Werner Herzog e la Fuga dalla Realtà

Creato il 02 dicembre 2011 da Dietrolequinte @DlqMagazine
Postato il dicembre 2, 2011 | CINEMA | Autore: Simone Bellitto

Accade a volte nel mondo del cinema, come in quello dell’arte in generale, che le strade di due estrosi Maestri, fino a quel momento relativamente parallele, s’incrocino. E accade che, nel caso che ci accingiamo ad analizzare, quest’incontro si concluda con eccellenti risultati. Correva l’anno 2009, e le due grandi personalità cui abbiamo precedentemente accennato, portano nomi pesanti: Werner Herzog e David Lynch. Il primo ricopre le vesti di regista, il secondo di produttore, del piccolo grande film materia del seguente articolo: My Son, My Son, What Have Ye Done (2009). I tre macroinsiemi che rappresentano la struttura sociale/culturale di quest’opera possono essere sinteticamente riassunti in: Vita, Follia e Scena. Tre dimensioni che s’intrecciano, si compenetrano e si rovesciano con veemenza in variegate intersezioni, che scuotono in modo vibrante le identità/ruoli dei protagonisti. «Alcune persone interpretano un ruolo, altre recitano una parte». Tutto ruota attorno a, parafrasando una pellicola di Joel Schumacher, un momento di “ordinaria follia” del protagonista, Brad McCullum, nullatenente/artista che vive sospeso tra il freddo e asettico sfondo delle decadenti città statunitensi e le periferie del profondo sogno americano bigotte e dimentiche dello spirito civile, sconvolgendo la propria mente ed il proprio iter soltanto scomponendo se stesso nella sconfinata e selvaggia natura.

Una wilderness, tanto cara a Herzog in altri suoi lungometraggi come, citandone uno a caso, L’alba della libertà (Rescue Dawn, 2006), che ingoia l’essere umano e lo rigurgita come nuovo, “strano, anzi diverso”. L’anticlimax che porterà i soggetti all’interno della pellicola alla rovina sarà partorito dalle sconvolgenti location e trascinerà il nostro regista a girare queste specifiche scene in Perù e nella Cina orientale. Da questo momento in poi, vita e follia saranno fatte della stessa materia. E la resa sconvolgente di questo ottenebrare dei sensi ci è restituita particolarmente bene sia dallo spirito decostruttivista di Herzog, sia dal surreale tocco di Lynch. Il risultato di questi processi è l’alienazione progressiva che esplode in violenza, in una prospettiva retta dal principio dell’ordine caotico. La normalità della vita comune diventa asfissiante (esemplari i comportamenti e gli atteggiamenti stralunati dei personaggi “ordinari”).

La sincerità che sta dietro ad un genuino disagio psicologico implora pietà, cerca disperatamente di spiegare l’inspiegabile e l’ineluttabile. E a mediare i due universi apparentemente antitetici di vita e follia si presta bene la terza dimensione che abbiamo sopra accennato: la scena. Ci appare inizialmente in sordina, sottilmente venata d’ombra, deflagra con esasperante impetuosità durante il crescendo dell’intreccio. Paradigmatica la scelta della mimesi vita/spettacolo dei protagonisti con una delle tragedie greche più gravide d’odio, assenza di perdono, cinismo e disincanto quale è l’Elettra di Sofocle. Una dicotomia inscindibile quella tra Brad e Oreste, che ci riporta un po’ alla mente quella tra Manuela e Stella in Tutto su mia madre (Todo sobre mi madre, 1999) di Pedro Almodóvar. Anche in quel caso vi è una compenetrazione simbolica ragguardevole con un’altra opera teatrale, stavolta della modernità, quale Un tram chiamato desiderio di Tennessee Williams.

Vi è però, nell’analogia, una differenza di base enorme tra i due esempi. Se nell’almodrama il teatro è metro per ricomporre il mosaico delle identità disintegrate, nella tragedia herzogiana siamo totalmente agli antipodi: disgregazione totale del subconscio. Le tre dimensioni che abbiamo sceverato finora, comunque, non avrebbero lo stesso effetto senza avere dietro l’eccellente lavoro di troupe e cast. Ed assolutamente non indifferente è l’apporto, seppur apparentemente marginale, di David Lynch. Quel senso inconfondibilmente weird, che a tratti attraversa l’opera, è sicuramente frutto dell’estro del grande cineasta. Ciò si avverte prepotentemente in alcuni momenti apparentemente di cornice, ma indissolubilmente topici, di questo film. Scene decisamente eteree, come quelle all’interno del nucleo familiare del protagonista o ancora quella del nano nel bosco (un classico lynchiano), sono seguite da impressionanti pose ieratiche ad inquadratura fissa, accompagnate da altrettanti sguardi in camera lodevolmente stranianti.

Un universo eterogeneo e quasi spazio-temporalmente equidistante a quello consueto, interpretato ottimamente da un cast di eccellente livello. Ne fanno parte Michael Shannon (ottimo ed atipico interprete già nel Revolutionary Road di Sam Mendes), Willem Dafoe, Udo Kier e una straordinaria e “insostenibile” Grace Zabriskie (alzi la mano chi non la ricorda come madre di Laura Palmer in Twin Peaks!). In ultima analisi, ottimamente erompe anche l’apporto musicale di una colonna sonora sicuramente appropriata al delinearsi allucinato delle vicende. Si passa dalla Cucurrucucù paloma, interpretata da Caetano Veloso (altro probabile richiamo all’Almodóvar di Parla con lei) al canto black di Washington Phillips, I Am Born To Preach the Gospel. E questo secondo brano è essenziale per lo sviluppo della dimensione della follia: sintomo del “divino” per il protagonista, è capovolta anch’essa in un sintomo della sua sconfortante assenza.

Dio è scoperto e conseguentemente rifiutato allo stesso modo in un canto gospel o in qualsiasi altro comune oggetto quale un barattolo di farina d’avena. O, peggio ancora, confuso terribilmente con una voce interiore che non è altro che l’esternazione della propria schizofrenia. «Odio il fatto che il sole sorga sempre ad est». La normalità è definitivamente abiurata. Rimane ben poco da aggiungere. Presentato alla 66ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, assieme a Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans (The Bad Lieutenant: Port of Call – New Orleans, 2009), è stato un film opinabilmente sottovalutato e snobbato dai più. Affidiamo a chi legge quest’articolo la sua visione ed una sua eventuale rivalutazione. In fondo, il cinema d’autore è anche questo: giudizi controversi o sviste clamorose ne sono il pane quotidiano.



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