V.S.Gaudio ░ La Stimmung con Marguerite Duras per Nadia Campana

Creato il 11 ottobre 2014 da Vsgaudio @vuessegaudio

LE SCARPE DI NADIELLALa Stimmung con Marguerite DurasEmily L.

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Le scarpe che avevi quelle che avevi sempre portatoa poco a poco si trovavano sempre meno in commercio anzi quando non le trovasti più del tutto le pitturastima una venne su con un colore diverso e ti disse, Silvia,al “Burghy”, o al “McDonald’s”, se c’era allora a Bologna:“Che cos’hai fatto alle scarpe?Hanno un colore diverso”e mi parve che il cielo fosse perfettonon potendo avere questa terraadesso che non si trovano più del tuttoche  le tue scarpe non erano state fattea Southampton, come quelle di Emily L.e adesso queste benedette scarpedove andremo a comprarlese c’è l’ampiezza di casa – the Latitude of Home –che renderà infinita la notte e la piazzagremita di cherubini e serafininon silenziosi invitati questi sponsaliun paradiso li ospitavaper il comizio di Ingraonon si può vedere se è l’altra spondache accoglie il tramontoil riflesso rosso non entra nella sala del caffèné trascorre sui muri, sullo specchiosu quelle persone, sulle loro forme immobilinon si può sapere se il tramonto possa entrare nella piazzaanche se in qualche modo entranei tuoi occhi ridentila piazza è tornata vuota, tranne due ragazziniin bicicletta che sono sbucati da via D’Azegliouna parte del cielo si è fatta plumbeail cielo al disopra del Renocon un temporale dentro, molto in altoe lento, prima che si fermassea quell’ora quando la luce aveva persoil suo fulgore, e non si separavanettamente dall’ombrané abbiamo parlato della lucedell’altopiano
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questi amanti incorporei s’incontravanocol cielo nello sguardoA Heaven of Heavens – The Privilegeof one another’s Eyes –l’anima è per se stessaun amico imperiale –o la spia più temibileche possa un nemico inviare –come la sera che arrivainevitabile, lenta, a strati successividietro le file dei lampioni, lungo le strade di Le Havre sull’altra rivae qui, come a Quillebeufquella luce del cielonon era il chiarore della notteil fiume trascorreva nelle acque del marema qui non sai nemmeno dove siao che è diventato nero il fiumee non puoi sapere se le sue acquesiano calme, né puoi di certo direche le grandi corde liquide dell’ondatese da una riva all’altrane vietino l’accesso al mare3
per di più, le scarpe, il modello, con cui andasti a Milano, quelle erano state il massimoper di più, ricordavano moltoil solito modello che ti piaceva tanto“Ti manderò le stringhe delle mie scarpe”come se avessi detto“I’ll send the feather from my Hat!”“Ti manderò la piuma del mio cappello!”[1]così come aveva detto Emily Dickinsonall’inizio della 687 che non hai tradotto
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di notte – di là ampiezze auroralia un tratto si sarebbero aperteagli uomini in piazzaè questo – avrebbe detto Ingrao –and Witchcraft –la natura riserva allo iodio un grado specialema qui non ci sono alberisolo qualche piccolo pero sparutoagli angoli dei campi appena fuori le murasui battelli delle Cicladi indonesianee dell’arcipelago di Natuna, sugli yacht,le giunche, e anche sulle navi di lineadi notte c’era molta gente sveglial’equatore era vicinoe su quelle navi si festeggiava sempreil momento del passaggio
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ma dove si sarebbe potuto farle farecol colore giusto, queste benedette scarpe?Dove mettersi ad aspettarle per tutto un anno, il tempo che occorreva per farle e il tempoche occorreva perché la vernice si asciugasse?del resto le scarpe nuovequelle che portavi a Milanoin primavera con quella luceche adesso non si trova più del tuttoprima che un senso di perditaopprimesse la nostra gioiae l’aria dall’aria fu toltae divisa fu la lucee forzata fu la fiammae forse nell’intimo dell’animale scarpe che hanno l’arte di allietarel’anima con quel senso vasto di finitoerano quelle del modelloche porta la figura di Bellmerche io già conoscevo per “L’Histoire de l’Oeil” di Bataillema che avrei riconosciuto dopo lustriin Valérie Andesmasche, per attraversare la piazza come fa lei[2], in quel meriggio d’estate non può cheavere le scarpe che avevi tu, in primavera,in quella precisa contingenzain cui non moderavi nientené precipitazione né lentezzalasciavi tutto allo stato di apparizione,o quelle che voleva Emily L.quelle che aveva sempre portatoe che a poco a poco le avevatrovate sempre meno in commercio
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“Con queste scarpe”, rispondesti a Silvia“giungo puntuale alla città”anche perché i tuoi piedinon erano come quelli di Emily L.che col tempo erano diventati delicatie doveva mettere dei sandaletti da bambinaperché le scarpe nuove, adesso che la dittadi Southampton era fallita, e non si potevaaspettare che le facessero su misurain qualche altro posto[3],le avrebbero ferito i piediprendendo strade diverse per andare a Quillebeufanche se poi, alla fine, si faceva sempreuna sola strada, quella che passava per Pont-Audemerattraverso le piazze di questa cittàgirando a sinistra verso occidenteinvece di prendere drittosu per la strada che taglia l’altopiano
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accanto a quel maggiosapevi che ce n’era un altrodi maggio per camminarci tranquillasenza inveire, contro la gente, il fiume, il cielouna sera di maggio in una piazzadove parla Ingrao non è come camminarenei boschi,non è all’uscita dalla forestaun gran pianoro sferzato dal ventospoglio, un prato sterile, brullo, sconfinatodel resto quelle scarpe che avevile avevi da dieci anni, si erano consumatee giacché non le avevi trovate in commerciole avevi riverniciateper di più ricordavano molto il solito modelloche ti piaceva tantoe che – mi avevi detto più tardi –“erano state fatte a Southampton e la dittadi Southampton – quando Ingrao parlavain piazza – era fallita. Questa era la situazione”.“Adesso – aggiungesti – potrei farle faresu misura in qualche altro posto, d’accordo,ma dove aspettarle, queste benedette scarpe?Dove mettermi ad aspettarle per tuttoun anno, il tempo che occorre per poterle fare?”
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Fu allora che,non avendo il cappello con le piumedella 687 di Emily Dickinson che anni doponon avresti tradotto,ti togliesti le scarpee, dicendo “Un cuore troppo gravatospesso si muove a stento”, traducestiquattro anni prima senza saperlola 688 di Emily L.[4]
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quattro anni dopo, Emily L. era ancora giovaneanche lei aveva uno sguardo grigio molto largomolto profondo, abbronzata dal sole, con un vestito estivo bianco e bluguardava il libro senza capireche era stato suo padre a pubblicarediciannove poesie, senza quelladell’angolo di lucedei pomeriggi d’invernoche, come disse Ingrao, in piazza a maggioha il sole di un giallo iodato, sanguignoe i suoi raggi sono come spade celestiche trafiggono il cuore senza lasciare cicatricisenza lasciare alcuna tracciatranne quella di una differenzainterna nel cuore dei significati
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quattro anni dopo gli aveva scritto una lettera:“Ho dimenticato il colore delle scarpe.Lo sapevo. Ma l’ho dimenticato, e ora ti parlonell’oblio di quel momento.Contrariamente a tutte le apparenze,non sono come Silvia che ti tocca il ginocchiosotto il tavolo, né ricordo se la sequenzafu interrotta per parlare delle scarpené se ritrovando il posto, le parole,potrei ricordare il modello delle scarpeper conservare dentro di sé lo spaziodi un’attesa, non si sa mai, l’attesa di un amore, di un amore forse ancora senza oggetto, è beneche le scarpe non abbiano un colore diversol’una dall’altrané che le scarpe diventino, in quell’attesa,l’aspetto esteriore di una vita, quello che io non vedo mai ma che Silvia videposando la mano sul tuo ginocchioin quello stato di sconosciuto da me qualetu diventasti fino alla mia morte.Non rispondermi mai, non conservarela speranza di vedermi con quelle scarpe, il modello di Southampton, o quello di Bellmer.L’amore è terribile, perché la sua storiala conosci quando sarà finita, anche quandonon è mai cominciata,e il suo sentimento lo cogli dal di fuoriquando non saprai più niente”.
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le scarpe con cui andasti a Milanoquelle con le stringhe che arrivavano sempre primanon necessariamente alla svelta,in fretta e furiama secondo il ritmo di chi le portavail ritmo del momento che si attraversapersonalmente, in quella precisa contingenzaquella primavera in cui non avevi tolto nienteal tuo ritmo né niente avevi moderatoné precipitazione né lentezzalasciando tutto allo stato di apparizione
la città, l’avevi sempre ritrovata con piacerecome se Bologna fosse per te il maree le scarpe riverniciate avessero il saporedella vernice della barca appena percettibilequella sospensione del rumore, della luceuna pausa nel viavai delle automobilicome se le traversate fossero più rare, la serae la frequenza dei traghetti diversain quel caffè che a Milano non è mai sulla piazzacome a Quillebeuf o a Bolognatutti quelli che vedemmo li dimenticammonon solo nei bar, o sugli autobusnon si è mai lontani dall’altopianodopo una fitta macchia di arbustinon arrivi nel vuotodi quello che potremmo chiamarela fabbrica tedesca, immensa, sventrata, con i vetri distruttila sera, Milano non è neppure percorsadal sibilo del ventoné la Senna è qui, subito dopo la fabbricac’era un punto nel quale ritornammo spessocome se guardando le luci di Le Havree parlando di quella gente del Convegnoun’ultima petroliera ci passasse davantii ponti illuminati in piena nottee in quel punto in cui ritornammo spesso
tu con le scarpe del modello di Bellmerdopo aver camminato a lungosui sentieri della giovane Emily L.fosse autunno e faceva bel tempo a Milano
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di notte – c’era molta gente svegliasui battelli, sugli yacht, le giunche,e anche sulle navi di linea, l’equatore era solo a 45°28’ma per festeggiare sempreil momento del passaggio al paralleloritornavamo spesso in quel puntocon le scarpe con cui andasti a Milano[5]quelle con le stringhe nella notte immobilein cui il fiume trascorreva nelle acque del mareche era a Bologna e che, non c’era dubbio,non ci eravamo sbagliati, era ancora giornoquella luce nel cielo non era il chiarore della notteera aprile a Milanonella sua precisa contingenza,in cui non bisogna moderare niente,né precipitazione né lentezza –tutto è lasciato allo stato di apparizione
( 21, 22 e 23 settembre 2004)


[1] Anche se sul finir del secolo (XX), Alessandro Dell’Acqua mise in commercio per 765.000 lire un paio di scarpe in pelle e piume attorno al cinturino…Ma, ne sono certo, N. avrebbe scelto il modello di Alessandro Zanolli design, che aveva, sempre sul tacco altissimo, il cinturino a gambaletto a due fasce, che si allacciava dietro in 16-18 occhielli. O forse una scarpa Cacharel, con tacchi 5 pollici, che, laddove sta il tirante nello stivaletto o nella polacchina, c’era un gancio che tendeva una cinturina-fascia caviglia, larga almeno 7 centimetri. Ma questi modelli di scarpa decolleté avrebbe potuto usarli a maggio a Bologna, nella primavera piena di un “comizio rosso” ormai a crepuscolo avanzato.[2] «“E il giorno dopo, mentre stavo alla finestra […], e guardavo la piazza, era vicino mezzogiorno,ecco che ho visto Valérie. […] Valérie è sbucata sulla piazza. […] Dunque ha attraversato la piazza come le dicevo. Due uomini, l’hanno vista dopo di me, si sono fermati per guardarla camminare. Lei camminava, la piazza è grande, camminava, l’attraversava, l’attraversava. Senza fine, ha camminato la sua bambina, signor Andesmas”. Il signor Andesmas rialzò la testa e contemplò insieme alla donna il passaggio di Valérie, un anno prma quando ancora ignorava lo splendore della sua andatura, nella luce della piazza del paese»: Marguerite Duras, Il pomeriggio del signor Andesmas [1962], trad. it. Einaudi, Torino 1997: pagg. 43-44.Per «L’aria [che] esplose nella voragine di luce» (ibidem), cfr. la “claritate” con cui, pur non essendo bionda come Valérie, Nadiella faceva tremare l’âre, in: V.S. Gaudio, La Stimmung con Emily Dickinson, In memoria di Nadiella Campana, © 2004: leggila in la stanza di nightingale, dove è apparsa nel gennaio del 2010.[3] Avrebbe potuto farsele fare dalla Usine de Chaussures G. Houcke di Excideuil, il luogo in cui nacque il grande medico della sifilide e della “morte apparente” Jules Parrot. All’usine di G. Houcke avrebbe potuto rivolgersi anche Emily L. per les pieds sensibles o, sempre ad Excideuil, in Dordogne, alle Chaussures Cathy, altro spécialiste pieds sensibles, in rue Jean-Jaurès. A Excideuil andò probabilmente anche la Nancy di Ezra Pound:“Nancywhere art thou?Whither go all the vair and the cisclatonsand the wave pattern runs in the stoneon the high parapet (Excideuil)”: E.P., Pisan Cantos, LXXX.[4] La 688 di Emily Dickinson è questa:Speech” – is a prank of ParliamentTears” – a trick of the nerveBut the Heart with the heaviest freight on – Does’nt – always – move – Con questa traduzione apparve in Emily Dickinson, Le stanze d’alabastro, a cura di Nadia Campana, Feltrinelli, Milano 1983:“Discorsi”: una trovata dei parlamenti.“Lacrime”: espediente dei nervi.Ma un cuore troppo gravatoSpesso si muove a stento.[5] Il modello che ho chiamato “Bellmer”, ma che potrebbe essere ridenominato “Bellmer-Bataille” o “Bellmer-Oeil”, era anche in una foto di Helmut Newton, in cui la figura, che porta questo stivaletto, è inginocchiata accanto al letto e uno specchio-oblò fa pensare al momento del passaggio all’equatore o, meglio, al parallelo di Milano, 45°28’ a nord dell’equatore, che è l’angolo giusto della piramide visiva, alla base degli impatti estetici di Resnik (cfr. Salomon Resnik, Sul fantastico, 2. Impatti estetici, Bollati Boringhieri, Torino 1996: nota 9 a pag. 16; cfr. anche V.S. Gaudio, Body Page. L’assolutezza anonima del paradigma sentimentale, © 2002).Questo modello, se proprio vogliamo essere più precisi, fa tanto Toulouse-Lautrec: è il modello che porta la Goulue in “Moulin Rouge” (1890, Philadelphia Museum of Art). Insomma, il modello Quadrille o Belle époque, stesso colore degli stivaletti del dipinto, in cui scrisse Giorgio Caproni, c’è «la summa di tutto quel suo [di Toulouse-Lautrec] saper cogliere, nella donna in particolar modo, sull’intera gamma delle sue seduzioni, non tanto il fiore della bellezza in senso classico o idealizzante, bensì il fiore più segreto della sua interna e primigenia vitalità, popolaresca e quasi animalesca nella danzatrice del Moulin Rouge […], brillante e pungentissima nell’infiocchettata e profumata “pariginità” di Marcelle Lender [la Goulue] che, dal fondo quasi vespertino del quadro, lancia in faccia allo spettatore, come un grosso garofano di fuoco, la scampanata  e la sventagliata vampa della sottogonna spalancata dalla giravolta del bolero» (G. Caproni, Una “Recherche” all’indicativo presente, in Toulouse-Lautrec, Rizzoli / Skira, Milano 2003).

Le scarpe di Nadiella V.S.Gaudio,La Stimmung conMarguerite Duras, Emily L. in "Lunarionuovo" nuova serie n.9, aprile 2005



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