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Yesterday, i film del (mio) passato (N°3): recensione "Shining"

Creato il 17 novembre 2014 da Giuseppe Armellini
Yesterday, i film del (mio) passato (N°3): recensione Il bambino percorre il corridoio col triciclo e scopre una cosa strana, scopre che quello che gli piace di più non è tanto correre col triciclo, la cosa in sè, ma il passare dal parquet di legno alla moquette, da quel rumore "scorrevole" delle ruote sul legno a quello ovattato dei tappeti.
La trova una cosa fantastica.
Percorre il corridoio e alla sua sinistra ci sono tutte le stanze.
Si ferma vicino alla prima, la 231, scende dal triciclo ed entra.
Dentro ci trova una ripresa aerea pazzesca che segue un'auto tra laghi e montagne con una colonna sonora che già profuma di capolavoro. E un hotel perso in quelle montagne, con delle stanze enormi che rimbombano di passi e solitudine, stanze che solo una profondità di campo di questo livello riesce a restituire. Trova una telecamera che racconta questo albergo in modo sublime, soprattutto con un triciclo, lo stesso che ha lui. Pensa che quelle riprese dietro il triciclo siano una delle cose più belle che abbia mai visto.
Capisce che quella è la stanza delle meraviglie tecniche, ne esce estasiato e torna al triciclo.
Pochi metri dopo c'è la stanza 233 e il bambino non resiste nemmeno stavolta alla tentazione, si ferma ed entra dentro.
Vi sono una madre dolce e remissiva, allucinata e sconvolta.
E davanti a lei c'è un padre nervoso ed aggressivo, sempre più aggressivo.
Pensa che quella madre gli faccia una tenerezza unica e che quel padre lo impaurisca come pochi.
Capisce che è la stanza delle interpretazioni indimenticabili, ne esce impressionato e torna al triciclo.
Non fa in tempo a prendere velocità che arriva la stanza 235, e il bambino ormai ha deciso di visitarle tutte, è troppo affascinato.
Dentro è pieno di roba, stavolta la visita sarà più lunga del previsto, pensa.
C'è un cuoco nero e un "A te piace il gelato Doc"
C'è lo stesso cuoco e un "Niente, non c'è niente nella stanza 237"
Che buffo pensa il bambino, è la stanza dopo di questa, non vedo l'ora di visitarla.
C'è una macchina da scrivere in un tavolo gigante, c'è il padre che ci scrive sopra, tac, tac, tac, e diventa una belva con la madre che è solo venuta a salutarlo.
C'è lo stesso padre che lancia poi palline da tennis sul muro, che guarda il plastico del labirinto diventare labirinto, che fa un dialogo allucinato con Lloyd, il barman, il miglior barman da Timbuctù ad Oregon, e poi lo vede invece dialogare con Mr Grady, in un bagno rosso e bianco che è leggenda, lo sente ripetere in continuazione "Mr Grady", lo sente parlare di un massacro terribile che fu, di "pezzi, piccolissimi pezzi", sente dire da Grady che quel padre in realtà è sempre stato il custode dell'albergo, che il Male c'è sempre stato, poi vede quel padre davanti alla madre, una madre che sale le scale indietreggiando, che par quasi una cosa impossibile ma così è, una madre impaurita che ancora, nonostante tutto, non perde la sua umanità e la sua dolcezza mentre lui le dice "Non ti faccio niente, soltanto quella testa te la spacco in due".
Poi vede il volto di quell'uomo, del padre, nello squarcio di una porta, lo vede fingere di piangere, poi lo vede uccidere il cuoco nero e poi arrancare sempre più nella neve.
Capisce che è la stanza delle immagini indelebili, ne esce turbato e torna al triciclo.
Ed eccola la stanza 237, impossibile non fermarsi. Entra.
Dentro c'è una donna nuda che diventa una vecchia in decomposizione, terribile, da aver paura, c'è un lago di sangue, anzi, un fiume di sangue che solo i fiumi scorrono e sanno essere impetuosi, ci sono due bambine gemelle prima in piedi e poi dilaniate nel pavimento, ci sono pagine e pagine della stessa identica frase, c'è una parola strana, "REDRUM", scritta col sangue, c'è un uomo mascherato da orso che fa sesso con un vecchio, c'è il Male dapertutto.
Capisce che è la stanza degli incubi, ne esce impaurito e torna al triciclo.
C'è un'ultima stanza, la 239, il bambino spera sia meno terrificante della 237, si ferma ed entra.
E dentro c'è un bambino di 6 anni con dei buffi capelli biondi che pare quasi una bambina. Lo vede delirare, lo vede sbavare, lo vede parlare con un dito. Ma poi lo vede sorridere.
Capisce che è il bambino al quale ha "rubato" il triciclo, il bambino che aveva visto anche nella prima stanza.
Capisce che è la stanza di Danny, lo saluta, esce e torna al triciclo.
Il corridoio è finito, c'è solo un grande specchio davanti a lui adesso.
Il bambino si ferma ma non vede nello specchio sè stesso, ma un uomo di 37 anni.
Un lettore potrà pensare che questi sono i trucchi della scrittura, che solo nella finzione e nella magia dello scrivere puoi trovare un bambino con un triciclo specchiarsi e vedersi uomo.
Ma l'uomo e il bambino pensano nello stesso identico secondo, cosa normale poi visto che, lo si sarà capito, quel bambino e quell'uomo sono la stessa persona, pensano nello stesso secondo che invece per una volta la scrittura stia solo raccontando una cosa reale e che non ha altri modi per essere raccontata, un bambino che si specchia uomo.
E l'uomo dice al bambino di avvicinarsi di più.
Il bambino gira il triciclo, lo mette di traverso e avvicina l'orecchio allo specchio.
"Non smettere mai di percorrere questo corridoio" - gli dice l'uomo - "non smettere mai, ed anche se ogni volta troverai quaggiù un uomo più vecchio tu non smettere mai di percorrerlo perchè se tu lo percorrerai poi, qui in fondo, nello specchio, troverai sempre un uomo felice"
Il bambino gira il triciclo e torna indietro, al punto di partenza.
Quando arriva in fondo dall'altra parte l'uomo lo vede girarsi un attimo a destra, fare un cenno di intesa, annuire, e poi un mezzo sorriso.
L'uomo è imprigionato nello specchio e per quanto provi a piegare il collo le pareti del corridoio gli impediscono di vedere cosa c'è laggiù, a destra del bambino, prima del corridoio.
A chi avrà detto di sì con la testa? a chi avrà sorriso?
All'uomo piace pensare che là in quella stanza che non riesce a vedere ci sia un vecchio regista, stempiato, con gli occhiali e una grande barba.
Gli piace pensare che il bambino si sia guardato con lui, a lui abbia annuito, a lui abbia sorriso, a chi quel corridoio indimenticabile l'ha creato.
"Magari, quanto tornerà qui in fondo, glielo chiedo" pensa l'uomo.

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