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William Klein, il grado zero della fotografia

Creato il 05 agosto 2016 da Gaetano63
William Klein, il grado zero della fotografiaUna mostra al Palazzo della Ragione Fotografia di Milano

di Gaetano Vallini«Lascia perdere i musei e le gallerie, pensa solo alla strada». Con queste parole il pittore francese  Fernand Léger indicò a un giovanissimo William Klein il suo destino. Un destino che il protagonista  scoprì subito ribelle e  anticonformista, prendendo molto sul serio quel consiglio. «Era come se fossi un etnografo: trattavo i newyorkesi come un esploratore avrebbe trattato uno zulu, cercando lo scatto più crudo, il grado zero della fotografia» racconterà più tardi  parlando del suo lavoro a caccia di immagini nelle strade della sua città. Lo trovò il grado zero della fotografia, ma lo fece a modo suo, infrangendo  regole e canoni classici. Non a caso, dunque, si intitola proprio così — «William Klein: il mondo a modo suo» — la mostra dedicata al grande artista, allestita fino all’11 settembre al  Palazzo della Ragione Fotografia di Milano, che ne ripropone l’articolato percorso artistico, iniziato oltre 60 anni fa. Un itinerario poliedrico, tra genio e trasgressione, che oltre alla fotografia ha sperimentato diverse discipline, dalla grafica alla pittura, dal cinema alla scrittura. Klein «fin da ragazzo è infatti affamato e curioso di cultura: divora gli scrittori del Novecento, frequenta il MoMA, si incanta di fronte ai film di Chaplin, von Stroheim, Ėjzenštejn. Dopo l’università, si arruola e sbarca in Europa, poi arriva a Parigi dove avviene tutto: l’incontro con la moglie Jeanne e la svolta artistica», scrive la curatrice Alessandra Mauro nel catalogo della mostra edito da Contrasto — GAmm Giunti.La rassegna presenta oltre 150 opere originali, alcune delle quali di grande formato, tutte provenienti dall’archivio personale del fotografo, classe 1928, accompagnate da nuove installazioni espressamente concepite per questa esposizione. La mostra è divisa in nove sezioni che accompagnano il visitatore in un itinerario che tocca le città fotografate da William Klein nella sua carriera attraverso i diversi mezzi espressivi di cui si è servito.Si parte dalle prime opere, lavori astratti realizzati dal fotografo quando, ancora appartenente alla corrente hard-edge, stile pittorico caratterizzato da bruschi e netti contrasti geometrici tra diverse aree di colore, cominciò a operare come artista sperimentale e concettuale proprio a Milano. Si passa quindi alla sezione dedicata a New York, con il racconto  straordinario della sua città, divenuto uno dei lavori più importanti e significativi della storia della fotografia. Metropoli dove è tornato, a 86 anni, nel 2014 per ripercorrere, macchina digitale al collo, in particolare le strade dell’odierna  Brooklyn. Dalla Grande Mela si torna in Italia, questa volta a Roma. Qui  le  immagini restituiscono al visitatore le sue incursioni nella città eterna  in compagnia di Federico Fellini, Pierpaolo Pasolini e Alberto Moravia tra il 1956 e il 1957.  Due ampie sezioni sono poi dedicate anche a Tokyo e Mosca, altre metropoli soggetto dei suoi lavori,  per  arrivare al racconto di Parigi, città in cui Klein vive da diversi anni. Segue la parte dedicata alla moda, ambito nel quale è riconosciuto come grande innovatore. Nel corso della sua vasta attività Klein ha realizzato anche diversi “Contatti dipinti”, nei quali la contaminazione  di pittura e fotografia trova espressione nel gesto dell’autore che sceglie, tra i vari provini a contatto, l’immagine da ingrandire contornandola di segni grafici forti e unici. La mostra si chiude idealmente con la sala dedicata ai «Film», dove  viene  proiettato un estratto di trenta minuti delle principali pellicole che ha diretto, da Qui êtes-vous, Polly Maggoo? uscita nel 1966 che racconta  gli eccessi del  mondo della moda, a Cassius the Great dedicato a Mohammad Ali, a The French sul torneo di tennis Roland Garros di Parigi.William Klein, il grado zero della fotografia«William Klein ha frequentato ogni forma espressiva; nessuno come lui  — spiega Mauro — sfugge a una definizione univoca. Questa mostra rappresenta un viaggio nel suo mondo seguendo il suo sguardo sempre nuovo, colorato, veloce e controcorrente». «Ma negli anni Ottanta — aggiunge la curatrice — torna alla fotografia e continua a muoversi per le strade delle città, come a Parigi. E poi? E poi Klein continua sempre a provocare, a interessarsi a un gesto o una storia, attore e spettatore di una vita che non smette di coinvolgerlo con il suo vorticoso flusso».Anti fotografo per definizione, Klein è l’opposto di Henri Cartier-Bresson che  ricercava il  “momento decisivo”, quello perfetto durante il quale tutto è in equilibrio. Perché — come sottolinea Domenico Piraina, direttore di Palazzo della Ragione — «la vita, la strada non sono quasi mai così, perché c’è anche lo squilibrio, l’imperfezione, il contrasto. Nel clima culturale degli anni Cinquanta, caratterizzato dalla poetica dell’informale, figlio di una guerra che ha mostrato la belluinità umana nella sua immensa ferocia, che rivaluta il brandello, il frammento, l’effimero, il precario, la macchia, l’in-forme, a Klein sembrava inattuale vedere il bell’ordine del mondo colto nel momento decisivo. Al razionalismo cartesiano contrappone il dionisiaco nietzschiano, alla bellezza ideale raffaellesca la bellezza reale caravaggesca». Ed è curioso che Klein abbia scattato molte delle sue foto con una macchina fotografica acquistata proprio da Cartier-Bresson, mostrando così come autori differenti giungano a risultati persino contrapposti pur utilizzando lo stesso mezzo.Tutto ciò si traduce in foto non pulite, poco nitide, mosse, granulose,  sfocate. Qualsiasi cosa fosse considerata come un  errore dal pensiero fotografico del tempo, egli riusciva a trasformarla in un innovativo metodo espressivo. Con lui il grandangolo  prende il posto del classico obiettivo 50mm. La vicinanza diventa ineludibile perché bisogna essere lì in mezzo alla vita che scorre. Klein non apprezzava  l’ossessione per la tecnica.  «Il filtro giusto, la pellicola giusta, la giusta esposizione — ha raccontato — non erano argomenti che mi interessavano molto. Ho avuto una sola fotocamera per iniziare. Di seconda mano con due lenti e senza nessun filtro. Quello che mi interessava era immortalare qualcosa sulla pellicola per poi passarla sotto il mio ingranditore, magari per ottenere un altro quadro».Ed è con questa filosofia che in qualunque città approdi, Klein — definito da Michele Smargiassi «il sovversivo della fotografia di strada, il geniale assassino della fotografia umanista» —  riesce a raccontarne il succo, a rappresentarne l’autenticità, partendo dal basso. Rappresentando così vizi, contraddizioni e in parte anche virtù  delle società e dei mondi in cui ha vissuto. In questo senso il suo lavoro somiglia molto a quello di un etnografo.


(©L'Osservatore Romano – 5 agosto  2016)
didascaliein alto: Custode, Cinecittà, Roma 1956 (dalla sezione Roma© William Kleinal centro: Quattro teste, Giorno del Ringraziamento, Broadway e 33rd, New York 1954 (dalla sezione New York© William Klein

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