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WALTER LAZZARO Controluce mediterraneo: Lazzaro by Corsi – Gallerie d’arte Milano, di Luca Pietro Nicoletti

Creato il 15 febbraio 2013 da Milanoartexpo @MilanoArteExpo
Milano Arte - Walter Lazzaro, Ostia,1952,olio su cartone,cm 30,4x39,3

Walter Lazzaro, Ostia,1952,olio su cartone,cm 30,4×39,3

Walter Lazzaro – Galleria Lazzaro by Corsi. L’Archivio Galleria Lazzaro by Corsi di Milano (MAPPA) inaugura giovedì 21 febbraio ore 18 la mostra Controluce mediterraneo di Walter Lazzaro che dà inizio al ciclo espositivo che celebra il centenario della nascita del Maestro. L’esposizione proseguirà fino al 27 marzo 2013. Ufficio Stampa: Wanna Allievi Comunicazione. Luca Pietro Nicoletti per MAE Milano Arte ExpoRilettura di Walter Lazzaro - Si è scritto molto, in passato, sulla luce dei quadri di Walter Lazzaro, sulla solitudine delle sue spiagge spoglie, prive di presenze umane ma evocative di una poesia del silenzio per la quale si è usata spesso (non sempre appropriatamente) la parola “metafisica”. Come spesso accade nella critica, il motivo iconografico ha avuto la meglio sullo specifico della pittura, aprendo la strada a una scrittura di afflato lirico che ha perso di vista una prospettiva di lungo periodo e ha rinunciato a una comprensione storica del “caso” Lazzaro. >> 

Non ci si è chiesto, insomma, in che punto della storia la sua produzione andasse a collocarsi, e in quale rapporto dialettico: l’idillio delle barche abbandonate, aggredite dalla luce radente che ne tornisce lo scafo con accentuato risalto plastico, è stato più volte un pretesto di ispirazione letteraria piuttosto che di riflessione critica.

Quella che si è persa di vista, in tal modo, è la complessità di un percorso avulso dagli sviluppi artistici del secondo Novecento, ma con una problematica più articolata rispetto alla vulgata che vuole Lazzaro pittore di spiagge deserte e assolate costellate di solide e inanimate presenze figurative: per quanto queste siano preponderanti nella sua produzione, non ne sono il tema esclusivo. Ma soprattutto, quei soggetti e quel modo di concepire il quadro sono l’approdo di uno sviluppo più ampio e non mancano, inoltre, implicazioni psicologiche ed esistenziali. Il pittore che si presenta a diciotto anni in una mostra personale a Villa Torlonia a Roma, infatti, è ben lontano dallo stereotipo con cui oggi lo identifichiamo.

Barche (a Bocca di Magra),1952,olio su tela,cm 60x70

Barche (a Bocca di Magra),1952,olio su tela,cm 60×70

 

Le radici della sua ricerca, infatti, sono saldamente piantate nella pittura del secondo Ottocento grazie alla lezione di suo padre, anch’egli pittore. Il suo avvio, dunque, predilige la pittura di paesaggio, le vedute delle rovine di Roma antica come soggetto di genere che si alterna a scorci della campagna romana. Il Bosco sacro del 1936, per esempio, è una piccola tavola lunga e stretta dipinta dal vero con tocchi rapidi e un taglio compositivo insolito, che lascia sul bordo superiore i veri protagonisti della scena, ossia gli alberi e i cespugli della macchia mediterranea. È una pratica, questa, tipica dei pittori del XIX secolo: andare direttamente sul campo e dipingere la natura in presa diretta, per poi mediare in un secondo tempo quello spunto dal vero in più posate composizioni, fatte di macchia e di velatura, come Una via di Castelgandolfo del 1934: la distinzione fra studio e dipinto finito, insomma, è abbastanza visibile, anche se il piccolo quadro dal vero aspira già a essere un’opera compiuta che appaga la sensibilità moderna verso il non finito. Su questo, senza dubbio, la lezione del padre, anch’egli pittore, aveva fatto scuola: una scuola di toni e di pittura di tocco, fatta di impasti densi ma non per appagamento di effetto materico, quanto per dare corpo agli effetti di tono, di luce e alle cromie soffuse della campagna. Lo stile, appunto, è ottocentesco: quello stile su cui si è costruita l’immagine dell’Italia, dopo l’unità nazionale, come paese assolato e romanticamente popolato dalle vestigia dell’antichità e cresciuto nel mito del Rinascimento. E Lazzaro incarna questo mito persino calcando le scene, quando gli viene chiesto di interpretare il ruolo di Raffaello in un film dedicato al maestro di Urbino.

Già da allora, oltre a dipingere disegna molto, come bene ha mostrato il bel volume curato da Wanna Allievi e introdotto da Felice Bonalumi: se la tela è consacrata al paesaggio, ad eccezione di un ridotto ma straordinario gruppo di ritratti, la carta lascia ampio spazio alla figura. È qui, dai nudi d’accademia ai disegni realizzati per puro cimento con il tema del corpo, che si manifesta quel pronunciato senso plastico che emergerà nel secondo dopoguerra. Pur nella cura anatomica, già in questa fase per Lazzaro sembra contare più il volume in sé che il dettaglio: si potrebbe dire che il suo è un disegno sintetico in senso “italiano” più che analitico in senso “fiammingo”.

Ma c’è una cesura forte, nel percorso di questo artista, in cui gli accadimenti biografici hanno una ricaduta determinante anche sulla produzione artistica: durante la guerra, al fronte, Lazzaro fa l’esperienza del campo di concentramento a Biala Podlaska, in Polonia. Durante quel periodo (1943-1944), un po’ per sopravvivenza, un po’ come diario emotivo, realizza una serie di disegni e di piccoli oli con momenti di vita di detenzione ma, soprattutto, volti e ritratti. Ma anche di fronte al dolore più acuto e all’esperienza più sconvolgente, Lazzaro non concede spazio a toni narrativi esagitati: al contrario, quella sofferenza si cristallizza in forme ancora più nitide, come se nella linea pura si trovasse quella certezza necessaria a placare le proprie inquietudini, come si vedrà, poco dopo, negli intensi autoritratti in abito da monaco camaldolese.

Da questo momento in poi, però, la figura scompare quasi completamente dalla pittura di Lazzaro, come se l’uomo, dopo tante efferatezze, non fosse più degno di entrare nel novero dei temi della pittura. Cala il silenzio, il cui riverbero si percepisce anche dai titoli stessi della opere, come la Siesta, in cui una barca reclinata sul fianco (uno dei motivi tipici cui si associa abitualmente l’icona di Lazzaro pittore) si staglia su un cielo limpido e trascolorante: in un’aria rarefatta, è la luce che tornisce i volumi e dichiara quella esatta e sintetica definizione delle cose. Oppure i capanni balneari, come nella Leggenda del silenzio, solitaria presenza che allude a una possibile presenza umana, o a un segno del suo passaggio: ma se la barca è un elemento provvisorio, pronta a riprendere il mare per andare in altri luoghi, il capanno, più ancora delle tende e delle sdraio, rimane un elemento immobile, talvolta quasi soltanto una macchia di colore. Su queste opere, più che su altre, la fantasia degli interpreti si è sbizzarrita, concedendo molto all’ispirazione lirica. Era quasi giocoforza, tuttavia, quel tipo di lettura di fronte a un’opera versata a sollecitare le solitudini più assolate e malinconiche. Ma questi quadri, non va mai dimenticato, vengono dopo la guerra, e sono come la ricerca di un luogo dello spirito: talvolta compaiono luoghi reali, come Camogli o, soprattutto, l’amatissima Versilia, ma la connotazione territoriale del paesaggio è poco significativa, anzi molto meno significativa rispetto alla caratterizzazione della campagna romana, o dei “silenzi” del Lungotevere. I cieli e le luci del Mediterraneo, in fondo, sono interiorizzati dall’artista e non hanno più bisogno di quel referente reale da tenere a modello.

Ecco allora che quella ricerca del dipinto spoglio, della veduta minimale e solitaria assume un senso diverso all’interno del suo percorso: quell’aspetto accattivante, apparentemente non problematico, è in realtà una scorza dura sotto cui celare, o trattenere, il proprio tormento interiore: non si sale verso vette spirituali, ma si getta sulle cose uno sguardo che ne colga l’intima poeticità. E la ripetizione e modulazione quasi ossessiva di temi e motivi, da questo punto di vista, può diventare anche una ossessione poetica delle varianti: in fondo sono gli anni in cui, accanto alle questioni fenomenologiche dell’opera moltiplicata, si affermano gli studi sulla filologia d’autore.

Milano Expo - Walter Lazzaro, Barca e mareggiata,1979,olio su tela,cm 50x70

Walter Lazzaro, Barca e mareggiata,1979,olio su tela,cm 50×70

 

C’è però un’altra chiave in cui si possono leggere le opere più recenti, e più note, di questo pittore. A partire dal dopoguerra, infatti, oltre a un’attività intensa sotto il profilo didattico (dalla fondazione del liceo artistico di Novara, a inizio anni Settanta, all’insegnamento all’Accademia di Brera), la vita di Lazzaro si divide fra Milano e la Versilia, dove l’incontro con Carrà non può essere ignorato: molte tangenze, soprattutto di ordine ideologico più che linguistico, li accomunano. Non è soltanto una questione di confronti di stile, né di attribuire una primogenitura di determinate soluzioni espressive: il confronto fra queste due figure non è (o non è soltanto) a livello di forme e di composizioni, ma di spirito e di modo di intendere il mestiere del pittore e di gestire il rapporto con i maestri del passato.

Da qui in poi, infatti, la pittura di Lazzaro si chiude nei confronti delle contemporanee sperimentazioni in corso. Non lo tocca minimamente l’impeto dell’Informale, o la rabbiosa ricerca di una via nuova per il tramite di Picasso o, più tardi, la società dei consumi commentata dalla Pop art. Tutto questo, e molto altro, viene lasciato fuori dalla porta: Lazzaro si sente pittore nel senso più tradizionale del termine, ama il mestiere come se ne è innamorato un pittore più anziano di lui, e più di lui a disagio di fronte alle nuove ricerche, come Giorgio de Chirico, che si presterà anche a scrivere sulla sua pittura. È quindi inevitabile che Lazzaro vada a cercare nel passato, e non nel presente, non solo dei punti di riferimento, ma dei veri e propri interlocutori a distanza. Su questo la vicinanza di Carrà può aver giocato un suo ruolo. Per quest’ultimo il ritorno ai “valori primordiali” della pittura, cioè quelli di Giotto e del Paolo Uccello “costruttore”, era una fase di ricomposizione e di recupero di un’identità nuova. Anche in quel caso era stata una guerra, anzi la Grande Guerra, a spegnere i fuochi incendiari della stagione futurista: solo nel volume e nelle forme si trovavano delle certezze granitiche. E il paesaggio toscano, poco dopo, gli permetterà di dare vita a una nuova iconografia del paesaggio naturale.

Il Carrà che conosce Lazzaro ha già compiuto questo percorso alla fine della Grande Guerra. Lazzaro, invece, era uscito da un secondo conflitto e dall’esperienza della deportazione: anche lui, quindi, tornava alla pittura con animo nuovo, in cui certe intemperanze espressioniste e ottocentesche andavano a mitigarsi in una pittura di valori plastico-luministici, fondata su una luce che non frammenta gli oggetti bensì li fa risaltare nella loro consistenza tattile. Una “pittura di luce”, se si vuole, ma non in un banale confronto con il baluginio della pittura romantica del nord Europa, ma nel senso che gli diede Luciano Bellosi identificando una linea di sviluppo della pittura del Quattrocento che culminava in Piero della Francesca.

Anche il nome del pittore di Borgo Sansepolcro, infatti, non manca nella bibliografia di Lazzaro: ma quale immagine di Piero della Francesca si deve intendere facendo questo confronto? Non certo quella restituitoci dalle “indagini” di Carlo Ginzburg, e nemmeno, per ragioni anagrafiche, quella, appena citata, di Bellosi. Il “Piero” di Lazzaro, insomma, può essere a buon diritto ancora quello visto dagli occhi di Roberto Longhi nel suo libro uscito nella collana di “Valori Plastici”: un libro folgorante, come ha mostrato Paolo Fossati, per la generazione di Carrà. Lo sfasamento dei tempi fra il ritorno all’ordine degli anni Venti e quello di Lazzaro del secondo dopoguerra, però, trovano ragioni differenti in congiunture storiche solo in parte confrontabili: l’approdo a quella soluzione di rigore compositivo arriva da cammini in partenza molto diversi, e a età diverse, che trovano un improvviso momento di contatto. In entrambi i casi, però, sono le inquietudini del secolo breve, viste controluce, a essere stemperate nella luce del Mediterraneo, e su queste, sulla battigia, si placano.

Luca Pietro Nicoletti

Milano Expo - Walter Lazzaro, Una via di Castelgandolfo,1934, olio su tavola,cm 68x57

Walter Lazzaro, Una via di Castelgandolfo,1934, olio su tavola,cm 68×57

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21 febbraio – 27 marzo 2013

WALTER LAZZARO

CONTROLUCE MEDITERRANEO

Inaugurazione:
giovedì 21 febbraio ore 18

Introduzione critica di
Luca Pietro Nicoletti

Catalogo in galleria

Archivio Galleria Lazzaro by Corsi Milano

GALLERIA LAZZARO by CORSI Milano Arte
Orario: da martedì a sabato: 9,00 – 13,00 / 15,00 – 19,00 o su appuntamento

www.gallerialazzaro.it  –  [email protected]

via Cenisio,50   20154  Milano –  Telefono e Fax  0236521958

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Ufficio Stampa :  Wanna Allievi Comunicazione  via G. Boni 2   20144 Milano; tel. 0248020871  / cell. 3391091135 -  [email protected]

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MAE Milano Arte Expo [email protected] ringrazia Luca Pietro Nicoletti per il testo e  Wanna Allievi Comunicazione Ufficio Stampa per il comunicato e le immagini della mostra dedicata all’artista WALTER LAZZARO Controluce mediterraneo.

MILANO arte

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