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VISIGOTH – Conqueror’s Oath

Creato il 05 marzo 2018 da Cicciorusso

VISIGOTH – Conqueror’s Oath
Il debutto dei Visigoth, The Revenant King, uscito un paio d’anni fa, fece un discreto scalpore negli ambienti di ascoltatori di metallo vecchia scuola. Il terreno era del resto abbastanza fertile: sin dai tempi dei 3 Inches of Blood e del ritorno in voga delle frangettone e delle scarpe a caviglia alta, il vuoto pneumatico di questi ultimi quindici anni aveva causato un ritorno parossistico e piuttosto grottesco ad un immaginario ottantiano ormai lontanissimo dalle nuove generazioni, e quindi ripreso in maniera fumettosa. È lo stesso humus che ha prodotto la nascita del neo-thrash, con i Municipal Waste e tutta quella roba là che non sto ad enumerare perché tanto voi la conoscete e io, tendenzialmente, non l’ascolto. Detto questo, i Visigoth da Salt Lake City fanno parte della generazione successiva a quella appena descritta, una generazione che ha quindi assimilato un certo modo di approcciarsi al passato e di ricalcarlo in modo filologicamente accurato ma, in un certo senso, non riuscendo mai ad evitare di sembrare sempre, inevitabilmente, figlia della propria epoca. The Revenant King, dunque, era un disco epic metal o giù di lì, per nulla grottesco o da fighetti com’erano le band di qualche anno prima, con le maglie dei Maiden aderenti e trattate in modo tale da sembrare chissà quanto vetuste. Al contrario, The Revenant King era invece un disco serio, o quantomeno che si prendeva estremamente sul serio. Niente autoironia, niente cazzeggio revivalista, semplicemente heavy metal come sarebbe dovuto essere. A me il disco non piacque particolarmente, perché lo trovai un po’ moscio e inconcludente, ma l’intento era ammirabile, quantomeno. Tipo degli Hammerfall degli anni ’10, ovviamente molto peggiori, ma capisco che di questi tempi ci si debba accontentare. 

Il secondo disco si chiama Conqueror’s Oath, ed è a mio parere molto meglio del debutto. Ai primi ascolti mi sembrava addirittura spettacolare, poi mi sono intiepidito un pochino ma siamo sempre su livelli decisamente alti. Rispetto a The Revenant King mi pare ci sia tutt’altro tiro, tutt’altra pompa e tutt’altra cazzimma; merito di una produzione senza dubbio più potente ma soprattutto di un songwriting più incisivo, con ogni pezzo che si regge sulle proprie gambe e fila dritto come un treno. Rispetto al precedente è anche meno epic metal, qualsiasi cosa ciò possa voler dire, perché è troppo quadrato e brillante per far vibrare quelle corde che ti fanno saltare alla mente la sudetta definizione. Da questo punto di vista fanno eccezione alcune canzoni, prima fra tutte Traitor’s Gate, di sicuro la migliore del disco, una vera bomba di epicità e minacce di morte ai nemici del vero metal che anche da sola varrebbe il prezzo del biglietto. Ma in realtà il disco non ha particolari cali di tensione: sono molto belle anche l’apertura Steel and Silver, il singolo Warrior Queen, il climax vagamente manowariano della titletrack, la veloce Blades in the Night in cui sembra di risentire i Pretty Maids, e così via. C’è spazio anche per l’autocelebrativa Salt City, atto d’amore verso la propria città beneath the mountain thrones.

Non sarà il disco dell’anno come quello dei Lunar Shadow dell’anno scorso, e non sarà neanche un gruppo di caratura concettualmente superiore come gli Atlantean Kodex – nonostante, ripeto, ai tempi del debutto molti ne parlarono in questi termini – ma visti i livelli qualitativi di quest’epoca storica è ampiamente probabile che Conqueror’s Oath finisca nella mia playlist di fine anno. Fatevi un favore e ascoltate quantomeno Traitor’s Gate. (barg)


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