuse che non volevi nemmeno. Labbra che non mi permettevano di replicare mai perché mi si schiudevano addosso e mi promettevano di rimanere lì “fino a dopodomani”. E ci restavano senza lamentarsi. Volendo.

C’erano le tue mani. Quelle dita piccole che tracciavano il mio profilo. Che scioglievano con noncuranza quel nastro. Che vincevano resistenze farlocche. Intrecciavano quella ciocca le tue dita. Sempre la stessa. Quelle mani che non potevano smettere mai di tuffarsi nei miei capelli e riemergere sulla mia faccia. Mani che la carezzavano e la racchiudevano. E poi c’erano occhi e labbra. E oblio.

C’erano le parole. Cesellate. Sublimi. Racchiuse in uno scrigno infine forzato. Libere. Tu felice di poterle finalmente pronunciare a voce alta. Io incredula nell’ascoltarle. Nel metabolizzarle. Troppo lenta forse nel realizzare che fossero reali.

C’erano le tue domande. Implacabili. Perché piangi, perché ridi. Cosa faremo, dove andremo, forse ci siamo incontrati troppo tardi, ma non sei curiosa di vedere cosa c’è dietro la curva? Non vuoi sapere come finisce questo film? C’ero io che non rispondevo perché allora non le conoscevo le risposte o facevo finta di non volerle conoscere. C’ero io che ero così disperatamente felice e ancora oggi non so perché non te l’ho detto mai.

C’era la musica. C’era sempre tanta musica.

Musica silenziosa a volte. Musica spenta. I Beatles messi da parte, zittiti da una melodia più dolce, il rumore impercettibile che fa un sorriso al buio in un silenzio perfetto rotto da un respiro. Da due cuori che accordano il proprio battito e che diventano uno.

Palpito all’unisono e sospiri e lacrime che vengono giù e non lo sapevo proprio il perché.

C’erano i nostri corpi. Corpi che si toccavano. Per uno studiato sbaglio. Corpi che si calamitavano e che si univano. E si contagiavano. Vicendevolmente. C’era quel veleno dal gusto dolce e irresistibile che mi iniettavi ogni giorno. Veleno fatto di occhi che guardano, labbra che sussurrano, mani che sfiorano, parole che non si dimenticano, versi scritti, che indelebili rimangono.

C’eri tu che hai preso la mia anima ferita, anelante e spoglia. E l’hai ripulita e curata e agghindata. L’hai fatta riemergere radiosa e pura. Mi hai disintossicato da lui, sì.

Intossicandomi di te.

Mi hai fatto ammalare di quella malattia infettiva e mortale, che rende fragili e sciocchi. Immensamente felici e incommensurabilmente tristi allo stesso tempo.

Ed io febbricitante e impazzita, non ero mai stata più malata. Né più felice. Non più di così.

Poi non c’è stato più nulla. Non è rimasto più niente. E’ calata densa e implacabile la mannaia dell’oscurità, che mi ha travolta e presa e intagliata fino a farmi sanguinare del succo denso e vitale dell’umiliazione, della rabbia, del pentimento.

Occhi spenti. Labbra mute. Mani fredde. Parole atroci.

Solo la musica c’è rimasta, quella sì. Ma stavolta la tengo accesa ed urla forte. Perché il rumore assordante forse affogherà il mio cuore, prosciugherà il veleno, cicatrizzerà la piaga.

Curerà forse.

Quest’anima mia, tremante e nuda, ancora tremendamente infettata di te.

(grazie a coloro che hanno deciso che queste parole meritano di essere pubblicate. Grazie a chi me le ha ispirate in una fredda sera di Novembre. E grazie a me che ho trovato il coraggio di scriverle. E a B. che la ha corrette e le ha trovate bellissime.

E grazie a te, perché esisti e qualsiasi cosa accada, penso a te, che sei mio amico, e mi torna sempre il sorriso.)




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