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Vu cumprà e Optì Pobà - Alfano e Tavecchio: l'osteria al governo (di Francesco Merlo)

Creato il 17 agosto 2014 da Tafanus

(di Francesco Merlo)

Alfano-tavecchio

...io non sono razzista però...

Si somigliano , parlano la stessa lingua l’Angelino Alfano ministro degli Interni che dice “gli italiani sono stanchi di essere insolentiti da orde di vu cumprà” e il Carlo Tavecchio, da ieri presidente della Figc, che irrise i giocatori di colore definendoli “mangiabanane” e “Optì Pobà” . E si capisce subito che c’è più di una parentela di linguaggio, c’è una complicità tribale tra l’espressione ‘vu cumprà’ e il più fresco neologismo ‘Optì Pobà’. Insomma Alfano, usando ‘vu cumprà’ illumina, per assonanza e rima, il dileggio di Tavecchio, accresce la sapienza forse inconsapevole del suo Optì Pobà, al di là della storpiatura ingiuriosa ma stupida del nome vero, Pogba, campione juventino nato a Parigi, dove le banane sono ostriche e champagne.
Ma Tavecchio e Alfano sono anche due scarti democristiani con lo stesso codice politico, esibiscono entrambi il peggio del vecchio e il peggio del nuovo: il famigerato Mogi e il pittoresco Lotito sono i padrini di Tavecchio, e Berlusconi e Schifani sono i maestri di Alfano. Certo, il loro razzismo non è quello novecentesco, l’eugenetica, il segregazionismo, la purezza ariana, Lombroso e De Gobineau, ma è lo spasmo delle curve sud, quella del calcio e quella della politica.
Dunque nell’Optì Pobà c’è più del ‘buuh’ al nero che è diventato il linguaggio degli ultrà. C’è anche il presidentismo esagerato dei mostri che via via ci consegna il calcio italiano, Preziosi, Spinelli, Cellino, Lotito, De Laurentis, Galliani, Ferrero, Matarrese (ieri ricomparso), Cragnotti, Tanzi , Zamparini, Gaucci, … , c’è la sottocultura perdente del pallone: la pantomima negli spogliatoi nel giorno dell’eliminazione dai mondiali, la fuga di Prandelli-Schettino, i capricci lamentosi o arroganti di Balotelli, tutti quei piercing e tatuaggi che Messi non ha e che i tedeschi non hanno, e la spazzatura sentimental-sessuale che riempie i giornali di gossip, mogli e fidanzate come protagoniste di tutti i più importanti eventi , roba da far arrossire Victoria Beckam e le wags, donne che si fanno fotografare col pitone, triangoli, corna esposte sui balconi del twitter. L’Italia delle sartine che, come raccontava Liala, una volta fremeva per gli eroi dell’aviazione è diventata l’Italia delle sporcaccione che tampinano sino dentro gli spogliatoi i calciatori ricchi e perdenti, il più sobrio dei quali è un giocatore d’azzardo. Davvero questo calcio meritava un gentiluomo alla guida della Figc? E quanti Boniperti, Facchetti e Rivera ci sono ancora in giro? C’è un Platini italiano?
Ma forse più colpevole è Alfano che solletica il disagio reale di un’Italia frastornata dai barconi della disperazione, perché è vero che sulle spiagge c’è un brontolio di pancia che è il prezzo del nostro ritardo multietnico e che già ci è costato il delirio creativo e razzista della lega al governo: dal permesso di soggiorno a punti al reato di clandestinità, dall’anagrafe dei barboni alla banca del dna e alle ronde. Alfano nasconde questo razzismo ruspante dietro la lotta alla contraffazione “cancro dell’economia” di cui ha diffuso ieri i dati allarmanti insieme alla direttiva ai prefetti e ai questori di cacciare nelle prossime 48 i vu cumprà e “restuire la serenità agli italiani in ferie”.
Ecco: l’espressione vu cumprà lo svela. Non perché è politicamente scorretta ma perché al contario è pavida; non per ciò che esprime ma per ciò che nasconde. Si capisce infatti che Alfano non ha il coraggio e neppure la forza di prendere su di sé l’eredità leghista e di unirisi alla campagna del ‘Giornale’ che martella sugli immigrati “che ci rubano il lavoro”. Ieri il titolone era “Paghiamo per farci invadere”, e l’ altro ieri “Basta immigrati, la festa è finita”. E ancora: “Il Paese non ce la fa più. Chiudiamo le frontiere”. Domenica ha scritto Vittorio Feltri e ieri Magdi Allam. L’isteria non è quella della contraffazione ma quella dell’ordine e della spazzatura umana che ingombra le strade, le spiagge e i semafori. Ecco la frase completa del ministro degli Interni: “Gli italiani sono stanchi di essere insolentiti da orde di vu cumpra’, dobbiamo radere al suolo la contraffazione”.
Dunque ballano la stessa musica Tavecchio e Alfano e, come gli eroi di Lucio Dalla, si scambiano la pelle: le loro due importantissime poltrone diventano presidi da osteria come classe di governo. E confermano persino l’unità d’Italia perché il trafficone brutto sporco e cattivo, il settantunenne ‘picciotto’ Tavecchio è padano di Ponte Lambro, mentre l’ impomatato quarantenne ‘brubru’ e ‘bauscia’ Alfano è meridionale di Agrigento. Una volta erano i sottoproletari del Sud più eccessivi a parlare come Tavecchio, erano i Massimino presi in giro da Frassica. Ecco invece come si esprime il neopresidente brianzolo: “Mi sento un maiale che va al macello ogni volta che entro allo stadio tra quei tornelli”.
Tavecchio, per paradosso del populismo italiano, è riuscito a diventare presidente della Federazione come alfiere dei quartieri bassi, dei poveri contro i ricchi, dai dilettanti sino alla serie B. Nel mondo torbido del nostro calcio, Milan e Inter lo hanno appoggiato e Juve, Roma e Fiorentina lo hanno avversato, ma il presidente della Lega Pro Mario Macalli ha potuto dire: “Io sto con Tavecchio contro Agnelli. Quando vado a lavorare pago le tasse, Agnelli e la sua famiglia hanno spolpato l’Italia. Io ho gli imprenditori, loro sono prenditori che hanno bloccato il calcio italiano”. Solo in Italia un uomo come Tavecchio, con le sue cinque condanne, poteva riuscire a spacciarsi per eroe della lotta di classe, e solo in Italia il ministro degli Interni Alfano poteva, cercando la destra d’Europa, trovare il manganello della nostra peggiore tradizione.
Ieri, per ribadirsi ‘diversamente berlusconiano’, prima Alfano ha aggredito - legittimamante - l’articolo 18, ma poi ha intuito che poteva non bastare. Teme che anche la sinistra di Renzi lo voglia smontare (o svuotare?), alla spagnola, come ci ha raccontato ieri Federico Fubini nel suo reportage da Barcellona. E dunque, ansimando come Tavecchio, ha cercato in se stesso qualcosa di destra, ancora più di destra, e ha usato la solita lingua di legno contro i vu cumprà.
Rimane da dire che Alfano è – speriamo – un fuori luogo della politica. Il calcio miliardario invece, sopravvissuto alla corruzione e alle sconfitte, alle partite truccate e agli scudetti rubati, ha eletto l’erede legittimo dei Carraro e degli Abete, e di tutto lo zoo della Prima Repubblica, il garante delle società complici degli ultrà, un mondo dove tutti sono coautori delle gaffes razziste contro i neri e contro le calciatrici: Optì Pobà e “spogliati e gioca!” sono le password sottoculturali a garanzia di interessi economici enormi e inconfessabili. Tavecchio è stato eletto proprio perché sembra Oronzo Canà, l’allenatore macchietta di Lino Banfi, e ha la sintassi sgangherata alla Biscardi. E’ la maschera sincera che si identifica perfettamente nella parte. E’ la verità del calcio italiano , la sua autobiografia.

Francesco Merlo

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